Sms
25 aprile 2012Mutamenti generazionali: dalle Società di Mutuo Soccorso agli Short Message Service.
| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| « apr | ||||||
| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | |
| 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 |
| 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 |
| 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| 28 | 29 | 30 | 31 | |||
Mutamenti generazionali: dalle Società di Mutuo Soccorso agli Short Message Service.
È vero: sono un po’ fuori dal giro. Per cui alcune cose non le vedo con i miei occhi e a sentirle raccontare mi sembrano folli. Leggo sul Corriere della Sera che fiamme gialle si sarebbero presentate nientepopòdimenoche a Palazzo Chigi. Per chi non se lo ricordasse più, essendo stato distratto per anni da riunioni a Palazzo Grazioli o a villa Macherio, sede del governo italiano, sì governo, avete letto bene, governo, e lì gli uomini della Guardia di Finanza abbiano sequestrato due milioni e mezzo di euro, vale a dire, 50 mila banconote da 50 euro ciascuna, scrupolosamente conservate in un bauletto o in una cassaforte o anche solo nel cassetto di una scrivania. [Continua a leggere >>]
Il cronista riporta le parole pronunciate da un protagonista della vicenda. Ne riproduce anche gli errori contenuti in quel parlare. Senza evidenziare che si tratta appunto di un errore, per cui chi legge, a meno che non sia più colto e formato del cronista e del fallace protagonista della vicenda, è indotto a ritenere che, essendo stato scritto su un giornale, si dice così, e quello non è un errore, ma è corretto.
Leggo sull’Ansa che è morto Antonio Ghirelli, ed io non posso non ricordare che gli ero debitore. C’è gente che è condannata a ricordare, altra che dall’oblio è invasa o ha presto imparato a servirsene, ed io appartengo alla prima categoria, per cui non posso dimenticare che se sono diventato presto un giornalista un po’ lo devo anche a Antonio Ghirelli.
Siccome è diventata solo una battaglia ideologica di destra, una posizione strumentale per ottenere altro, mi tocca difendere, da plurilicenziato o cambiagli il nome il risultato non cambia, l’articolo 18, che ha dieci mila motivi per stare in piedi e qualcuno no, tra cui, per esempio, che non si era votato per il divorzio al referendum?
Arrivo con un po’ di ritardo sulla notizia che è stata pubblicata dal Corriere della Sera il 12 marzo scorso, perciò me ne scuso con i miei lettori. Dunque a giudizio dell’organizzazione non governativa no profit per i diritti umani Gherush92, la Divina Commedia «andrebbe tolta dai programmi scolastici» o – peggio mi sento! –, «alcune parti andrebbero espunte dal testo».
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica.
Art. 1. L’Italia è una Repubblica.
Art. 1. L’Italia è una.
Art. 1. L’Italia è.
Art. 1. L’Italia.
Art. 1. Lì.
Mi sento sempre più fedele al trattato di Schengen, come se a un varco di frontiera dovessi solo dire: «Nulla da dichiarare».
Il silenziometro, la preziosa scoperta che fece, e in cambio della quale chiese solo proprio assenza di suoni e di voci, non fu l’unica idea geniale che ebbe. Una fervida mente fatica a fermarsi, a restare inattiva, a darsi dei limiti. Nelle sue congetture a occhi aperti o trasognanti mise a punto anche un altro prezioso strumento, ma sfortunatamente gli appunti che prese, e i disegni che li accompagnavano per illustrare come la si sarebbe dovuta realizzare, sono andati perduti e noi non disponiamo neppure del prototipo che costruì e per mezzo del quale mostrò a pochissimi fortunati, tra cui il sottoscritto che è l’unico superstite di quella combriccola, le mirabolanti doti del marchingegno.
Quale sia stata la molla che lo indusse ad applicare la sua versatilità e a congegnare le numerose nozioni acquisite alla realizzazione di quello strumento ci è ignoto e possiamo perciò fare solo delle supposizioni, le quali, per la loro stessa natura, sono plausibili e sottoposte a un numero esorbitante di obiezioni, controdeduzioni, falsificazioni.
Si continua a chiedere l’abbassamento del prezzo della benzina anziché l’introduzione di altre fonti energetiche.
Leggo le cronache e prevale oggi la sfera di cristallo sull’accordo sul lavoro. Si cederà sull’articolo 18 o si mollerà? Riusciranno a farsi un sorriso i contendenti o resteranno ciascuno sui propri passi? Ma la notizia dov’è? Cos’è successo? C’è un fatto da descrivere? Io non lo vedo, vedo chiacchiere, umori, raccontati forse più per orientare chi ancora deve farsi un’opinione al riguardo che per dirci cosa ci sia davvero nella testa di questi esseri pensanti e dicenti o come si sentano nell’intimo del loro cuore.
Ho letto recentemente con gran piacere Racconti matematici, una raccolta di brevi storie da Borges a Calvino, da Asimov a Buzzati, da Mc Ewan a Lem, da Huxley a Queneau, da Saramago a Musil, curata da Claudio Bartocci per Einaudi. Che la letteratura fosse in debito nei confronti della matematica mi era chiaro anche prima. Che nel magico alfabeto dei numeri si nascondano arcani dai quali se ne possono trarre splendide suggestioni e che la conoscenza delle cifre, fosse meno relegata a un ostico modo di insegnare quella disciplina, ci aiuterebbe immensamente a comprendere meglio il mondo, anche. E altrettanto che la nostra astinenza di scienza sia deleteria.
Guasto riparato: 79 €.
Causa guasto tecnico, le pubblicazioni e le comunicazioni sono momentaneamente sospese.
Domani, come avviene da 34 anni, qualcuno ricorderà il rapimento di Aldo Moro a Roma da parte delle Brigate Rosse, il 16 marzo 1978, e io non voglio aggiungere un’inutile voce al legittimo coro, perché dell’argomento s’è scritto di tutto e di più, anche se, come molti sostengono, non si sa tutto e molto resta ancora in ombra.
Ho come l’impressione, però, che, di quel che si sa, non si sia sufficientemente prestato attenzione a ciò che quel fatto comportò per chi vi assistette sgomento e trepidante, vale a dire a quanto produsse nelle nostre teste, alle modificazioni anche psicologiche che ha prodotto in tutti coloro che, al di là della vicinanza all’uomo, subirono quell’atto di violenza.
I soloni del sono sempre un po’ più a sinistra di te hanno giustamente stigmatizzato le parole della segretaria della Cgil Camusso che si è detta favorevole alla conclusione della già lungamente costruita linea ferroviaria ad alta velocità perché l’opera crea posti di lavoro, dimenticandosi, prendendo per buono tutto il resto, il disastro ecologico, la ferita a madre Terra, il favore ai potentati economici e i probabili doni alla mafia e alle sue diramazioni padane.
Questa volta mi dirò d’accordo con questi grilli che gracchiano, con questi irriducibili dell’etica, con questi minimalisti della politica. E in loro favore aggiungerò che la segretaria dell’organizzazione rimasta con la bandiera rossa in mano, applicando la medesima logica, dovrebbe chiedere la chiusura dello stabilimento della Beretta a Pesaro in quanto produce armi e queste vengono vendute all’estero per fare guerra; degli stabilimenti Fiat perché sfornano veicoli che emettono anidride carbonica la quale finisce in atmosfera e contribuisce ai mutamenti climatici; di tutte le industrie petrolchimiche perché il loro contributo alla diffusione dei tumori è scientificamente accertato; degli impiegati di Segrate perché di fatto arricchiscono il nemico e lo rendono potente e invincibile; e così via.
I giornali on line riportano la notizia dei 22 bambini e dei 6 adulti morti in un incidente stradale a Sierre, in Svizzera. Un pullman si è schiantato contro le pareti di una galleria. Altri 24 bambini sarebbero feriti.
Guardo le immagini della tragedia e la memoria non può non andare a quello che avvenne nella galleria del Melarancio sull’Autostrada del Sole il 26 aprile 1983. Se non ricordo male fui uno dei primi cronisti ad arrivare sul posto, insieme a Giorgio Sgherri, e con noi Mario Fortini e non ricordo chi altro, perché Mario ed io avevamo due motociclette e impiegammo poco ad attraversare la città fino al casello Fi-Sud e potemmo agilmente superare la lunga coda di auto che si era formato sull’autostrada.
Leggo su Repubblica.it i commenti del ministro del Welfare, Elsa Fornero alle critiche sollevate dai sindacati il giorno dopo l’incontro sulla riforma del mercato del lavoro, rilasciati a margine di un convegno. Pare abbia detto che «sia necessario “smantellare” le protezioni che si sono costituite ”fino alla difesa dei privilegi’»’, così riporta il quotidiano fondato da Scalfari nella sua edizione on line.
Conosco, purtroppo, i privilegi che esistono nei luoghi di lavoro e ho avuto modo di combatterne qualcuno, e in questo momento sarei nella condizione di pensare che il solo fatto di averlo un lavoro sia un privilegio, provare per credere. Mi astengo da simile aberrazione logico-concettuale perché penso che avere un lavoro sia prima di tutto un dovere di tutti e un attimo dopo un diritto di tutti. E perciò che un eventuale privilegio sul posto di lavoro vada punito abolendo il privilegio, non il lavoro. Paradossalmente, per quanto stalinista possa risultare, la pena per un lavoratore in condizione di privilegio è un aumento del carico di lavoro, non la sua sottrazione, come dire, lavoro forzato. O se proprio non ne vuol sapere e ce lo possiamo permettere mobbing.
Gentile signor …,
si rammenta quei fiaschi di vino, quei due capponi, quella forma di pecorino e quel cascame di salsicce con i quali tentò di corrompermi, o se preferisce ringraziarmi anticipatamente o ungermi faccia lei, tanto io avrei fatto come coscienza mi dettava e le dissi di riporre nella sua capiente borsa dopo avermeli versati sul tavolo accompagnandoli da un accorato invito a esaudire i suoi desideri, a toglierle un pensiero che la corrucciava. [Continua a leggere >>]
Io detesto la bicicletta. Ne ho fatto gran uso in gioventù, poi ho scoperto che, per me, è uno strumento di tortura. Meglio a piedi, molto meglio a piedi. A parte l’intrusione del sellino e le sue implicite e irripetibili
conseguenze, la precarietà della catena e i suoi strascichi di morchia e grasso, gli scossoni e la mancanza di ammortizzatori, il cuore della mia idiosincrasia per quel mezzo a due ruote risiede nell’impari dispendio di energia: ho l’impressione cioè che si fatichi più di quanto si ottiene in termini di spostamento, e la stessa cosa non mi succede camminando, quindi non è questione di sedentarietà che pur esiste.
Il professor Richard McClintock, docente di latino al college di Hampden-Sydney in Virginia, ritirò le traduzioni fatte dai suoi allievi del brano tratto da De finibus bonorum et malorum di Cicerone (Sui confini del bene e del male), per la precisione il pezzo compreso nelle sezioni 1.10.32 e 1.10.33 del testo. L’opera era stata scritta nel 45 a.C. Ora eravamo negli anni Sessanta del secolo scorso. Il docente fu colpito dal termine consectetur presente nel testo e rifletté che si trattava di una parola raramente ricorrente nella letteratura classica.
In tal modo, come una palpebra discreta sopra una pupilla senza malizia, si chiude la breve giornata di Akàkij Akàkievic, che non ha nulla di malinconico, e neppure di triste: se mai è mesta. Egli infatti si riduce così solitario anche perché lo vuole; e non per misantropia, o incapacità di godere, ma piuttosto per un’indipendente amicizia con il poco di cui sa contentarsi; e non soffre quindi distacco, in quanto segue ma non si attacca alla vita. Per questo fugge l’ozio, e il perder tempo, perché egli sente di valere finché produce, come la sua penna; trovarsi inutile, ingiustificato, gli sarebbe insostenibile, si dovrebbe guastare; forse intuisce che servire è insignorirsi.
Trascrivo da un ritaglio di giornale: «L’espressione “essere un travet” indica una persona mediocre, grigia, pusillanime, specie nella propria attività lavorativa. L’origine del termine è in un lavoro teatrale: Le miserie d’Monsù Travet, commedia in 5 atti scritta in dialetto piemontese da Vittorio Bersezio e presentata a Torino nel 1863. Il protagonista, Ignazio Travet è un impiegato del governo (allora Torino era Capitale d’Italia) che per quanto lavori e si dia da fare per essere promosso, subisce vessazioni e soprusi in cambio di nulla. In breve “travet” divenne un simbolo dell’uomo che patisce ingiustizie perché incapace di ribellarsi e dall’opera nel 1945 fu tratto il film Le miserie del signor Travet, diretto da Mario Soldati e interpretato da Carlo Campanini».
Sono stato a riqualificarmi. O meglio: a tentar di individuare il modo migliore per dequalificarmi. Sì, per togliermi di dosso l’esperienza accumulata e i titoli conseguiti, ridurre il curriculum a poche incisive parole, meglio se in inglese e a corredarlo con la mia foto, magari scurendo l’ormai più che brizzolato sulle tempie. Eravamo un gruppo di over fifty che giustamente uno di noi ha chiesto cosa volesse dire perché nella sua lunga carriera di muratore questa parola non l’aveva mai sentita. Ma adesso lo sa e anche questo è un modo di riqualificarsi: in cantiere but really good.
Divenne in breve famoso. La sua scoperta si rivelò infatti basilare. Aveva messo a punto lo strumento per misurare il silenzio. È inutile che vi mettiate a ridere, riempiendovi di presunzione e prosopopea, giudicando che sia come rinvenir l’acqua calda e rammentatevi che anche questa, la scoperta dell’acqua calda, rivoluzionò la vita dell’uomo e quanto a voi oggi appare banale e scontato, un tempo non lo fu affatto, e se l’umanità ha progredito migliorando le proprie condizioni igieniche e sanitarie lo si deve anche a qualcuno che s’ingegnò di come esportare altrove quello che un tempo era solo un privilegio delle località termali rese tali dalle polle sulfuree e dai ribollimenti vulcanici, intorno alle quali, originariamente e non a caso, crebbero non poche civiltà.

«Bisogna battersi risolutamente ogni volta che si parla contro l’unità». Quando ancora giovane ho cominciato ad interessarmi di politica, questa frase che sembra pronunciata da un pacato e riflessivo Enrico Berlinguer e invece è stata detta da un agitato e rivoluzionario Ernesto Che Guevara, mi guidava come un monito al quale non potersi sottrarre a costo di ogni patimento. Perciò aderii a quel movimento degli studenti medi che martellava quasi ossessivamente di voler essere unitario e di massa, oltre che organizzato e non spontaneista.
A me questa storia dei marò – per chi non lo sapesse l’equivalente dei marines americani, vale a dire fanti appartenenti alla Marina – non mi piace per nulla. Ma proprio per nulla. Metto le mani avanti: mi dispiace che siano in carcere, tento di condividere la loro ansia e la loro paura. Umanamente son loro vicino. Ma…
C’è una legge italiana la quale, in accordo con norme internazionali di parte, non condivise cioè da un organismo rappresentativo di tutte le nazioni del mondo, autorizza gli armatori che navigano in mari infestati dai pirati ad avvalersi di… qui la cosa è dubbia. A leggere alcune di queste norme parrebbe di mercenari debitamente autorizzati, qualcosa di analogo, per capirsi, alle guardie giurate, i quali devono avere dei requisiti di essere in grado di difendere una nave da eventuali assalti secondo le procedure stabilite. Poi leggi altre carte e par di capire che quei soldati prezzolati, quei vigilantes, quelle guardie del corpo, sono… militari in servizio. Cioè appartenenti a un corpo militare di Stato.
In teoria sarebbe un bel gesto. Ricorda la ruota di un pavone, fa venire in mente un pianista che preme in successione – non so bene ma credo – il sol, fa, mi, re. Si abbassa prima il mignolo, poi l’anulare, quindi il medio e ancora l’indice, le falangi ruotano appena, il tutto è aggraziato, morbido, parrebbe elegante. Ma il significato che col tempo ha preso è tutto un altro. Sgraffignare vuol dire, ovvero sia rubare, arraffare, impossessarsi di ciò che non è proprio, e per questa via ha assunto un significato parallelo, concettualmente improprio: quello di essere avido, attaccato ai soldi, uno che pensa solo a quelli e agisce di conseguenza, non vede altro. Improprio, perché non necessariamente l’ingordo di ricchezza se ne appropria illecitamente.
Quindici marzo 2000. O, com’è scritto effettivamente, «March 15, 2000». È la data impressa su una lettera con impresso il logo che si vede nell’immagine: DreamWorks Skg. Erano gli studi cinematografici fondati da Steven Spielberg. Rispondevano a una mia missiva del 20 gennaio 2000, dunque poco più di un mese e mezzo dopo la spedizione. Gentile signor Pugliese… Con garbo e gentilezza mi ringraziavano dell’interessamento, ma, mi spiegavano, la politica aziendale impediva di accettare idee da sconosciuti.
Negli anni in cui sono stato a Bologna a dirigere l’Unità vedevo spesso Lucio Dalla nei pressi di via Farini. La redazione era ancora lì accanto, in via Barberia, sede storica del Pci, prima che venisse venduta e la perdita non è solo affettiva. A differenza di Francesco Guccini ed altri artisti che di quella città hanno fatto qualcosa di speciale, non mi sembra che Dalla sia mai venuto a trovarci in redazione: io non ne ho ricordo, almeno.
Premetto: sono (ma a questo punto forse dovrei dire “ero”) a favore dell’Alta velocità e ritengo sia sbagliato che un’opera pubblica di interesse transnazionale venga ostacolata in un solo suo punto. Di più, che se due governi democraticamente eletti hanno preso una decisione in nome dei loro popoli, si impedisca la realizzazione di quella decisione. Questo non vuol dire che non la si possa contestare, anche se si è in minoranza, anche se si è un manipolo, anche se si è animati dalla sindrome Nimby (Not in my back yard). Premetto anche che sono sempre stato d’accordo con le considerazioni di Pier Paolo Pasolini sulle condizioni sociali delle forze dell’ordine e quindi la mia simpatia va a quel carabiniere che resta impassibile dinanzi al contestatore che… [Continua a leggere >>]
Primo Levi
Qualche anno fa ho letto, un po’ in tralice, un libro di cui non ricordo più titolo e autore, nel quale si sosteneva che la sinistra era geneticamente condannata a perdere e restare minoritaria, perché il suo lamentarsi, il suo accusare, la sua critica allo «stato presente di cose» ne rivelavano il volto triste, amareggiato, infelice. E come fa uno a volere dolore e sconforto? Perché si dovrebbe scegliere un tal autoflagello?
C’è del vero in quell’analisi, benché i pochi tentativi che io conosco di mettere a punto una eudaimonia, vale a dire una dottrina morale che identifichi il bene con la felicità – e, aggiungerei io per essere maggiormente preciso, più che con la felicità con uno stato di benessere, di serenità, di pienezza e anche capacità di sorridere e godere – siano stati operati proprio nell’ambito del pensiero diciamo così, genericamente, di sinistra, ammesso quest’ultima parola abbia ancora un qualche senso.
C’è una tendenza insita nelle tradizioni del pensiero di sinistra alla commiserazione, al pianto, al funereo, allo sconsolato, al catastrofico e all’apocalittico: lo spostamento della «abolizione dello stato presente di cose», per usare la più compiuta definizione messa a punto da Karl Marx dell’obiettivo da raggiungere, vale a dire della creazione di uno «stato futuro di cose», quasi automaticamente comporta un soddisfacimento non qui e ora ma là e poi, lasciando all’hic et nunc il fastidio, la scontentezza, il disagio.
Questo è un invito. A quegli amici e conoscenti che talvolta cascano nella trappola di usare l’espressione già cotta «Non ho parole». È un’idiozia, cari amici e conoscenti, ve ne rendete conto? Capisco quello che volete dire, e non voglio farvene una colpa, ma esprimetelo in altro modo. Per esempio col silenzio. Se non avete parole perché allora dovete usarne?
Leggo nel sito dell’Ansa che un pensionato di Palermo è stato denunciato per truffa dopo che le telecamere installate in un bar hanno rivelato che era stato proprio lui a mettere nella briochesa appena morsa la monetina da due centesimi a cui l’uomo attribuiva la responsabilità di avergli danneggiato la dentiera chiedendo come risarcimento 2.500 euro.
Ha commesso un reato, è giusto che paghi. Non c’è discussione. Eppure quell’uomo fa tenerezza. E anche un po’ di simpatia. Sembra di rivedere alcuni film di Totò, che si deve fare per campare. Fa tenerezza e simpatia soprattutto se si pensa all’ammontare della truffa: 2.500 euro. Per carità: son soldi dell’esercente, sottrarglieli con l’inganno è sbagliato ed è giusto pagare. Ma poi vengono in mente i 25.000 euro, i 250 mila euro, i 2 milioni e mezzo di euro, i due miliardi e 500 mila euro e il mondo nei panni del barista raggirato e distinti signori nei panni del povero pensionato.
Bisogna rendere la vita un po’ più difficile a quelli convinti che tu sia sempre in grado di capire.
Ho saputo solo qualche ora fa che il 14 gennaio scorso è morto Paolo Rossi Monti, e sono inebetito. Aveva 89 anni e prima o poi doveva succedere. Ma, maledizione, perché è successo? Se ho imparato qualcosa in buona parte lo devo a lui. È stato il mio primo professore all’Università e mi affascinò con le sue lezioni pacate, difficili, ma piene di suggestioni, di spunti, di rimandi e richiami. Non ce l’ho fatta a laurearmi con lui come gli avevo promesso preferendo il mestieraccio del giornalista a quello dello studioso, però ho avuto la fortuna di averlo come controrelatore, mentre uno dei suoi allievi, Sandro Pagnini, mi ha guidato in quel lavoro. Al primo esame mi mise sotto torchio. Mi aveva fatto una domanda ed io forse avevo risposto in maniera un po’ imprecisa, lasciandogli il dubbio che volessi sostenere una tesi che a lui suonava strana e mi disse: «Vuol sostenere questo?» Difesi le mie idee cercando di puntualizzarle e lui manifestò il disappunto per la convinzione ma l’apprezzamento per il fatto che le sostenessi: mi stava insegnando la libertà. Anche di sbagliare. Al 30 aggiunse una lode.
Ognuno di noi ha le sue parole che odia. Non le sopportiamo, ci infastidisce sentirle pronunciare, acceleriamo la lettura quando le troviamo in una riga scritta, siamo pronti a intavolare liti con chi se ne serve per chiedere che se ne faccia ammenda, che vengano epurate, reiette. Ebbene, fra queste parole, per me, c’è la parola “vergogna”.
Mi danno fastidio quelli che tentano di concludere una discussione dicendo «Vergognati!». Mi irritano quelli che commentano un fatto scellerato dicendo «È una vergogna!» Provo tenerezza, ma anche desiderio di spingere altrove, di dis-trarre, nei confronti di chi ammette di aver provato vergogna per qualcosa.
Credo che la mia idiosincrasia verso questo termine derivi da una lunga e approfondita, anche tormentosa per certi versi, riflessione sull’apparato lessicale e concettuale della religione cattolica, tant’è che analogo fastidio provo per la parola “colpa”. Di più: per una riflessione su quanto anche altri impianti concettuali, meno religiosi ma altrettanto moralistici, hanno attinto a quel vocabolario, e quindi a quella cultura, per alimentare i parametri del proprio ragionare e giudicare.
La rete oggi era affollata di segnalazioni di due morti: quella di Whitney Houston e di Onofrio Pirrotta. Nessun nesso, ovviamente, se non la data del decesso. Ho volutamente letto poco sull’argomento. Ma vorrei dire qualcosa in entrambi i casi.
Whitney Houston. Ho nelle orecchie la sua voce che canta la colonna sonora di Bodyguard. Roba da Hollywood, non bisogna prestarci attenzione. Eppure. Quella voce suona lì, dove uno ogni tanto fa il sentimentale. Qualcuno ha scritto: nessuna pietà per chi si droga, famoso o meno che sia. No, invece. Pietà per chi si droga. Per chi ci mette molto tempo ad ammazzarsi perché non trova il coraggio di farlo in due balletti. La condanna del cosa si fa per drogarsi è un’altra cosa. Mi dispiace signora Houston. Qualunque sia stata la motivazione che l’ha spinta lì.
Onofrio Pirrotta. A parte la conoscenza che abbiamo tutti per averlo visto in video, recentemente ci eravamo incrociati in rete. Non ci siamo detti neanche una parola, ma è curioso che avessimo intelligenti amicizie comuni via Fb. Spesso ho letto le sue note. Sono encomiabili. E spero che vengano raccolte e pubblicate. Meritano.
Gentile signora Silvia De Aglio,
ho letto la comprensibilmente riottosa intervista estirpata, più che concessa, al “Corriere della Sera”, nella quale giustamente, ritengo, afferma di non aver niente di cui giustificarsi ed ho perciò tentato di difenderla da accuse che le sono state rivolte e a me suonavano ingiuste. Sia chiaro, se ho deciso di difenderla è perché queste sono le mie idee, quindi non mi deve nulla, neanche un ringraziamento: certamente è in grado di difendersi da sola, non ha bisogno di paladini, di più, probabilmente non c’è niente di cui difendersi, se non voci, invidie, gelosie, calunnie e a quelle, sa, purtroppo, non c’è mai fine.
Dice il premier che il posto fisso è monotono. Non so, non ce l’ho più da molti anni un posto fisso. Da quando l’Unità ha licenziato me e tutti i miei colleghi perché qualcuno l’ha amministrata di schifo e i miei
conti in pareggio, se non in guadagno, sono stati gettati alle ortiche. Poi, per dieci anni ho fatto il Cococo, di lusso, ma pur sempre Cococo: contratto a legislatura. Posto preso da una collega a cui mi ero impegnato a garantire un po’ di monotonia. E gettato alle ortiche da uno che sta in quel partito che oggi contesta Monti per la sua sortita.
Sospetto che dalla melma in cui è questo paese non se ne uscirà mai. Berlusconi lo ha affossato e niente può essergli perdonato, ma il livello di sfascio a cui lentamente, in molto tempo, si è votato, sono suoi propri, connaturati, indistruttibili.
La storiella che sto per raccontare è insignificante di per sé. È un’inezia. Ma proprio per questo è esemplificativa di quanto profondo sia il capovolgimento di senso, l’assurdo in cui siamo finiti. È un argomento di cui mi ero già occupato in un altro post, non ricordo più quale, ma non ha molta importanza, se non che notare qualcosa di analogo due volte è una conferma.
Tempo fa una amica molto cara mi ha offerto una cena in un ristorante, a base di tagliata. Potevamo mangiarne a volontà, tutto incluso. Ci siamo contenuti. Un acquisto, mi ha spiegato, fatto tramite computer, mediante quella ditta che non intendo nominare per non incorrere in ritorsioni legali, le quali in questo momento mi sarebbero oltre modo fatali, ma di cui moltissimi conoscono le curiose gesta. Vendono di tutto a prezzi apparentemente scontati e, mi hanno spiegato, buona parte del ricavato va alla ditta che vende, non al fornitore del bene o del servizio, il quale, però, si fa conoscere, si reclamizza, aggancia nuovi clienti.
Rita Martinelli è una di quelle persone che conosco solo attraverso questo schermo e con cui ho stretto una amicizia come se ne hanno solo fuori. Ruvida e ispida, l’amicizia, non lei. Tant’è che un giorno mi ha detto pibinco e io le ho chiesto cos’è, e lei ora me lo ha spiegato.
Su pibincu esti cussu cristianu (o cussa cristiana) chi fairi tottu is cosasa mera mellusu e s’altrusu. Du portara in su sanguini su de fai tottu beni poi faì bì cà issu sciri tottu is cosas. Issu narra tottus cun pertzisione. Ma cussu d’essi issu unu pinbincu, non esti sceti po pertzisione a intru calinquna chistioni. Eh! Fosse scetti cussu! Balla ca no. Issu esti pertzisu in d’onia s’cosas. Funti custasa fueddu o calinqunu traballu. Issu du fairi mellusu e s’altrus. Deppi fai bisi ch’esti commenti narra cussu e bò! Esti commenti i maistas cun is picciocchedusu: ascurtai e fei su chi si nau deu…peròu non si n d’accatara d’ essi unu segamentu e mazza. Esti fichiu in d’onia cosa, fince in is cosas de is’altrus. Candu biri genti arrescionanendi si poniri in mesu de sa chistioni e curregiri su chi naranta. Po nu pagu fairi puru a du tenei. Poi, po du fai scitturiii, po du accontentai cun sa speranza chi si scitti, sa genti, di narra “eja…” ” ca eja…” “banda beni”. Ma issu e tostau mera, peu de una cozzina e candu pasienzia nun ci n d’esti prusu e issu nu d’accabara, toccara a in ci du fai crafai in sa bassa prima dhe issu, non scetti ti fai pigai unu dolori e brenti, ma finca dolori de gù! [Continua a leggere >>]
Ho letto che è morto Franco Pacini. È stato uno dei più importanti astrofisici italiani. Varie volte l’ho incontrato ad Arcetri dove lavorava. Era una di quelle belle menti che c’erano in questa città. Vorrei ricordarlo pubblicando un’intervista che gli feci molto tempo fa, il 21 febbraio 1988, per l’Unità, e si intitolava Noi, figli delle stelle.
Sapesse, caro Presidente, quanto lo spero anch’io. Come Lei, che ho avuto l’onore di conoscere quand’ero un misero cronista e Lei non ancora la più alta carica dello Stato, forse per gli stessi ideali che ci hanno corso il petto, auspico davvero, e non solo per me, che il lavoro non sia più un privilegio, come ha sostenuto dinanzi al Suo cospetto, durante la consegna dei premi Leonardo 2011, la gentile signora Federica Giorgi, dipendente del gruppo Gucci, la quale, come dire, ha espresso quel sentimento di baciare il terreno ai propri piedi quando si può onorare il proprio obbligo verso la comunità di cui si fa parte e garantirsi lo stretto indispensabile per campare. [Continua a leggere >>]
Non ho seguito con attenzione la vicenda del naufragio davanti all’isola del Giglio, per cui non voglio entrare nel merito delle responsabilità, dei comportamenti, delle colpe. Non so dire, per esempio, se sia lecito che una nave da crociera con tutta la sua stazza si avvicini esageratamente alle coste senza che nessuno gli intimi di stare alla larga, quando i radar vedono anche la capocchia di spillo su cui un clandestino tunisino si avvicina pericolosamente ai nostri lidi. Non vorrei neanche instillare un dubbio nella pubblica opinione su quanto senso abbia coi tempi che corrono che ci sia gente che se la spassa su un 5 stelle d’alto bordo in pieno gennaio, non il 15 d’agosto.
Sono solitamente piuttosto cinico con gli animalisti, non riuscendo ad esser tenero neppure con i genitori quando gli occhi gli brillano dinanzi al primo neonato. Mi spiace, son fatto male, e questo difetto va ad aggiungersi ai tanti altri di cui dispongo, oltre agli infiniti che mi son stati attribuiti. Però comprendo i sentimenti che si possono venire a formare stando vicino a un bestiolino, non importa quale sia la razza a cui appartiene, umano, felino o canino. Per cui oggi, che temo sia un giorno luttuoso per i padroni di una bastardina, a loro va il mio trattenuto ma tenero pensiero. [Continua a leggere >>]
A dio Caos
Olimpo, Grecia
ancora per poco (non sola) Europa
Egregio dio Caos,
padre di Urano e Gea, nonno delle Ninfe, dei Giganti, delle Erinni, di Afrodite dèa dell’amore, dei Titani, dei Ciclopi e degli Ecatonchiri, bisnonno di Zeus e progenitore dell’intero Olimpo, qualora Lo preferisse Kaos, è senz’altro a conoscenza del mio ateismo e, pertanto, può lasciar inascoltata questa mia missiva, tanto, non se ne faccia un vanto, non è il solo ad aver perso l’abitudine a rispondere in cambio di quella, detta anche vizio, di esser maleducati. [Continua a leggere >>]
A Carlo Bartoli,
presidente Ordine dei giornalisti della Toscana
p.c. a Claudio Armini
vicepresidente Ordine dei giornalisti della Toscana
p.c. a Michele Taddei
tesoriere Ordine dei giornalisti della Toscana
Carissimi e stimati colleghi,
quando nel lontano gennaio 1983 mi è stata consegnata la tessera n. 38048 dell’Ordine nazionale dei giornalisti, l’unica di cui mi pregio oltre a quella dell’Anpi avendo rinunciato a quella della P2, dopo 6 anni di precariato al prestigioso quotidiano fondato da Antonio Gramsci per lavorare nel quale avrei venduto la mamma ai beduini, ammesso l’avessero presa, sei anni che purtroppo non sono stati interamente conteggiati per il riscatto della pensione che diventa sempre di più uno spettro evanescente, ho ritenuto di aver finalmente conseguito la laurea per la quale avevo tanto studiato e sgobbato. [Continua a leggere >>]
pensi sia troppo chiederti di potermi guadagnare onestamente, per qualche anno ancora, di che vivere? Di continuare a spremermi come ho fatto per la maggior parte della mia vita, fin da quando avevo quattordici anni e iniziai, da apprendista carrozziere, a pagarmi la benzina del motorino e fin quando uno che si sciacqua la bocca con fandonie sull’eguaglianza e altre parvenze di sinistra non ha stabilito che fosse giunta la mia ora? Di completare il versamento dei contributi iniziato in giovane età per mezzo dei quali raggiungere un meritato riposo?
Ora mi vergogno della mia pelle bianca e la mia colpa si chiama Gianluca Casseri.
Mentre scrivo, il pubblico delle grandi occasioni sta assistendo al Teatro della Scala a Milano alla prima del Don Giovanni di Mozart, diretto da Daniel Baremboin e, leggo su repubblica.it, un uovo avrebbe colpito l’auto del premier tecnico Mario Monti. Poco grave manifestazione di malcontento che tuttavia richiama alla memoria la stupidità – e lo dico in tono affettuoso – con cui qualcuno di poco più anziano di me fece ben più chiasso, negli anni caldi, a un’analoga “prima”: è vero, si volevano contestare pellicce, imbrillamenti e altri sfarzi, di più le disparità sotto esse nascoste e uno squilibrio che non s’è assottigliato, semmai è cresciuto, ma nella simbologia dell’evento mi è sempre rimasta sgradevole la concomitanza (e l’associazione) fra l’avvenimento mondano e la messa in scena di una manifestazione culturale, qualunque essa fosse o sia oggi.
Avrei già voluto scrivere nei giorni scorsi del suicidio di Lucio Magri, che ovviamente ha colpito, innescando un proliferare di commenti che riguardano lui e più in generale la questione del togliersi la vita e della liceità o meno del modo in cui l’ha fatto. Non escludo di tornarvi prossimamente,
perché sento di aver qualcosa da dire sull’argomento, ma preferisco far sedimentare i pensieri e placare le emozioni. Una delle prime cose che mi sono venute in mente quando ho appreso la notizia è stato un articolo che, nel febbraio del 1979, pubblicai sul periodico degli studenti universitari comunisti di cui ero direttore senza specificarlo in gerenza. Il periodico si chiamava Concentramentorenove in debito alla scritta con cui si chiudevano tutti i volantini che convocavano uno sciopero dando appuntamento a quell’ora in piazza San Marco da cui solitamente muovevano i cortei e l’autore dell’articolo, intitolato Riflessioni sul suicidio di un compagno, era Fabio Palchetti, mio compagno di classe e d’ideali, lui leader del Manifesto mentre io stavo nella Fgci, o più esattamente nel Movimento studentesco. Nella mia testa era vivissimo il ricordo, che non mi ha mai abbandonato, delle parole con cui si concludeva l’articolo in prima pagina, prima dell’errato rimando al seguito del testo all’interno del giornale: «Sarebbe meglio riconoscere i limiti del nostro linguaggio e delle nostre parole. Silenzio sarebbe opportuno: silenzio e rispetto».
Innanzitutto mi scuso per il titolo. Ma quando ci va, ci vuole. E poi è di quello che stiamo parlando. Ho visto su Facebook le rimostranze di chi ha letto su Repubblica che la riforma del sistema pensionistico varata dal governo Monti potrebbe penalizzare maggiormente chi ha 59 anni ed è nato nel 1952, anziché chi ne ha 60 ed è nato un anno prima.
Per i primi, infatti, sarebbe «previsto un posticipo della pensione che rischia di arrivare fino a cinque anni». Mi son limitato a scrivere: «C’è chi si lamenta di dover lavorare ancora i prossimi 5 anni. E chi di non poterlo fare». Ho avuto un bel po’ di strizzatine d’occhio, sì insomma di “mi piace” e mi son sentito in dovere di precisare per evitare qualsiasi equivoco di possibile qualunquismo: «Direi che se volevano dividerci, ci sono riusciti».
Ieri, o ieri l’altro, ho incontrato l’ennesimo individuo che mi ha detto di volermi «spaccare la faccia». Ne colleziono ormai un certo numero e ho la certezza che questo indichi più la consistenza degli anni che porto indosso di una presunta predisposizione ad andarmele a cercare. Se tento infatti di individuare cosa accomuni le reiterate minacce, ciò che trovo sono solo la dichiarazione e l’esser rimaste lettera morta, mentre le cause o i motivi scatenanti sono dissimili in ogni caso e ognuno vive di una vita a sé.
Bisogna cominciare, o ricominciare, a diffidare di tutti quelli che, di riffa o di raffa, giungono a ipotizzare che il mal comune sia un mezzo gaudio, di chi invita a espettorare le inquietudini giacenti nel fondo e depositate fra il ciarpame della cantina per poi passargli sopra una mano di vernice se non solo un panno antistatico.
Per quanto sia poco credente, in quel certo numero d’anni fin qui trascorsi, un’idea sulla ragionevolezza di qualcosa che sta racchiuso nella sacralità me la sono fatta.
Non credo perciò sia causale che la più nota preghiera della cristianità, alla sesta e settima riga, dica: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». La restituzione del dovuto, il saldo del pregresso, l’equa spartizione dello spettante, bello o brutto che sia, hanno dunque antiche radici.
Viviamo in un paese dove se non si devono baciare le pile, bisogna almeno dare a intendere che s’è preso l’ostia e con ciò ci si è confessati, e chi non sta a questo gioco, a meno non abbia altri rituali, ha diritto a vivere ma deve starsene un po’ in disparte. Ma del senso profondo di quel precetto si può far facilmente ammenda. Anzi, è ovvio e implicito si abbia l’esenzione.

Una pausa. Mi prendo una pausa. Sposto la mente altrove, quasi fosse una suppellettile che si può cambiar di posto. Non dirò di Monti e di quelli che dovremo scalare noi prima di lui, perché non c’è un editore “puro” – come paradossalmente in parte lo è stato, agli albori, Berlusconi – che mi remuneri per ciò e versi in mia vece i contributi per giungere alla pensione.
Dirò, invece, qualcosa di Facebook, divenuto argomento di conversazione in qualsiasi cena abbia almeno una portata. Mefistofele o Arcangelo? Dimentichiamo che demoni e cherubini, satani e serafini ce li siamo inventati noi e non discendiamo viceversa da essi, perciò il significato o l’aggettivo che vogliamo attribuire al marchingegno può dipendere solo dall’uso che se ne fa.
Interrompo, per dovere di cronaca, l’interruzione annunciata con Avviso ai lettori del 20 ottobre scorso. Cronaca personale, intendo: lo sfacelo dell’economia o il dopo-pagliaccio son altra cosa.
Nei giorni passati avevo ricevuto una lettera del sindacato (unico) al quale sono iscritto da non so neanche più quanti anni, con cui il Consiglio direttivo in persona, dopo avermi precisato di “essere costretto” a scrivermi, mi fa presente che sono “moroso”: «Da un monitoraggio sul versamento delle quote sociali… risulta infatti che sei in arretrato del pagamento per il 2011».
Detesto essere moroso. Sentirmi in debito mi produce irritazioni cutanee e profonde che non ho ancora imparato a sopportare e per le quali, a tutt’oggi, non ho messo a punto il rimedio che mi consenta di curarle né di non curarmene.
Sospendo per un istante l’impegno preso nel post Avviso ai lettori, che subito dopo rientra in vigore, per segnalare la mostra intitolata undicimaggiomillenovecentosessantuno che la Piccola Schiele esposta nella
Collezione privata di questo blog, inaugura sabato 29 ottobre prossimo alle ore 18 alla galleria CentroArteModerna in Lungarno Mediceo 26 a Pisa, per il cui catalogo mi sono permesso di scrivere quello che compare qui di fianco, invitando chi potesse ad andarla a vedere. Per chi non lo sapesse “gagno” in piemontese significa ragazzo, per lo più detto con quel tono di sufficienza che i più anziani hanno nei confronti dei pivelli. Auguri Loredana e grazie infinite per la tua amicizia con Luca.
Causa scrittura su carta, la scrittura on line è momentaneamente sospesa. Mi scuso per gli eventuali disagi.
Non conosco tutte le carte, i documenti, le eventuali risoluzioni prese o messe a punto dagli indignati ed ho già scritto ieri (Domande alla politica) che non sono indignato: non lo sono neanche per gli scontri a Roma, non perché non provi fastidio, disprezzo e una distanza abissale che mi porta a condannare senza appello quella teppaglia, ma perché sono abbastanza convinto che fosse prevedibile, e su questo punto semmai tornerò in seguito. Mi limito, qui, a segnalare un link per mostrare inequivocabilmente che gli animatori della manifestazione hanno preso le distanze dai violenti, il che è confermato dal fatto che in altre città del mondo i cortei si sono svolti pacificamente.

Fossi Ezio Mauro, il direttore di Repubblica, aspetterei qualche giorno lasciando passare la comprensibile enfasi sugli scontri di Roma e ripubblicherei in apertura di giornale questo articolo di Alberto Custodero comparso oggi sul quotidiano fondato da Scalfari : Il 44% degli italiani “ostile” agli ebrei. L’antisemitismo si diffonde sul web. È una cosa gravissima, di una gravità inaudita, che impone di prendere seriamente in considerazione il fatto e di provvedere subito per arginare i pericoli insiti in un tale scenario. Non penso solo a misure giudiziarie e di polizia che pur auspico, ma a un esame di coscienza, a un guardarsi dentro per comprendere come si stia tentando di infettarci.
Io non sono un indignato. Anzi, non sono indignato. Non ho, a detta di dizionario, quel «vivo risentimento che si prova per ciò che si ritiene indegno, riprovevole, ingiusto». Provo anzi un certo fastidio per la facilità con cui ormai ci scandalizza e basta, nient’altro che scandalizzarsi, quasi si fosse divenuti benpensanti che hanno riprovazione e sdegno.
Trovo però che ci siano molte cose sensate in quello che c’è scritto nei cartelli esposti dal movimento degli indignati. Forse espresse rozzamente, forse, per certi versi, un po’ ingenue, forse non sufficientemente supportate da adeguate ricette di soluzioni alternative, ma questo non è il compito di un movimento, semmai è questione che riguarda i partiti politici. I quali, però, sembrano totalmente indifferenti alle argomentazioni o anche solo alle lamentele contenute in quegli striscioni.
È lecito, onesto, servirsi di uno scrittore, per scoprire non la realtà che lui ci ha rivelato, ma quella che, da lettori, ci risulta evidente ed è sotto ai nostri occhi? È la domanda che viene da farsi dopo aver scoperto il punto d’incontro, e forse di scontro, fra due grandi personaggi della nostra storia civile e culturale, verso i quali l’Italia ha un profondo debito, a giudizio di chi scrive non sufficientemente saldato: Primo Levi e Franco Basaglia.
La relazione tra lo scrittore torinese e il padre della psichiatria democratica è stata messa in luce da Massimo Bucciantini, docente di storia della scienza nell’Ateneo di Siena ed Arezzo che, l’11 novembre 2010, ha tenuto una lezione all’Università di Torino, ora pubblicata da Einaudi nella collana “Lezioni Primo Levi” con il titolo Esperimento Auschwitz[i].
Per dovere di cronaca o completezza d’informazione: la vicenda di cui ho scritto in Condividi e in Ceronetti vs Diamanti , riportando gli articoli dei due intellettuali intitolati Non studiate! e Ragazzi, accumulate parole si chiude, sembrerebbe, con questo altro articolo di Ilvo Diamanti intitolato Ragazzi studiate!
Hürth è una cittadina tedesca del Rhein-Erft-Kreis, circondario appartenente allo stato federato della Renania Settentrionale-Vestfalia. È, tra l’altro, la città che ha dato i natali a Michael Schumacher e a suo fratello Ralf. Si trova a circa 9 km da Colonia, in direzione sud-ovest, sul versante nord-orientale del parco naturale Kottenforst-Ville. Consiste di 13 villaggi una volta indipendenti e – leggo su Wikipedia – alterna frazioni e centri commerciali distribuiti su un’area relativamente grande, intervallata da laghi e tratti di foresta.
Il callo dello scrivano ha lasciato il posto all’epicondilite acuta, meglio nota come gomito del tennista, anche se v’incappa non solo chi sforza il braccio a furia di infierire sulla racchetta per respingere una pallina pelosetta che giunge dall’altra parte del campo. Mal diffuso, in questa sua versione tutt’altro che sportiva imputabile a Douglas Carl Engelbart, un americano di origini svedesi e norvegesi nato a Portland il 30 gennaio 1925, che il 21 giugno 1967 ottenne il brevetto per il suo indicatore di posizione X-Y per display: vale a dire il mouse, il topolino con cui ci muoviamo in qua e in là sullo schermo del computer convinti di poter così perlustrare il mondo e anche le sue propaggini galattiche. A Engelbart, che a inventare il mouse c’è arrivato lavorando insieme a un tal Bill English, si dice si debbano anche l’ipertesto, le reti di computer e l’interfaccia grafica. E tuttavia la sua intuizione fu sfruttata commercialmente e resa insostituibile prima dalla Xerox che produsse il primo computer dotato di interfaccia grafica e mouse, lo Xerox Star, e poi da Steve Jobs che ne sviluppò una versione più avanzata, quella di cui si avvalgono ancora oggi tutti i pc del mondo.
Per quanto stia scrivendo questo articolo con un Mac del quale sono sostanzialmente soddisfatto – anche se, come per la maggior parte degli strumenti tecnologici, trovi che spesso rinnovandoli li si rendano più farraginosi e meno funzionali –, e per quanto comunque mi dispiaccia la morte di un uomo, tanto da sentirmi in dovere, a commento della considerazione di una bella mente su Facebook che invitava ad aver più attenzione per i morti di Barletta che per l’inventore miliardario, di riportare la celebre frase di John Donne «Nessun uomo è un’isola, intera per se stessa; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera; e se una sola zolla vien portata via dall’onda del mare, qualcosa all’Europa viene a mancare, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io son parte vivente del genere umano. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te»; ebbene, malgrado tutto ciò, non riesco a lacerarmi le vesti o a invocare santità.
Ho esposto anch’io, sulla bacheca di Facebook, l’appello a salvare Wikipedia che, come spiega questo articolo pubblicato su l’Espresso, dal 4 ottobre ha oscurato la versione italiana dell’enciclopedia fatta dal popolo (in realtà non è così ed è bene che non sia così, ma serve a capirci) in segno di protesta contro il comma 29 della lettera a) del disegno di legge Norme in materia di intercettazioni telefoniche, il quale recita: «Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono».
Ieri sera ho guardato su Youtube, suddiviso in 9 spezzoni, il film/documentario di Federico Micali, Cinema Universale d’Essai, del quale il Dizionario del cinema di Morandini dice:
«Era un cinema di Firenze, in via Pisana 43 nel quartiere del Pignone, vicino alla Porta San Frediano. Si trasformò in d’essai nel gennaio 1974 con programmazione mensile su richiesta del pubblico. Divenne, riflettendo quegli anni di caos, un polo d’attrazione politico-culturale specialmente per gli studenti universitari di sinistra, una scuola d’immedesimazione anarchica per tutti coloro che trovavano al cinema quel che inutilmente cercavano nella società».
A volte, mi chiedo contro quale scoglio farà naufragio tutto ciò, poiché si fa sempre naufragio: sarà una sposa, un figlio troppo amato, uno di quei tranelli legittimi nei quali restano impigliati i cuori più timorati e puri; o sarà semplicemente l’età, la malattia, la stanchezza, il disinganno che ci avverte che, se tutto è vano, lo è anche la virtù?
Marguerite Yourcenar