Sensi di colpa

21 luglio 2016

Un difetto dei cattolici è che non solo provano i sensi di colpa, ma cercano di instillarteli. Nel mio caso invano.

Sul “Sole 24h” le apnee notturne

30 giugno 2016

Un mio articolo sul sito del Sole 24 Ore sanità:

MEDICINA E RICERCA
Lifting contro le apnee all’ospedale Humanitas San Pio X di Milano
di Daniele Pugliese

Undici milioni di italiani – il 50% uomini tra 40 e 60 anni, e il 23% donne, soprattutto dopo la menopausa – secondo le stime dell’ospedale Humanitas San Pio X di Milano, russano , sono cioè affetti da roncopatia, malattia cronica evolutiva, spesso presente anche nei bambini, causata da obesità, malformazioni cranio-facciali e delle vie respiratorie (oro-faringee), aggravata da fumo e alcol. Se associata ad apnee ostruttive notturne (Osas), cioè un’interruzione transitoria della respirazione durante il sonno causata dall’ostruzione temporanea delle vie aeree superiori che collassano su stesse, la roncopatia può aumentare, anche del doppio, il rischio di incidenti, oltre a quelli di ipertensione, infarto cardiaco e ictus.

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I ritratti di Fiamma

21 giugno 2016

Fiamma Ciotti: ritratto di Piero Farulli

Fino al 15 settembre alla Biblioteca di Fiesole in via Sermei 1 è possibile vedere i volti di una ventina forse trenta cittadini dell’antico centro etrusco e poi romano, vivi o morti, che la nipote di una delle due persone essenziali nella mia vita, Fiamma Ciotti, ha ritratto tratteggiando con la matita guardandoli in faccia o sbirciandoli su una foto magari sbiadita, l’unica rimasta di un personaggio che ha fatto la storia di quel paese, non quella epica che rimane negli Annali e nei libri, ma nel ricordo di chi lì ha a lungo vissuto anche quando il mondo era più in bianco e nero o meno colorato da artefatti e posticci.

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Handicap d’amore

11 aprile 2016

L’amore può esser cieco ma non sordo.

Dal blog di Andrea Liberovici

Stati di salute

7 aprile 2016

Evitare di dire che si sta male anche nel caso in cui così davvero si stia dà la possibilità di non dover aggiungere che si sta meglio qualora tale sia il nuovo scenario. Ma sono davvero pochi coloro i quali si sono resi conto di questa educata banalità.

Il sito di Gilberto

3 aprile 2016

Gilberto Briani

Con la ripubblicazione di questo articolo di Laura Lilli, uscito su “la Repubblica” del 25 gennaio 1985 che raccoglie la testimonianza della figlia di Wilhelm Reich sulla figura di suo padre, direi che prende ufficialmente il via il sito di Gilberto Briani, lo psicoterapeuta a cui devo molto del mio percorso fatto, direi della mia capacità di essere quello che sono e di vivermelo al meglio possibile. Perciò gli ho dato una mano a metterlo su e invito i miei lettori a darci di tanto un’occhiata per scoprire quello che ha da dire ed insegnare. È inoltre un punto di riferimento di gran qualità per chiunque abbia problemi con se stesso da affrontare.

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Occhi aperti

30 marzo 2016

Verrà la morte, avrà i miei occhi e li troverà svegli ed aperti. E chissà se se la sentirà di guardarci dentro.

Scippi

27 marzo 2016

Se trovo quello stronzo che ci ha rubato la possibilità di dirci “Stai sereno!”

La gravità del tu

26 marzo 2016

In questo lembo di terra non a torto rivendicante per sé un glorioso passato di civiltà, siamo governati da un bifolco sprecone sclerotico a cui riserverei la miseria che a piene mani ha sparpagliato nell’ultimo quindicennio, confessando di saper e poter far poco malgrado l’esagerato potere e il prestigioso ruolo ingiustamente attribuitogli.

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Quella città scossa

17 marzo 2016

Foto di Federico Pacini

Ho passato parte degli ultimi tre anni – da quando un uomo intelligente e onesto, e non quella banducola di banditi che invano millanta inesigibili crediti, ha gettato un salvagente a cui potermi aggrappare – a persuadere, tra le molte altre cose, cronisti locali, ma soprattutto operatori televisivi di emittenti giunte anche dal lontano Oriente o dalla blasonatissima Cacania, raccontando loro del primato dell’ospedale nelle cui stanze si trovava il mio ufficio: l’essere il più antico nosocomio al mondo ancora in funzione: l’ospedale Santa Maria Nuova di Firenze. Ovvero sia un luogo di ricovero, cura ed assistenza nel quale nemmeno un solo giorno, pare, – guerre, epidemie di peste, alluvioni e cataclismi compresi – s’è smesso di far del welfare dal lontano 1288, quando Folco Portinari, padre della Beatrice amata da Dante, grato del benessere derivante dalla sua prestigiosa e proficua occupazione, si sentì in dovere di sdebitarsi nei confronti del prossimo, dando appunto ospitalità, accoglienza e premura a chi di passaggio – pellegrino o emigrato che fosse – o bisognoso di aiuto, assistenza, sostegno.

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Antiche sensibilità

15 marzo 2016

Il 19 febbraio scorso, con un articolo intitolato Flussi, rivoli, vita, dopo aver dato conto delle interessantissime conferenze organizzate da Wlodek Goldkorn al museo Pecci di Prato ed intitolate “Uomini e guerra”, nel corso delle quali hanno parlato Luis Sepulveda, David Grossman, Marco Belpoliti, Donatella di Cesare e Gad Lerner, ho deciso di riproporre ai lettori del mio blog l’inchiesta sui primordi dell’immigrazione straniera che l’edizione toscana de l’Unità pubblicò tra il 6 luglio e il 4 agosto 1985, trentuno anni fa.

Io ero un giovane cronista, con solo 6-7 anni di mestiere sulle spalle ed il viatico in mano per diventare il più fedele e longevo vice caporedattore della redazione fiorentina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e l’alter ego del mio grande maestro, Gabriele Capelli, avendo iniziato a svolgere le mansioni credo nel 1986 per ottenere la qualifica, ma di caposervizio appena, solo nel 1989. Pago queste generosità ed il cinismo degli ultimi padroni delle ferriere con una pesante penalizzazione economica che mi costringe a pietire e chiedere malgrado l’età, ma tant’è: ne ho sul piano dell’onore.

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Immigrati nel 1985: l’indice dell’inchiesta

15 marzo 2016

L’indice degli articoli della mia inchiesta sull’immigrazione straniera fatta per l’Unità nel 1985, ripubblicata in questo blog fra il 21 febbraio scorso ed oggi.

0.1. L’annuncio«Stranieri in Toscana» – l’Unità, 6 luglio 1985

1.1. Il fenomenoUn universo di gente che arriva da tutto il mondo - l’Unità, 7 luglio 1985

1.2. Le regole -Ecco le regole per vivere e lavorare qui – l’Unità, 7 luglio 1985

1.3. I datiQuanti sono e da dove vengono – l’Unità, 7 luglio 1985

2.1. Il razzismoMa questa è davvero una terra ospitale? – l’Unità, 10 luglio 1985

2.2. L’integrazioneImmigrati, gente di riguardo – l’Unità, 10 luglio 1985

2.3. La linguaLa lingua è il problema più grande – l’Unita, 10 luglio 1985

3.1. Introduzionel’Unità, 17 luglio 1985

3.2. La legislazioneUn mare di vaghe circolari sul lavoro – l’Unità, 17 luglio 1985

3.3. Le colf eritreeUn angolo per sognare la patria – l’Unità, 17 luglio 1985

3.4. Filippine e capoverdianiAAA cercasi tuttofare senza pretese – l’Unità, 17 luglio 1985

4.2. Il lavoroOrari di lavoro che generano piccoli ghetti – l’Unità, 19 luglio 1985

4.3. La casaQuando la casa è solo un letto in uno stanzone – l’Unità, 19 luglio 1985

4.4. La scuolaE nella scuola non c’è posto per i clandestini – l’Unità, 19 luglio 1985

5.1. I profughi sudamericaniQuando la gente cantava gli Inti Illimani - l’Unità, 21 luglio 1985

6.1. I rifugiati politiciSono rifugiati, il regime non li vuole più – l’Unità, 25 luglio 1985

6.2. Scuola e universitàScuole, università e campus. Il richiamo della cultura - l’Unità, 25 luglio 1985

6.3. Studenti in cifrel’Unità, 25 luglio 1985

7.1. Gli americaniUna tappa obbligata per tanti americani, anche per chi fugge - l’Unità, 30 luglio 1985

8.1. I tedeschiE Goethe lanciò il mito Italia – l’Unità, 2 agosto 1985

9.1. Le risposteUna società che si muove per essere più ospitale – l’Unità, 4 agosto 1985

9.2. Immigrati e emigratiSono come noi quando emigravamo in Germanial’Unità, 4 agosto 1985

Stranieri 9/2: immigrati e emigrati

15 marzo 2016

Sono come noi quando emigravamo in Germania

«Solidarité avec la femme uruguayenne». Solidarietà con la donna uruguayana. Nell’ufficio di Alvaro Agrumi, il segretario regionale della Cgil, spicca questo manifesto. Non è il solo. Ci sono anche i bozzetti incorniciati di vari manifesti per il primo maggio e un antico bando di non ricordo più quale fabbrica che convoca il referendum per decidere se riprendere o no l’attività lavorativa dopo uno sciopero. Ma è il manifesto della solidarietà che mi colpisce. Sarà perché l’argomento dell’intervista che gli ho chiesto sono i lavoratori stranieri. Racconto al segretario della Cgil che qualcuno degli stranieri intervistati non è troppo soddisfatto di quello che il sindacato fa per loro.

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Stranieri 9/1: le risposte

14 marzo 2016

Una società che si muove per essere più ospitale

«Se il nostro lavoro serve alla società toscana allora ci diano condizioni di parità». Uno dei tanti lavoratori stranieri intervistati per questa inchiesta ha tagliato la testa al toro ponendo il problema nei suoi termini reali. Non è giusto servirsi della loro manodopera senza poi concedere parità di diritti e di dignità.

La società toscana deve porsi questo problema. I flussi dell’emigrazione (dei toscano cioè che se ne vanno) sono in diminuzione, mentre è in crescita l’arrivo di altri popoli. E in parte il problema viene posto. Dice Ahmad Yusuf, membro del consiglio internazionale della Lega dei popoli: «Sì, qualcosa è stato fatto in Toscana. La Regione ha tentato, con il convegno sull’immigrazione, con le due proposte di legge approvate dalla giunta e che ora saranno discusse dal consiglio regionale». Le due leggi, spiega Ahmad Yusuf, riguardano l’inserimento di un certo numero di stranieri nei corsi professionali e l’apertura delle strutture della Consulta regionale sull’immigrazione anche a chi viene da un altro paese.

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Stranieri 8/1: i tedeschi

13 marzo 2016

E Goethe lanciò il mito Italia

Sto facendo un’inchiesta sugli stranieri, mi racconteresti quello che mi hai già detto una volta su come sei arrivata in Italia?

La ragazza tedesca, studentessa di restauro artistico e apprendista in una bottega artigiana, risponde di no. Se si tratta di un’intervista per un giornale, no. Raccontare in privato è altra cosa, la tranquillità non viene intaccata.

«E poi – dice – non ho niente da raccontarti, io vivo bene, non ho problemi».
Era proprio quel che volevo sentirmi raccontare, che esiste qualche straniero che non ha problemi, che non ha tutti i giorni la vita complicata dall’affanno di trovare un lavoro, di tenersi buono il funzionario della questura che firma il permesso di soggiorno. Ma comunque, se non vuol parlare, lasciamo perdere.

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Stranieri 7/1: gli americani

12 marzo 2016

Una tappa obbligata per tanti americani, anche per chi fugge

Telefonata al consolato americano. Ci sarà pure qualcuno disposto a raccontare la vita di un emigrato in Toscana da una nazione ricca, uno di quegli stranieri che non sono costretti come molti altri ad accettare i lavori più umilianti, che non hanno problemi di clandestinità. Ma la risposta è negativa. Il consolato è tenuto a rispettare la «privacy» del cittadino americano, a proteggerlo da interferenze che possono non essere gradite.

«Se vuole posso darle qualche dato sulla comunità americana a Firenze», aggiunge il funzionario del consolato. In mancanza di meglio prendiamo i dati. Nella villetta liberty sul Lungarno Vespucci dicono che ci sono più di 10.000 americani fra la Toscana e l’Emilia, regioni su cui ha giurisprudenza il consolato fiorentino. «Sa – aggiunge il gentile funzionario dell’ufficio cittadinanza – non tutti gli americani che stanno qui sono registrati al consolato. Sono liberi di farlo. E se lo fanno è perché vogliono una protezione».

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Stranieri 6/3: studenti in cifre

12 marzo 2016
Agraria Architettura Economia e commercio Farmacia Giurisprudenza Ingegneria Lettere e filosofia Magistero Medicina e chirurgia Scienze matematiche, fisiche e naturali Scienze politiche Scuola di assistenza sociale Scuola di statistica Scuola di specializzazione in terapia della riabilitazione TOTALE
EUROPA 23 284 24 35 24 24 136 44 201 21 18 2 4 2 842
di cui:
Grecia 11 231 6 31 12 21 22 11 72 16 16 - 2 1 452
Rft 5 24 7 1 3 1 22 6 106 - 1 1 - - 177
Svizzera 2 3 2 1 3 - 53 10 1 - - 1 - - 76
ASIA 9 219 10 27 - 27 25 12 61 12 5 3 - - 410
di cui
Iran 8 135 7 19 - 16 11 6 17 9 3 3 - - 234
Giordania - 22 1 1 - 8 1 3 4 - - - - - 40
Israele - 10 - 2 - - 2 - 9 1 1 - - - 25
AMERICA 3 31 5 1 2 6 22 14 21 5 13 - 2 - 125
di cui
Usa - 5 3 - 2 3 13 10 13 5 6 - - - 60
Argentina - 3 - - - - 4 4 3 - 1 - - - 15
Venezuela 1 6 2 1 - 3 1 - - - - - - - 14
AFRICA 43 49 3 12 1 20 8 1 29 5 4 - - - 175
di cui
Nigeria 8 27 1 6 3 - - 7 - - - - - - 53
Somalia 2 3 1 3 - 1 3 - 14 2 1 - - - 30
Algeria 22 3 - - - 5 - 1 - - - - - - 31
OCEANIA - - - - 1 - 1 1 4 - - - - - 7
di cui
Australia - - - - 1 - 1 1 4 - - - - - 7
APOLIDI - - - 1 - - - - 1 - - - - - 2
TOTALE 78 583 42 176 28 77 192 72 317 43 40 5 6 2 1.561

I dati ufficiali di questa tabella illustrano il numero di studenti stranieri iscritti all’Università di Firenze nell’anno accademico 83-84 in base ai principali paesi di provenienza

l’Unità25 luglio 1985

L’8 marzo di Medea

9 marzo 2016

Federica di Martino nella "Medea" di Gabriele Lavia

Com’è in uso in Italia dal 1946 per iniziativa delle onorevoli comuniste Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei, l’8 marzo andrebbe onorato – e spesso l’ho fatto in passato – distribuendo la mimosa, fiorita proprio in questi giorni, alle donne cui questa data è dedicata.

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Stranieri 6/2: scuola e università

8 marzo 2016

Scuole, università e campus. Il richiamo della cultura

Chi viene in Italia e ha deciso di imparare l’italiano non ha problemi. Di scuole private che glielo insegnano ce ne sono quante ne vuole. Soprattutto a Firenze. Piccole, grandi, antiche e moderne, con corsi collaterali di tutto un po’, dalla grande cultura rinascimentale alla storia dell’arte, finanche alla cucina. Basta avere un gruzzolo di soldi in tasca.

Quante ce ne sono? A Firenze grosso modo una trentina. Alcune aprono e chiudono i battenti nel giro di poco tempo, giusto una stagione. Altre si sono invece consolidate nel tempo, sono diventate una specie di istituzione famosa in mezzo mondo, con succursali o punti di appoggio oltreoceano e oltralpe.

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Architetture

7 marzo 2016

Le scale nell’atrio di casa mia viste da Carolina Uribe, grande amica di mio nipote Leo.

Foto di Carolina Uribe

Comunità solidale

7 marzo 2016

Questo il volantino che ho messo questa mattina nelle 48 cassette della posta del palazzo dove vivo:

Le cassette della posta del palazzo dove vivo

A tutti gli inquilini

Gentilissimi inquilini,

sono Daniele Pugliese, quello che, per un po’ di giorni, ha esposto sopra alle cassette della posta una busta strappata, “ringraziando” chi l’aveva aperta sottraendone il contenuto, cioè un libro che per lavoro avrei dovuto leggere. Insomma sono quello che in pubblico ha denunciato un pur modesto furto avvenuto in questo palazzo.

Ieri sera, tornando a casa, ho trovato sopra alle cassette della posta il libro: insomma chi l’aveva sottratto l’ha restituito, un po’ maltrattato, ma sano e salvo. E, come avevo sperato, forse lo ha letto. È il libro appena uscito di un autore francese intitolato In guardia! che racconta la storia del duello, quello che si vede nei film con la pistola o la sciabola o il fioretto.

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Stranieri 6/1: i rifugiati politici

7 marzo 2016

Sono rifugiati, il regime non li vuole più

Rifugiati politici? Non c’è dubbio, anche se la legge non li riconosce tali. Questa condizione era concessa solo a quelli che scappavano dai paesi dell’Est. I limiti erano rigorosi, geografici e temporali. Riguardavano gli avvenimenti verificatisi in Europa prima del 1951. Dopo la firma del protocollo del 1967, l’Italia accetta di rimuovere unicamente la clausola temporale, non quella geografica. Eccezione è stata fatta per il Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Allora la pressione popolare in Italia era troppa perché i governi non concedessero asilo a chi era scappato dalle torture e dai massacri fascisti. Ma anche per un gruppo di afghani, dopo l’invasione sovietica, e per la «boat people», la gente fuggita dal Sud-Est asiatico, quando al prezzo di feroci lotte intestine sono stati scacciati gli imperialisti americani.

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Lo Steinway e il Mac

6 marzo 2016

Maddalena Dalla Torre, appassionatissima amante della musica, mi ha portato alcuni giorni fa – lunedì 29 febbraio per l’esattezza – al teatro della Pergola a sentire un arzillissimo signore – si chiama Pier Narciso Masi e senz’altro il suo nome andrebbe preceduto dal titolo maestro – suonare, da solo o con Matteo Fossi, Mozart, Beethoven e Schumann, facendo scaturire note, accordi e quant’altro fa musica appunto da due Steinway, mitico pianoforte prodotto inizialmente in Germania e poi soprattutto a New York, dove ancora ne sfornano – come mirabilmente raccontò su “La Stampa” diversi anni fa, e mi riprometto di far saltare fuori dal mio archivio quell’articolo, non ricordo più se Gabriele Romagnoli o Andrea Di Robilant – a ritmi da catena di montaggio, il che mostra che anche la fabbrica del capitalismo ha i suoi lati positivi. Due Steinway datati 1890, proveniente da villa Schifanoia a Firenze, e 1923, di proprietà dell’Accademia Chigiana di Siena fino al 1988, restaurati dagli artigiani che lavorano per Gian Castone Checcacci, storico negozio di strumenti musicali presso il quale noleggiai molti anni fa un verticale probabilmente della Sony per vedere se, anche così, la felicità riusciva a spandersi per le stanze di casa.

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Stranieri 5/1: i profughi sudamericani

6 marzo 2016

Quando la gente cantava gli Inti Illimani

Aveva 17 anni quando l’università privata a cui si era iscritta in Colombia fu invasa dai militari. Ora ne ha trentadue, lavora in una tipografia e da più di dieci anni sta in Toscana, dove ha vissuto interamente la stagione «felice» della grande solidarietà con i popoli in lotta dell’America latina ed il tramonto amaro di quell’esperienza.

Non fa piacere a nessuno studiare con le divise, gli elmetti e i mitra che stanno dietro l’angolo. E così Claudia Rodas fece le valigie e puntò verso l’Europa. Ma quella fu solo la goccia che fece traboccare il vaso. Non si trattava esattamente di una fuga per motivi politici. «Avevo la possibilità di restare. – dice – Non è stata un’emigrazione forzata. Ma i motivi di insoddisfazione erano molto forti». C’era il grande desiderio di viaggiare, di conoscere un’altra parte del mondo, gente diversa, forse certe radici di una cultura che là in Sudamerica ha seguito strade diverse, pur partendo da uno stesso ceppo.

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Stranieri 4/4: la scuola

5 marzo 2016

E nella scuola non c’è posto per i clandestini

Guardano tutto il giorno i bambini degli altri. E i loro? Sono tante le domestiche eritree, capoverdiane, filippine che, avendo con sé dei figli, non possono tenerli nella casa dove vivono. Il contratto di lavoro parla di loro e basta, i figli non c’entrano.

Così molte sono costrette a rivolgersi ad istituti religiosi o a collegi privati dove poter far stare i loro figli non solo nelle ore di scuola, ma anche nell’altra fetta della giornata, proprio quando loro sono costrette a stare dietro ai figli dei datori di lavoro.

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Stranieri 4/3: la casa

4 marzo 2016

Quando la casa è solo un letto in uno stanzone

Lo straniero che è riuscito a trovare un lavoro regolare, con tanto di busta paga, diventa automaticamente un contribuente. Dal reddito gli detraggono le tasse. Stesso discorso se è residente. Paga tutte le tasse comunali con le quali vengono coperti gli oneri dei servizi pubblici. Ma non gode dello stesso diritto del cittadino italiano nel decidere quali amministrazione comunale guiderà il comune in cui vive.

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L’Università di via Trinità

4 marzo 2016

«Quando si chiedeva a Ernesto de Martino quale università avesse frequentato, egli rispondeva: “Quella di via Trinità Maggiore” (oggi ribattezzata via Benedetto Croce). Per Croce egli continuò a testimoniare riconoscenza e ammirazione anche quando se ne era staccato e quando la sola evocazione del suo nome era considerata indizio di provincialismo. Ricordava volentieri come negli anni della seconda guerra mondiale egli appartenesse a quella “piccola parte della gioventù italiana” che “cercava asilo nelle serene e severe stanze di Palazzo Filmarono per risillabare il discorso elementarmente umano altrove impossibile, talora perfino nella propria famiglia”, ma ancora nel 1958 il tedesco che va a trovarlo per chiedergli solidarietà contro la rinascita della stregoneria nel suo paese lo trova intento a rileggere la “serena e razionale prosa” della Storia d’Europa».

Cesare Cases, introduzione a
Ernesto De Martino, Il mondo magico, Torino, Boringhieri,1973

Stranieri 4/2: il lavoro

3 marzo 2016

Orari di lavoro che generano piccoli ghetti

L’emigrazione genera emarginazione. E così il benpensante è convinto che gli stranieri – statunitensi e tedeschi a parte – si creino da soli un bel ghetto. Li vedono tutti insieme, a frotte, parlare nella loro lingua, strana, almeno quanto la nostra apparirà strana a loro la prima volta che la sentono. Eccoli li riuniti in questa o in quella piazza, sotto il sole più cocente e quando la pioggia viene giù come dio comanda. Ridono, scherzano, parlano. Se gli va bene hanno strappato un posto in un casa del popolo, in un circolo ricreativo, presso qualche associazione democratica laica o clericale che sia. Ma dietro a queste piccolo isole di popoli di altra nazionalità spesso c’è un’emarginazione sottile, invisibile al primo colpo d’occhio. Che ci fanno lì fra loro? Perché non stanno con gli altri, cioè con noi? La risposta non è difficile, basta guardare gli orari di lavoro di un cuoco egiziano o di una cameriera capoverdiana. Quando gli altri sono fuori a godersi il tempo libero, loro sono nel pieno della loro attività. Ma il cuoco chi lo vede, sta in cucina; e la colf è dietro alla pulizie del salotto, fuori dall’occhio degli ospiti. Compare solo alla sera, per servire il drink. Quando gli altri sono magari al cinema. Quel poco di tempo libero che rimane è quasi ovvio che venga speso con i connazionali. Loro capiscono i tuoi problemi. Non parlano un’altra «lingua». Non ti guardano di traverso. E così l’emigrazione, quella prima, quella dal lavoro, genera l’altra, quella dalla società.

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La sbronza spiegata a mio figlio

2 marzo 2016

MEDICINA E RICERCA

di Daniele Pugliese

«Fra tre giorni è il mio compleanno e ho invitato i miei amici. Gabriele però mi ha detto che i suoi genitori non lo possono mandare a casa mia perché il mio babbo è sempre ubriaco». È la drammatica storia di Aldo, un bambino di 6 anni, identica a quella di tanti suoi coetanei. In Italia, infatti, secondo il Ministero della Salute, più di 8 milioni di persone nel 2014, il 15,5% degli uomini e il 6,2 delle donne, hanno superato i limiti del consumo abituale di alcol oltre i quali si rischia di incorrere in problemi di salute. A raccontarla una educatrice professionale che opera in un Servizio alcologico territoriale dell’Azienda sanitaria fiorentina, Ginetta Fusi, la quale non si rivolge stavolta agli adulti, come fa sul campo ogni giorno, ma proprio ai bambini con un libro tutto per loro.

Le lacrime che non scendono” – quelle che restano in gola come un groppo indicibile e si ha vergogna a dire e corrodono le guance ma anche la serenità interiore che è un diritto dell’infanzia – è il titolo di un libro per bambini, quasi certamente il primo del genere non solo in Italia, pubblicato dalle battagliere Edizioni Piagge con i disegni di Laura Berni, una poesia di Simone Cristicchi, il vincitore del Festival di Sanremo 2007, e l’introduzione di Anna Sarfatti.

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Antipasto emiliano

2 marzo 2016

Luisa Pece nei panni di Lucrezia nello spettacolo teatrale in dialetto bolognese "Mei zitela che marine". Foto tratta da Facebook.

Nel post Vicino all’innominata via del 28 febbraio scorso ho accennato all’amicizia che si è instaurata e sta sviluppandosi tra Luisa Pece e me con il mezzano contributo di Maurizio Marinelli, che Luisa ha avuto tra i suoi collaboratori se non ho mal compreso nella stagione più fortunata della casa editrice Baskerville, quando cioè aveva sede in via Farini a Bologna, e la fattiva collaborazione di una rete informatica e delle sue diavolerie che consentono davvero straordinarie opportunità di scambio e condivisione impensabili in un mondo privo di tetrabyte et similia.

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Stranieri 4/1: cuochi egiziani

2 marzo 2016

Svanisce ben presto il sogno di aver trovato nuovi Eldorado

«Perché l’Italia? Perché è l’Europa, ma con calma». Mahmoud Ibrahim, 42 anni, egiziano, risponde così a chi gli chiede una spiegazione della sua scelta. Dice che, nel suo caso, è stata una scelta «esistenziale», ma che per gli altri suoi connazionali è l’abbaglio di un facile guadagno che ben presto si rivela ingannevole, falso.

La sua storia è atipica. Quando stava in Egitto avrebbe potuto scrivere un’inchiesta sugli stranieri nell’antico paese dei faraoni. Faceva infatti il giornalista, poi il direttore di palcoscenico, il regista teatrale. Insomma, l’intellettuale. Ed eccolo sbarcato in Italia poco meno di dieci anni fa a lustrare scale e a far brillare vetri, facchino prima, lavapiatti poi. Ha munto mucche in veste di stalliere con tanto di diploma apposito. E ancora ceramista fracassa strade con il martello pneumatico e di nuovo barista-cuoco-lavapiatti-tuttofare di ristorante.

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Il Sole segnala

1 marzo 2016

Sul Sole 24 Ore Sanità

venerdì 26 febbraio 2016

Coppie omosessuali: la parola agli psicoterapeuti

Anche l’Italia ha detto sì all’unione legale delle coppie gay che, però, restano senza il diritto, garantito agli eterosessuali, di adottare figli e diventare genitori. Il dibattito politico, mediatico e parlamentare sul tema sembra essersi alimentato molto poco della parola degli esperti, in particolare di chi scava nella mente degli individui – adulti, minori, eterosessuali, omosessuali – per aiutarli a comprendere e stare meglio: gli psicoterapeuti. La Società italiana di psicoterapia psicoanalitica (SIPP) ha recentemente tenuto a Firenze un seminario su «Psicoanalisi e omogenitorialità».

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Una visita al MAST

1 marzo 2016

Jakob Tuggenner, "Untitled"

Maurizio Marinelli preso da Facebook

Sono un privilegiato, perché il pur rapido giro che mercoledì scorso ho fatto alla Fondazione MAST di Bologna (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) – significativamente ospitata in via Speranza –, visitando la mostra dedicata al fotografo svizzero Jakob Tuggener (1904-1988), ho potuto compierlo avendo per Virgilio – benché questo, in realtà, sia il mio terzo nome di battesimo – il mio amico, editore, compagno di ferrate, slittini, cocktail Martini, conversazioni sterminate e senza paletti, Maurizio Marinelli, allievo di Umberto Eco, “artista visto da tergo” e tanto altro ancora, che da moltissimi anni ha messo a disposizione di una delle più importanti imprese bolognesi, specializzata credo nei macchinari per il packaging e, per quella via, nel vasto universo dell’automazione, le sue poliedriche, avveniristiche, scoppiettanti, solide competenze nel campo della comunicazione, della tecnologia, della grafica e di tutto quello che dovrei aggiungere se non rendessi troppo lungo e perciò illeggibile questo periodo giunto ormai alla tredicesima riga di una cartella scritta in Word.

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Stranieri 3/4: filippine e capoverdiani

1 marzo 2016

AAA cercasi tuttofare senza pretese

Non sono solo gli eritrei a gestire le case della buona borghesia fiorentina. Anche filippine e capoverdiane. Donne soprattutto, ma anche uomini, Talvolta in coppia, lei domestica e cuoca, lui autista e giardiniere. Le condizioni di lavoro in genere sono durissime. Il contratto di lavoro parla di 10 ore giornaliere, ma il più delle volte diventano 15. E i compiti di una colf o di un domestico sono così difficilmente limitabili che ci si può trovare in qualsiasi ora del giorno e della notte con qualcosa da fare. Le persone che abbiamo intervistate in genere dicono che nella famiglia dove lavorano non va male, ma che prima, dal padrone di prima…«Quello che più mi dava fastidio – dice un uomo filippino contattato in piazza Santa Maria Novella, dove tutti i giovedì e le domeniche pomeriggio si trovano la gente di quel paese – era il modo che avevano di trattarmi. Gridavano sempre, mi rimproveravano sempre, e avevano sempre un tono di voce altissimo quando si rivolgevano a me».

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Il bello e il sontuoso

29 febbraio 2016

Tornerò a vedere più compiutamente il tanto decantato nuovissimo Museo dell’opera del Duomo di Firenze del quale avevo sentito solo parole entusiastiche che le stesse sorprendenti foto comparse sui quotidiani il 29 ottobre dello scorso anno, in occasione dell’inaugurazione dopo il lungo restauro, firmato dagli architetti Luigi Zangheri, David Palterer e Adolfo Natalini, facevano credere.

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Stranieri 3/3: le colf eritree

29 febbraio 2016

Un angolo per sognare la patria

Ventiquattro ore su ventiquattro. Libere solo il giovedì e la domenica pomeriggio. È questa la condizione delle tante, tantissime donne eritree che fanno le domestiche nelle case di benestanti toscani. Ed è uguale per i loro uomini. Sul permesso di soggiorno e su quello di lavoro c’è scritto: «domestico». Difficile, quasi impossibile uscire da questa condizione.

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Vicino all’innominata via

28 febbraio 2016

Questo blog comincia ad avere un po’ troppi anni sulle spalle, per cui ho iniziato a ragionare – con l’esperienza di chi ha reso possibile l’unificazione sotto un solo dominio dotato di logica dei 300 siti di cui disponeva la Regione Toscana nel 2007 e fin verso il 2009, poco prima che quella nullità di epigono della politica mi cacciasse per circondarsi di lacchè – di come rinnovarlo e nei progetti c’è, al posto appunto di un blog personale, un sito internet vero e proprio, più ampio ed organizzato ed aperto anche al contributo di chi vorrà implementarlo, come in parte, del resto, ho già fatto qui ma solo episodicamente.

In questo angolo del “riceviamo e volentieri pubblichiamo” o del “ti andrebbe di scrivere qualcosa per me?”, qua e là ho messo versi, testi, immagini, quadri, fotografie di amici e amiche ai quali riconosco nel loro campo specifico competenze meritevoli d’essere valorizzate. Lo faccio anche oggi pubblicando uno squisito aneddoto storico che Luisa Pece, sedicente “discreta, fidata, spiritosa, umorale, pignola sul lavoro, golosa, curiosa, camminatrice, romantica, politicamente informata”, e come minimo almeno anche traduttrice (cioè traditrice), redattrice e responsabile editoriale, ma pure amica di Maurizio Marinelli, volontaria, battagliera, attrice e scopriremo il resto, mi ha raccontato a voce qualche giorno fa accompagnandomi alla mostra sui Brueghel a Palazzo Albergati a Bologna e che io le ho chiesto di mettere nero su bianco. Ora attendo altri contributi, suoi e non solo.

A Bologna, tanto tanto tanto tempo fa, esisteva una stradina delimitata da case basse, colorate dal giallo all’ocra, dove a un certo punto si apriva il portico più stretto della città, appena 95 centimetri. Le madri di famiglia proibivano ai figli di percorrerla, mentre i padri di famiglia non disdegnavano frequentarla con una certa assiduità. La mattina, alcune matrone bene in carne si mettevano al lavoro: si spazzava la stradina, si stendevano i panni, si cantava o si piangeva, era tutto un fermento di attività. Se qualche uomo si azzardava a indugiare, spesso si sentiva apostrofare: “Và mo’ vî che adès ai ho da lavurèr. Tåurna äl träi, bèl giujèn! [vai via che adesso devo lavorare. Torna alle tre, carino!]”. Era una delle strade preposte all’attività dei bordelli e la leggenda vuole che le professioniste si affacciassero alle finestre del pianoterra mettendo in mostra seni voluminosi e materni. I potenziali clienti passavano e i più arditi … toccavano. Per questo la pittoresca stradina si chiamava “Via Sfregatette”. Un giorno, sempre secondo la leggenda, un vescovo, passando di lì accompagnato dalle autorità, chiese il nome di quella pittoresca stradina. Imbarazzatissimo, il notabile che lo accompagnava, non sapendo come cavarsela, gli disse “È così piccola, Eminenza, che è senza nome”. E da allora si chiama Via Senzanome.

Luisa Pece

Stranieri 3/2: la legislazione

28 febbraio 2016

Un mare di vaghe circolari sul lavoro

La legislazione italiana vigente in tema di immigrazione straniera è estremamente carente e vessatoria. La materia è regolamentata da numerose circolari amministrative il cui unico riferimento certo è rappresentato dal Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1926 L’ottica nella quale si pone tale regolamento è esclusivamente di ordine pubblico: le autorità di Pubblica Sicurezza hanno piena facoltà nel concedere il permesso di soggiorno, nel ritirarlo, nell’espellere il cittadino straniero.

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Stranieri 3/1: introduzione

28 febbraio 2016

Terza puntata dell’inchiesta dell’Unità sugli stranieri in Toscana. La parola passa ai protagonisti attraverso una serie di interviste con stranieri di vari paesi che in Italia conduce vite diverse abbiamo cercato di tracciare un quadro dei problemi che incontrano gli immigrati da altre nazioni, da altre parti del mondo. Sarà il racconto delle esperienze personali a costituire l’esempio di ciò che accomuna una comunità all’estero. Col rischio di creare delle categorie che in realtà non esistono o, se esistono, sono meno nette di quel che potrebbe apparire, vediamo come vivono i gruppi più consistenti di stranieri attraverso le parole di uno o più membri del gruppo.

l’Unità, 17 luglio 1985

Snobismo patologico

27 febbraio 2016

Dopo domani, il 29 febbraio, è la Giornata mondiale delle malattie rare, ed io, da poco catalogato come persona affetta da una malattia rara, in altre parole un aristocratico anche nel campo delle affezioni e dei malanni, a modo mio intendo celebrare questa ricorrenza istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che interessa solo lo 0,05% della popolazione, ovvero 5 persone su 10 mila: questa è l’incidenza di una patologia in base alla quale, appunto, si considera quel problema una malattia rara. Una malattia cioè che, non colpendo grandi masse, non merita investimenti in ricerca, studio di nuovi farmaci o nuove terapie.

In realtà le persone affette da malattie rare sono molte di più dello 0,05% della popolazione, perché ad oggi sono conosciute e sono state diagnosticate tra le 7 e le 8 mila malattie rare – cifra che cresce con l’avanzare della scienza e in particolare con i progressi della ricerca genetica – ognuna delle quali non ha una prevalenza superiore allo 0,05%, soglia oltre la quale smette di essere una malattia rara.

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Stranieri 2/3: la lingua

27 febbraio 2016

La lingua è il problema più grande

Se una colf filippina o capoverdiana passa da una casa fiorentina ad una casa romana e chiede dov’è l’«acquaio»,il «cencio» e la «granata» per dare inizio al suo lavoro, con molta probabilità la signora romana penserà che la nuova collaboratrice domestica di colore non conosce l’italiano.

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Stranieri 2/2: l’integrazione

26 febbraio 2016

Immigrati, gente di riguardo

La mobilità sociale – intendendo con questo termine la circolazione di più persone da un paese all’altro dell’intero globo – portando con sé una connotazione indubbiamente positiva ed in genere suscita reazioni di approvazione e di accettazione. Lo «straniero», cioè, è una figura di per sé amata e desiderata non solo perché introduce denaro, ma anche perché simboleggia in qualche modo la realizzazione di uno scambio: è, insieme, portatore di una cultura ed è disponibile ad assorbire quella del paese ospitante. In teoria lo straniero è l’ospite per eccellenza, tant’è che in Sardegna, per esempio, il termine s’istranzu (dal latino extra-neus «straniero»), ha il preciso significato di «ospite».

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L’anima della famiglia

26 febbraio 2016

«Di fronte al moltiplicarsi delle forme di famiglia (ricomposte, monoparentali, multiculturali, omogenitoriali), come psicoterapeuti psicoanalitici, lavorando con genitori e figli, sentiamo la necessità di ampliare le nostre conoscenze e competenze per creare un assetto di ascolto in grado di entrare in relazione con i nuovi specifici bisogni che ne caratterizzano il funzionamento».

Marta Vigorelli, psicoterapeuta milanese e docente alla Bicocca, spiega così – ai suoi colleghi che il 20 febbraio scorso hanno partecipato al seminario della Società italiana di psicoterapia psicoanalitica (SIPP) dedicato a «Psicoanalisi e omogenitorialità» – la necessità di mettere – al posto dei pregiudizi, delle certezze infondate, dei luoghi comuni, degli slogan senza senso, dei deliri provocati dalla paura – un’elaborazione concettuale, una sensibilità personale, una competenza professionale, un coraggio etico adeguati ai tempi e al reale, capaci di andare addirittura oltre i basamenti, o i dogmi, della stessa teoria psicanalitica come fu formulata più di un secolo fa da Sigmund Freud.

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Se babbo o mamma bevono

25 febbraio 2016

Nei miei cassetti giace, tra le tante altre cose, un racconto che tenta di immaginare cosa si provi ad uccidere un uomo e, per quanto già molti altri splendidi libri si siano cimentati con la materia e ci forniscano ipotesi in tale direzione, mi rattrista che a nessun editore, avendo letto qualche recensione su Sempre più verso Occidente o su Io la salverò, signorina Else, rispettivamente pubblicati da Maurizio Marinelli di Baskerville e da Emilia Aru di Portaparole, sia venuto in mente di chiedermi se dispongo di altri manoscritti e di darci una curiosa occhiata.

È un racconto che scandaglia una zona nella quale si spera di non doversi mai trovare e, per quanto si sia certi di disporre di un freno inibitorio assoluto in quel senso, uno scenario plausibile che non va mai scartato a priori, avendo la consapevolezza che se in così tanti, a partire da Caino, si sono sporcati le mani, vuol dire che se è successo, può accadere di nuovo, proprio come l’Olocausto, e bisogna tener deste le difese immunitarie che ci preservino da quegli orrori. Il che non vuol dire ignorarli.

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Stranieri 2/1: il razzismo

25 febbraio 2016

Ma questa è davvero una terra ospitale?

I Toscani sono razzisti? o forse xenofobi? Sembra di no a sentire quel che ne dicono gli altri, quelli di altre razze, di altri popoli di altri paesi. È abbastanza difficile assistere a fenomeni di intolleranza o di pesante emarginazione degli stranieri. Le cronache non registrano episodi di contrapposizione accesa fra le comunità locale e quella trapiantata, qualunque sia la provenienza dello straniero.

Esistono però fenomeni su cui merita riflettere un attimo perché rappresentano in qualche maniera delle spie di comportamenti che, a lungo andare, potrebbe trasformarsi in forme di intolleranza ed emarginazione.

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Fare outing

24 febbraio 2016

Sono stato a una riunione aperta a tutti di A.A., ovvero di Alcolisti Anonimi. Lì mi è stata data l’opportunità di leggere questo mio testo:

La ragione per cui io, alcolista “secco” da anni grazie a un Club di quelli fondati da Vladimir Hudolin, sono stato invitato a partecipare a questa riunione aperta del Gruppo di A.A. – retoricamente intitolata, essendo “no!” la risposta, “può un alcolista ricominciare a bere in maniera normale?”– è che, oltre a condividere un problema e un’analoga esperienza di salvazione, sono stato amico di un uomo a cui si deve la nascita di questo gruppo e lo sbarco a Firenze della metodologia dei Dodici Passi nata nel 1935 dall’incontro di un agente di borsa di Wall Street e di un chirurgo dell’Ohio con, a mio giudizio, un forte impianto protestante che ha costituito per me un freno a favore dell’esperienza più laica maturata nell’ex Jugoslavia.

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Stranieri: 1/3 i dati

24 febbraio 2016

Quanti sono e da dove vengono

Questa tabella, desunta da dati dei ministeri degli interni e degli affari esteri, illustra il numero dei permessi di soggiorno rilasciati in Italia negli anni 1976, 1981 e 1983, suddivisi in base alle più importanti nazionalità:

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Coerenza

23 febbraio 2016

Mi schiererò dalla parte di coloro che sono contrari al riconoscimento delle coppie di fatto e all’estensione delle forme familiari il giorno che questi stessi paladini della morale sosterranno l’abolizione della chirurgia estetica.

Stranieri 1/2: le regole

23 febbraio 2016

Ecco le regole per vivere e lavorare qui

Questa scheda, curata da Alberto Tassinari, illustra le principali regole giuridiche nelle quali si imbatte lo straniero che decide di trasferirsi in Italia.

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Immedesimarsi nel giudice

22 febbraio 2016

Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti sono gli artefici dell’associazione culturale bolognese impegnata nella produzione di cinema e teatro Archiviozeta che ha avuto il coraggio di mettere in scena quel capolavoro «concepito per un teatro di Marte», un «dramma, la cui mole occuperebbe, secondo misure terrestri, circa dieci serate», ovvero sia Die letzen Tage der Menschheit, in italiano Gli ultimi giorni dell’umanità, del mio amatissimo Karl Kraus, spettacolo che spero un giorno di poter vedere su un palcoscenico.

Con Elena Monicelli della scuola di pace di Monte Sole – dove, come molti sanno, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, forze armate tedesche e fascisti italiani eseguirono numerosi eccidi, noti come strage di Marzabotto, nei comuni di Grizzana Morandi, Monzuno e appunto Marzabotto in provincia di Bologna, uccidendo 955 persone che lievitano a 1.676 se si aggiungono i morti per cause varie di guerra – e con la collaborazione dell’associazione “Navile insieme”, al centro sociale Montanari di Bologna nell’ex sede della società che gestiva la tramvia, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti hanno allestito sabato 13 febbraio lo spettacolo/laboratorio definito “un esperimento di memoria attiva” intitolato La zona grigia perché si rifà al secondo capitolo del libro di Primo Levi I sommersi e i salvati.

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Stranieri 1/1: il fenomeno

22 febbraio 2016

Un universo di gente che arriva da tutto il mondo

Chi sono e quanti sono gli stranieri in Toscana? È intorno a questo interrogativo che ruota l’inchiesta dell’Unità che inizia oggi. I dati su questo problema sono assai vaghi. Ci sono le cifre ufficiali che, nei fatti, non descrivono la realtà com’è veramente. Ma danno un’idea. Secondo il Ministero degli Esteri, nel 1983 sono stati rilasciati in Italia 383.765 permessi di soggiorno.

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La fatica del mestiere

21 febbraio 2016

Io vi auguro, se sarà il vostro mestiere lavorare tra i libri, di prepararvi bene e affrontarlo con umiltà e pazienza; se sarà la vostra vocazione, vi sia benigno il cielo: farete tanta fatica come l’ho fatta io, ma ne sono contento.

Roberto Cerati, presidente della casa editrice Einaudi

Stranieri 0/1: l’annuncio

21 febbraio 2016

«Stranieri in Toscana»
Da domani un’inchiesta sulle pagine dell’Unità

Inizia domani, sulle pagine dell’Unità, un’inchiesta sulla presenza degli stranieri in Toscana. Abbiamo puntato l’obiettivo sulle migliaia di immigrati che, per periodi più o meno lunghi, hanno deciso di risiedere in questa regione. Attraverso una lunga serie di interviste con i diretti protagonisti di questo fenomeno che ha ormai assunto proporzioni consistenti, cercheremo di mettere a fuoco i problemi della loro vita: dalle leggi che regolano la loro presenza in Italia e la loro possibilità di lavorare, ai fenomeni della clandestinità e del diffusissimo lavoro nero; dal mercato delle case al problema dell’inserimento socio-culturale e delle strutture di organizzazione del tempo libero. Parleranno i profughi, chi nella Toscana si trasferisce con il sogno di una condizione economica più dignitosa di quella vissuta nel paese d’origine; e ancora quelli attratti dal patrimonio culturale, artistico e naturale della regione, quelli affascinati da modelli culturali e quelli attratti da un clima socio-politico più favorevole che altrove. Dati, cifre, statistiche accompagneranno il lettore in questi viaggi sulla presenza straniera in Italia; Ma saranno soprattutto i protagonisti, attraverso il racconto diretto della loro esperienza personale e di gruppo, a tracciare le condizioni di vita degli stranieri in Toscana.

l’Unità, 6 luglio 1985

Eco: «Il giornale dei desideri»

21 febbraio 2016

«Veniamo allora ai miei desideri. Certo che voglio sapere se il governo ha fatto un accordo con gli scienziati o blocca la ricerca scientifica, se Berlusconi ha scelto come futuro ministro della Pubblica Istruzione Bossi o Maroni, ma vorrei che queste cose mi fossero dette quanto basta. Per il resto, gli avvenimenti romani potrebbero occupare una colonnina di stelloncini essenziali, che comprendano anche le due righe indispensabili se proprio si vuole sapere che il Papa ha ricevuto una delegazione di monache coreane. Ma basta un colonnino. Così quando ci sarà l’avvenimento veramente importante, quello che ci deve far saltare sulla sedia, ce ne accorgeremo perché, solo per quella volta, il giornale avrà fatto il titolo su più colonne.
Per il resto vorrei sapere tutto il resto. Tutto il resto che porta i giornalisti a fare i reporter in giro e non a passeggiare nel transatlantico.
Sarà questo un modo di sfuggire alla balcanizzazione? Un giornale sbalcanizzato attirerà più lettori, oppure il lettore è ormai avvelenato, vuole il titolone con «rissa tra Amato e Fassino», quando in Consiglio dei ministri c’è stato invece uno scambio di opinioni divergenti su un problema all’ordine del giorno, come deve essere in ogni paese civile? Io tuttavia vorrei che il vostro giornale tentasse; forse i lettori sono più svegli di quanto si crede, forse hanno bisogno del gadget perché non provano gusto a leggere un quotidiano che, se un ragazzo ammazza la propria ragazza, spende almeno una pagina a intervistare i loro compagni di scuola i quali dicono (lo avreste immaginato?) che gli dispiace.
Scusate l’intromissione, ma a me quell’aggettivo «balcanico» ha dato noia. Volete provare?»

Umberto Eco, l’Unità, 28 marzo 2001, il giorno del ritorno in edicola, sotto la direzione di Furio Colombo, del quotidiano fondato da Antonio Gramsci dopo la chiusura che ha infranto il mio sogno, quello di finire la mia carriera dove l’avevo iniziata.

Dal blog di Pietro Spataro https://unitagiubberosse.wordpress.com

Prova

Ricordatevi Umberto Eco

20 febbraio 2016

Umberto Eco

È morto questa notte Umberto Eco, l’autore di uno dei dieci libri che secondo me andrebbero salvati il giorno del giudizio universale, della fine del mondo, della distruzione termonucleare del pianeta. Del libro? chiederà scandalizzato il lettore, sciorinando il lungo elenco di testi che compaiono nella bibliografia del grande studioso. Darei ragione al lettore, aggiungendo che senza la maggior parte di quei volumi saremmo dio una ignoranza abissale e che abbiamo capito tanto muovendoci nelle pagine del professore che ha mescolato sacro e profano dando dignità alla combinazione di entrambi.

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Flussi, rivoli, vita

19 febbraio 2016

Nei giorni scorsi, da bravo pensionato persuaso di non bruciarsi definitivamente il cervello davanti alla tv che da molti anni neanche possiedo, sono stato a sentire l’ultima conferenza del ciclo organizzato da Wlodek Goldkorn al museo Pecci di Prato e intitolato “Uomini e guerra”, nel corso del quale hanno raccontato Luis Sepulveda, David Grossman, Marco Belpoliti, Donatella di Cesare e, ultimo appunto dei conferenzieri invitati, Gad Lerner che ho avuto il piacere di conoscere alla fine degli anni ’90, quando – prima di diventare onestissimo direttore del Tg1 capace di pagare di persona per l’errore di un suo sottoposto, assumendosi la responsabilità di chi è in cima alla piramide, prassi del tutto sparita dalle scene, di qualunque tipo esse siano – condusse in Rai una trasmissione che si chiamava Pinocchio, per fare la quale chiamò, oltre a un insopportabile Mario Giordano, oggi direttore del Tg4, il Faulkner de l’Unità, Jenner Meletti appena “messo alla porta”, come tutti noi, da un editore che anche in politica si è poi votato al suicidio, ed oggi edita un foglio indegno della levatura di chi lo fondò in via Santa Maria alla Porta nei pressi di Corso Magenta a Milano il 12 settembre 1923 imponendo che non avesse «alcuna indicazione di partito. Dovrà essere – scrisse Antonio Gramsci – un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale».

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Ordine, per dio!

19 febbraio 2016

La cassetta della posta conteneva questa mattina due buste: una con il prezioso regalo che illustra questo testo, fattomi da una persona alla quale tengo molto e mi dispiace si sia comprensibilmente allontanata un po’ da me, non so ancora quanto. E l’altra con dentro, invece, il 33° bollino annuale da appiccicare sul tesserino dell’Ordine nazionale dei giornalisti che mi è stato rilasciato quando, dopo i 4 anni di gavetta prima e praticantato poi (in tutto dunque sono 37 anni), sono stato iscritto nell’albo dei Professionisti dopo aver superato l’esame al PalaEur di Roma il giorno in cui un commando di terroristi di al-Fath uccise un bambino di 2 anni, Stefano Gaj Taché e ferì 37 persone alla Sinagoga di Roma sabato 9 ottobre 1982.

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Dei duelli

16 febbraio 2016

Keith Carradine in "I duellanti" di Ridley Scott

Friedrich Engels – le altre due mani, una testa, un cuore e, fortunatamente un bel gruzzolo da parte, senza i quali non avremmo oggi la fortuna di disporre del Capitale di Karl Marx –, in una lettera indirizzata a Laura, la figlia del filosofo di Trevi e del padre del comunismo andata in sposa a Paul Lafargue, sottostimato autore di Il diritto all’ozio, con il quale condivise in consapevolezza vita e morte, scrisse: «I Francesi, come tutti, sono sotto l’influenza della canicola. Tutto fallisce, anche i duelli!».

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Redistribuzione

1 febbraio 2016

Bisognerebbe togliere 980,5 € a quell’1% della popolazione mondiale che, possedendo ipoteticamente 1.000 €, detiene la stessa ricchezza di cui dispone il 99% della popolazione. Così tutti vivrebbero con 19,5 € a testa. Tutto il resto è fiato sprecato.

Assomigliare a uomini liberi

31 gennaio 2016

Non mi ha appassionato minimamente la solita ola stuporona e scandalizzata che ha fatto seguito all’invero allucinata storia delle opere d’arte rese pudiche in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani e, soprattutto, non mi ha spinto ad abbracciare la causa di quanti, certamente mossi da sentimenti sinceramente laici, hanno biasimato lo scrupolo ospitale e il bon ton interculturale, ammesso che questo fosse stato richiesto dall’ufficio del cerimoniale e non supposto da uno zelante burocrate più realista del re e più bigotto della beghina. [Continua a leggere >>]

I reporter di Inveruno

26 gennaio 2016

Con i ragazzi di Inveruno

Ho avuto la preziosa opportunità di tenere una lezione, o più esattamente inaugurare un dialogo, con un nutrito gruppo di ragazzi della scuola media Alessandro Volta di Inveruno, un Comune di quasi 9.000 abitanti compreso nell’area metropolitana milanese, che avrebbe origini celtiche nel II secolo a.C.

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Andarsele a cercare

20 gennaio 2016

“Non se l’è andata a cercare”, hanno controbattuto numerosi commenti in rete alle prime ricostruzioni dell’omicidio di Ashley Olsen, la trentacinquenne americana uccisa nel suo appartamento a Firenze da un senegalese di 27 anni, Cheik Tidane Diew, incontrato nel cuore della notte in un febbricitante locale infarcito di cocaina e alcolici, e finito nel suo letto per un’occasionale e rude rapporto sessuale senza alcun’altra implicazione o sviluppo che non fosse quello dell’immediato raggiungimento del piacere erotico da aggiungere, o che completasse, il piacere etilico e quello stupefacente.

Questi commenti, per lo più espressi da parte di donne, miravano in prevalenza ad evidenziare che nessuno avrebbe gettato la croce addosso ad un maschio, come ce ne sono a dozzine, che se la fosse spassata altrettanto allegramente e, soprattutto, che non sarebbe incorso in una “maschicida,” mentre il mondo pullula di “femminicidi.”

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Tra bosco e città

10 gennaio 2016

Ha fatto il giro del mondo la fotografia di Milo Moirè, artista trentaduenne di Duesseldorf, che nel gelo di gennaio ha manifestato nuda davanti al duomo di Colonia esponendo un cartello su cui è scritto: «Rispettateci! Non siamo selvaggina, anche se siamo nude!!!».

Una protesta contro le numerose molestie subite da donne la notte di San Silvestro nella cittadina tedesca ed attribuite a nord africani o arabi o più precisamente a profughi siriani accolti dal governo tedesco in uno slancio di umanitarismo.

Colpisce nell’immagine la morbosa eccitazione con cui numerosi maschi, apparentemente occidentali, fotografano o osservano la bella modella senza veli, la quale, secondo quanto riportano le agenzie di stampa, avrebbe sostenuto «che le donne non saranno più percepite come oggetto sessuale nel momento in cui si mostrerà lo stesso rispetto a una donna nuda, come a una vestita» e che le donne «devono vivere i loro valori di libertà autodeterminandosi e in piena autoconsapevolezza».

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Incontri procrastinati

8 gennaio 2016

Marco Belpoliti

Chiesi molti anni fa – nel 1998 – a Marco Belpoliti, prezioso curatore delle opere di Primo Levi, di dare un’occhiata ai miei racconti – ora pubblicati dalla Baskerville di Bologna, e intrisi di suggestioni dovute all’autore del Sistema periodico e di Se non ora, quando? – e lui garbatamente mi chiese di pazientare un paio di mesi essendo “sommerso di lavoro” e con “problemi familiari”.

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A ritroso

2 gennaio 2016

Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così il trauma è bello che superato. Quindi ti risvegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.

Woody Allen

Ambizioni giovanili

2 gennaio 2016

Col senno di poi – e l’aiuto di un poderoso archivio coltivato nel corso degli anni – vien da pensare che fosse già un sogno in età giovanile, quando, corrispondente del Manifesto da Firenze, veniva baldanzoso e gioviale in visita alla redazione de l’Unità, in via Alamanni, tentando di copiare – sì ho proprio scritto copiare – uno almeno degli articoli che qualcuno di noi aveva già scritto ed aspettava di essere trasmesso a Roma per finire in pagina.

Già perché nel lontano maggio del 1987 – ad un mese dall’uscita del settimanale Anteprima, Pariscope o Time out fiorentino, pensato da Andrea Lazzeri, voluto da Gabriele Capelli e messo in mano a me perché fosse scritto, impaginato, illustrato e stampato alla tipografia Cesat di via Faenza – su un periodico a suo stesso giudizio mirato al medesimo bacino d’utenza, Metrò, scrisse un articolo intitolato Unità vo cercando che raccontava di come da poco sotto la testata del quotidiano fondato da Antonio Gramsci – ma a questa “nobile” genealogia nemmeno un accenno – fosse scomparsa la parola “organo” con cui per lungo tempo si era rimarcata non solo la proprietà del giornale, ma anche il suo scopo – la sua mission direbbero oggi – quello di essere la voce ufficiale del Partito comunista italiano.

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L’irreale realtà

8 dicembre 2015

Il grande timore di Primo Levi – che talvolta prendeva la forma di un incubo, ed a cui lui attribuiva, vero o falso che fosse, lo stimolo iniziale a scrivere o, come egli preferiva, a dar testimonianza – era quello di non essere creduto, di risvegliarsi in mezzo ai propri cari guardato come si guarda un povero di mente, uno a cui non si da credito ritenendolo un contastorie, un parolaio dispensatore di frottole.

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Gastroutopie

6 dicembre 2015

Bruegel il Vecchio, "Il Paese di Cuccagna"

Nell’appassionato studio – poi confluito nel mio Apocalisse, il giorno dopo – che da studente universitario ho condotto su utopie e distopie per tentare di comprendere perché la storia della cultura sia costellata di opere letterarie e filosofiche che prefigurano con gradazioni diverse la fine del mondo o, se appunto si preferisce, il ritorno alla delusione e all’amarezza dopo essersi innalzati in fantasie, speranze e desideri di mondi nuovi e migliori e immaginifici ed appunto senza luogo e senza tempo – sine hic et sine nunc –, non ricordo di essermi imbattuto, a fianco di Erewhon, Lilliput, Walden, La città del sole, Atlantide e così via, in quelle località che solo un appetito da giganti, com’era quello che per secoli si dev’essere provato misurandosi quotidianamente prima di tutto con la fame, può aver partorito.

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Benefica o malefica? Musica

5 dicembre 2015

Avevo conservato due ritagli di giornale tratti dal medesimo numero di Repubblica, quello di sabato 7 novembre scorso, uno a pagina 35 e l’altro a pagina 55, il primo scritto da Giuseppe Videtti e il secondo da Valerio Magrelli. Li ho tenuti perché hanno un argomento comune e una evidente contraddizione.

La musica è la mia cura, titola il primo, un’intervista a Giuliano Sangiorgi che – io lo ignoravo – è il leader dei Negramaro, gruppo rock italiano nato nel 2001. Precisa un occhiello: «Scrivere canzoni mi ha fatto accettare il dolore». Nel testo infatti il cantante spiega che due canzoni scritte subito dopo la morte del padre lo hanno cambiato: «È stato come un vaccino, mi hanno dato tutto il dolore del mondo in un’unica soluzione, un antidoto per crescere e rivoluzionare me stesso attraverso quella drammatica esperienza».

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Col sudore della fronte

1 dicembre 2015

1972 cameriere al Club Med

Questo primo dicembre 2015 mi porta indietro nel tempo al 1 luglio 1978 allorché devo aver per la prima volta messo piede “per provare” a l’Unità.

O, forse, a un indefinito giorno d’inizio estate del 1972 quando, subito dopo essere stato bocciato in quarta ginnasio, fui irremovibilmente spedito da mia madre a lavorare nei mesi di vacanza a Vingone – punta estrema del comune di Scandicci, dove vivevo all’epoca –, da un carrozziere, Gaetano Falletta, il quale, a furia di farmi “cartare” con la mano ben distesa in modo da non creare avvallamenti sulla superficie delle auto che dovevano essere riverniciate, mi convinse che tutto sommato studiare era meglio che lavorare.

Anzi, mi instillò un dannato monito in fondo all’animo: quello di far entrambe le cose, affidando allo studio il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della propria mente e al lavoro quello di garantire l’autonomia e l’indipendenza della propria persona.

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Gli obbedienti

24 novembre 2015

È davvero agghiacciante la realtà che (ri)propone l’articolo pubblicato oggi da Repubblica a pagina 35 per presentare lo studio di due ricercatori dell’Università di Medford negli Stati Uniti riguardo la capacità delle intelligenze artificiali di ribellarsi a ordini umani sbagliati o pericolosi, ovvero di mettere a punto robot in grado di avvalersi di criteri morali che impediscano loro di compiere azioni di cui gli esseri umani, in teoria almeno, avrebbero poi da pentirsi.

Partendo dalla scena del film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello spazio, nella quale il supercomputer Hal 9000, alla richiesta dell’astronauta di aprire il portellone che gli avrebbe consentito di rientrare sull’astronave e salvargli la vita, risponde «Mi dispiace, David, non posso farlo», l’articolo ipotizza lo scenario in cui a un robot sia stato affidato il compito di badare a un anziano, come fanno tante encomiabili donne che arrivano da ogni dove, e, contemporaneamente, gli venga intimato di salire subito sul tetto a riparare l’antenna della tv allentando la sorveglianza sul vecchio o, peggio, che a un’auto intelligente non venga data l’informazione relativa al fatto che sul ghiaccio si pattina e c’è il rischio di sbandare frenando.

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L’idea calpestata

23 novembre 2015

Karl Marx

Capita spesso di leggere, soprattutto in opinionisti di chiara impostazione conservatrice, se non dichiaratamente di destra, beffarde critiche all’idealismo di quanti, in nome di uno stato di cose migliore di quello che il presente riserva all’umanità nella sua interezza, tratteggiano scenari di dialogo, pace, condivisione, mentre nel mondo risuona inequivocabile il fracasso degli ordigni e il sangue gronda per ogni dove.

C’è del paradossale, ovviamente, in questo, perché l’idealismo, per un paio di secoli almeno, è stato l’orientamento filosofico osteggiato da una corrente contrapposta definita e sedicente progressista, addirittura rivoluzionaria, sostanzialmente di sinistra.

Ma la definizione più appropriata per qualificare questo opposto orientamento era materialista.

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Segnali di pace

22 novembre 2015

Chi come me ha potuto (e voluto) apprezzare gli insegnamenti benefici di Thich Nhat Hahn, riconosce ormai a colpo d’occhio la grafia dell’anziano monaco buddhista vietnamita con la quale, come nell’immagine che compare qui accanto, ci invita a respirare rendendoci conto che si è vivi.

A quella calligrafia così particolare ho già prestato attenzione in un post intitolato Orologi perché il più recente che ho portato – ora mi affido allo schermo del telefono o a un desiderio di non avere assilli di orario – ha impresso sul quadrante “it’s now” scritto di pugno da Thay, questo il modo in cui i seguaci chiamano quel maestro di saggezza.

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Lungimiranza maschile

21 novembre 2015

È fin troppo facile fare dell’ironia sul fuco e il suo ruolo. Domandiamoci piuttosto perché, ben sapendo cosa lo aspetta, il fuco non si sottragga al suo compito. Saprà forse, il fuco, qualcosa che noi non sappiamo? Per esempio che non c’è niente, dopo, di meglio di quello che è già stato?

Elena Stancanelli, L’ingrato compito dei fuchi, in “La Repubblica”, sabato 21 novembre 2015, p. 56

Islam e Occidente

21 novembre 2015

L’Islam è un universo, una civiltà plurisecolare che ha prodotto tesori d’arte, di cultura, di filosofia e ha promosso guerre feroci; che in certe epoche e regioni ha garantito giustizia e benessere e in altre ha inflitto violenze e supplizi. Dire Islam, ha affermato qualche giorno fa Massimo Cacciari, è come dire Occidente; è difficile porre sotto lo stesso ombrello i filosofi arabi che traducevano Aristotele e il Califfo Omar che distrusse la biblioteca di Alessandria, per non parlare di crimini ben peggiori compiuti peraltro, in varie misure, da tutte le civiltà assurte a grandi potenze. È anche difficile mettere sotto lo stesso ombrello dell’Occidente la Magna Charta e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e le leggi naziste di Norimberga.

Claudio Magris

I musulmani e il dialogo. Diritti sì ma anche doveri

in “Corriere della Sera”, sabato 21 novembre 2015, p. 28

Generazione Bataclan

19 novembre 2015

Nel giro di poche ore quasi 80 persone hanno raccolto il mio sciocco invito a mettere “Mi piace” su una pagina di Facebook che, riprendendo il bel titolo di un articolo comparso su Liberation, si chiama “Generazione Bataclan” e propone, una accanto all’altra, le foto delle 129 persone, in massima parte giovani, che sono state ammazzate il 13 novembre negli attentati rivendicati dall’Isis a Parigi.

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