Grazie della solidarietà

La sala Pegaso in Palazzo Strozzi Sacrati, sede della Regione Toscana

Fino a un certo punto ho cercato di stargli dietro e ringraziarli uno ad uno. Non ce l’ho fatta. Poi ho dovuto demordere. Troppi o, io, troppo poco tempo. Ai quali ora dico un unico grande grazie che vale per tutti. Grazie della solidarietà, dell’affetto, dell’amicizia, della stima, del riconoscimento. Quasi 1.200 persone sono andate ieri a leggere il mio post Regione addio. Nei commenti del blog, su Facebook, per posta elettronica o con una telefonata, in pubblico o in privato, mi hanno detto o lasciato una parola che è salutare e benefica.

Tornerò a ringraziarli, ma ora vorrei notare una cosa. Mi ha molto colpito che per tanti, intervenire sulla scorrettezza con cui sono stato trattato e sulla superficialità con cui il centro sinistra si occupa – non da oggi – delle questioni dell’informazione è stata l’occasione per sfogarsi ed esprimere in generale il proprio rammarico, il proprio smarrimento, la propria sfiducia per l’operato di chi fa politica. Di quegli uomini e donne, cioè, a cui tutti guardiamo con la speranza che, con il nostro sostegno, con la nostra passione e partecipazione, ci rendano un oggi e un domani migliore. E che invece, nella maggior parte dei casi, ci sembrano impegnati solo in giochi che si fatica addirittura a comprendere, se non talvolta, che ci schifa sapere.

Come ho scritto il 30 maggio scorso in un post intitolato L’ordine delle cose, ho votato con convinzione per Enrico Rossi, non per opportunismo personale. Se si vuole anche, con un retropensiero, ma non solo. E non sarà l’insulto di oggi a modificare la mia opinione: posso cambiare cavallo, ma non scuderia. Perciò ora mi sento di dire a quanti fanno per mestiere politica con ancora un cuore che gli batta in petto e che si sentano guidati nelle loro scelte razionali, nei compromessi e nelle mediazioni indispensabili laddove ci si occupa di cosa pubblica, nelle scelte gravi e dovute, di ascoltare quel malcontento – non il mio, quello di chi mi ha scritto e dei tanti che sicuramente la pensano come loro –, di prestarvi attenzione, di farsene carico, di prendersene cura.

Proprio ieri l’altro, mentre da un lato davo sfogo alla delusione traducendola in parole contenute e capaci di far conoscere una realtà che qualcuno avrebbe preferito lasciare in ombra, silenziosa, nascosta, omessa (nessuno dalla Regione mi ha telefonato per dirmi che quel posto di lavoro era già da tempo stato affidato a un altro: l’ho saputo sabato sera per caso e sono dovuto andare su internet per controllare che fosse vero; e ho atteso tre giorni prima di sentire cosa dicesse la bile che la mia cistifellea ormai non raccoglie più essendomi stata asportata) un antico amico e compagno mi ha chiesto se me la sentissi di andare nella scuola occupata di suo figlio a dar qualche stella polare a quei ragazzi arrabbiati ma confusi. La risposta è stata ovviamente sì, e ho precisato che ascolterei più che insegnare. Questo credo che si debba e si possa insegnare: ascoltare. Lo dico a Bersani, a Vendola, a Vannino Chiti, a chi vi pare, a chi abbia ancora voglia di tirarci fuori dal pantano.

Voglio dire che non mi rende affatto felice, non ne provo alcuna gratificazione, dal sapere che molti, dietro a una tutto sommato insignificante cosa come quella occorsa a me, vedono tanto sconcerto e desolazione. Non mi rende felice una sfiducia tanto radicata e profonda. È il segno di un malessere che non fa bene a nessuno, se non a chi ha un lauto conto in banca, magari altrove.

E torno ai ringraziamenti. Ho detto un unico grande grazie per tutti. No, sono persone, non numeri, lo meritano uno ad uno e mi scuso per eventuali dimenticanze e per l’ipotizzabile noia dell’elenco: Pasquale, Domenico, Mara, Marina, Tiziana, Loredana, Claudia, Gianni, Valerio, Francesco, Maurizio, Roberto, Luigia, Monica, Cristina, Pino, Luca, Raimondo, Irene Lunaspina, Aldo, Tiziana, Nicoletta, Ilaria, Stefano, Massimo, Antonella, Andrea, Claudio e ancora Claudio, Enrico, Roberto Gianluca e ancora Gianluca, Luca, Alessandro, Onide, Guelfo, Silvia, Gianfrancesco, Marco, Donatella e per suo tramite Riccardo, Spartaco, Maria Ludovica, Roberto e Mario, Alessandro, Guido, Paolo, Johnny, Fabio, Andrea, Lina, Paolo, Dante, Bruna, Annalisa, Crstina, Nina, Dino, Paola, Cinzia, Alfonso, Giulia, Monica, Marco, Luciano, Titta, Patrizia, Alessandra, Stefano, Enza, Massimo, Sandro, Rita, Cristiana, Maria Luisa, Giancarlo, Enno, Francesco con consorte, Marcello, Luca, Anna, Liuba, Stefano, Andrea, Andrea, Marcella, Francesca, Silvia, Michele, Giovanni, Luca, Laura, Romeo, Flora, Gigi, Marco, Fabrizia, Marina, Daniela, Giovanna, Laura.

Ho lasciato da parte Susanna. Che mi ha scritto: «Caro Daniele, ti voglio bene, lo sai, e sono molto, molto dispiaciuta per tutto questo. Mi spiace però anche che qualcuno si faccia trascinare dall’indignazione imputandomi “piaggeria e accondiscimento”. (Ma l’italiano???) Continuerò a fare il mio lavoro come ho sempre fatto. Dato che proprio tu mi hai a suo tempo insistentemente voluto al tuo fianco evidentemente non vado poi così male. Un abbraccio. Susanna». Susanna è Susanna Cressati. Anch’io le voglio bene, ma qui i sentimenti non c’entrano: più che altro la stimo, ne ho rispetto, e riconosco le doti professionali che ha. Credo che sia giusta la scelta di Enrico Rossi di averla al suo fianco per finire quanto più possibile su giornali, radio e tv. L’ho dichiarato pubblicamente il 16 aprile scorso, quando ho saputo, leggendo Repubblica e non per una telefonata di Rossi o della Susanna, che avrebbe preso, com’era prevedibile, il mio posto. Ho ribadito il mio apprezzamento il 25 aprile e sfido chiunque ad affermare che io abbia mai detto una parola contro di lei e le sue capacità.

Negli anni in cui Susanna, come dice lei per “mia insistenza”, ha egregiamente curato l’immagine pubblica dell’ex sindaco di Pontedera, si è comprensibilmente creata una reciproca fiducia che è bene ora dia i suoi frutti e sia giunta a maturazione. Ripeto: sono contento abbia preso il mio posto, tanto che qualcuno, mosso certamente da altro, ci ha fatto per me dolorose illazioni sull’argomento. Io non ho parlato né di piaggeria, né, senza refusi, di accondiscendenza e chi l’ha fatto ha spiegato che non era mancanza di stima. Condivido però il timore – e più nel caso di altri in ombra e con un filo di voce, che di Susanna – di quanti notano che le corti sono sempre più popolate da quelli che vengono chiamati “yes man”, da chi cioè per assecondare il principe, non gli balena mai l’altro, spesso più fastidioso, lato della medaglia. Susi non dico di te, anche se ho avuto occasione di spiegarti, nel non dovuto e prorogato passaggio delle consegne, che assumersi l’aggettivo “responsabile” accanto al sostantivo “direttore”, comporta fastidiosi personali gravami, anche quello dell’”insistenza” e di scelte che siano proprie e non del datore di lavoro: anzi, scelte da imporre all’editore. In altre parole: se avessi sempre detto di sì a Martini, o meglio al suo entourage, oggi i giornalisti della Regione Toscana sarebbero ancora dei cococo pronti a passare a un call center. Ho partecipato a molti staff e di gente che nascondeva, si nascondeva, ti nascondeva, ne ho vista tanta: anche per questo sono lieto che qualcuno abbia preso il mio posto.

Finisco: ascolterò il consiglio di quanti mi invitano a non demordere ed anzi, a considerare questa come un’opportunità. Ora, la prima cosa che devo fare è dimostrare a un giudice che non è affatto vera la voce che qualcuno ha messo in giro, secondo la quale io sarei senza lavoro perché non ho accettato l’offerta che mi è stata fatta. Mi era stato chiesto di cospargermi il capo di cenere dinanzi a un assessore che aveva sbagliato e a cui – è vero, maleducatamente –  lo avevo fatto notare, e l’ho fatto, passando sotto anche a queste forche caudine. C’ero già passato: per ridurmi le spettanze dopo avermi licenziato, l’Unità mise in giro la voce che io avessi detto di no a un incarico che nessuno mi ha mai offerto, segno perciò che io di soldi non avevo bisogno. Un collega svagato ma incomprensibilmente sempre sulla cresta dell’onda in virtù d’una nobile discendenza accreditò la menzogna e dovetti combattere per ristabilire la verità e far riconoscere i miei diritti.

Ancora grazie a tutti coloro che mi sono vicini.

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