Un calcio in libreria

Alla libreria Edison di Firenze mi hanno guardato un po’ strano quando con insistenza ho chiesto di acquistare il libro di Benedetto Ferrara che a mio giudizio avrebbe dovuto essere intitolato Un calcio alla filosofia.

Benedetto Ferrara

Benedetto ha, per molti versi, una vita parallela alla mia. Negli anni Settanta ansimava emozionato con Paolo Perulli quando c’era da prendere i manici di piccone per difendere i cortei dalle incursioni di Autonomia operaia e Massimo Bellomo, Enrico Galgano ed io dovevamo tenere a freno la loro generosità, la loro passione, la loro irruenza e il loro incosciente coraggio. Poi anche lui s’è dato al giornalismo ed è approdato meritoriamente a Repubblica, redazione di Firenze, ma inviato quando gioca la Nazionale o sfrecciano i bolidi a due ruote.

Quel serio ma giovanile ruzzo gli è, per certi versi, rimasto a dispetto degli anni. Gli avevo promesso che avrei comprato il suo libro. Non solo per ringraziarlo di aver acquistato il mio, ma perché a me la filosofia interessa e darle un calcio mi par salutare, mentre invece del calcio non me ne frega niente se non portar fra un calcio d’angolo e un dribbling qualcosa d’ermeneutica o d’ontologia.

Così, quando ho letto, nell’aprile scorso, che alla Biblioteca delle Oblate Benedetto avrebbe ragionato di filosofia del calcio o di calci alla filosofia, mi sono eccitato come un giovane che voglia prendere un manico di piccone per difendere un corteo dalle incursioni di pochi organizzati violenti o che per la prima volta entri in una redazione e gli dicano “scrivi”.

Il libro di Benedetto

Amara delusione. Colpa mia: avevo letto troppo rapidamente l’annuncio. La libraia mi ha rifilato un volume che si intitola Rock & Gol, sottotitolato Un racconto e venti blog tracks. Già, abbiamo anche questo in comune, Benedetto ed io: un blog. Ma quanto ai gol e al rock, io son fermo a Pelè e ai Rolling Stones o poco più in là.

Così, anziché una variante a Schopenhauer o a Democrito, infarcita di catenacci, fuori gioco e calci di rigore, ho letto il racconto scritto da Benedetto. Nel quale rimane tutto il giovanilismo dell’antico amico e compagno. Sfighe e delusioni fra tifo, ormoni in ebollizione e passioni perdute.

Fra queste c’è qualcosa che mi è piaciuto davvero. Pagina 80. Lei che vuole l’ultima parola dice: «Io non ti stresso. È che l’amore è fatto di compromessi. Tu questo devi capirlo una volta per tutte». E aggiunge: «Non crescerai mai. Tu hai una visione adolescenziale dell’amore. Sei un idealista. Sei come le tue canzoni. Ma le canzoni non sono la vita.Ne raccontano una parte». Il protagonista che anche lui vuole l’ultima parola replica. «Io vivo per mettere insieme le canzoni che amo e farmi raccontare tutto. E questo cerco nell’amore. Finché non troverò la canzone perfetta. E l’amore perfetto».

Pagina 81, al tipo sceso in politica solo oggi: «Io non so come funziona. Ma siccome tu vuoi crescere dentro un partito che ancora non si sa cosa sia e che io spero presto di poter in qualche modo tornare ad amare, ti consiglio quello che piacerebbe ascoltare a me da un candidato. Ecco, prima di dire e dire, prima di lanciarti in là con frasi fatte e aggettivi presi a caso dalla retorica del sentito dire, ascolta. Fai così: domani, prima di dire, ascolta. Ascolta cosa ti dicono i tuoi invitati. E a ognuno fai capire che lo stai ascoltando davvero. Togli di mezzo quel sorriso plasticoso e stasera, davanti allo specchio, trovatene uno meno splendente ma più diretto. La gente non ti vuole perfetto, ma vero».

E, infine, pagina 92: «Allora sono una ragazza prevalentemente eterosessuale e multiorgasmica. E tu?»

(…)

«Anche io multiorgasmico… se calcoliamo la settimana, però».

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