Fare tv

prove tecniche di trasmissione

prove tecniche di trasmissione

Non ho mai fatto tv. Dico a me stesso che non saprei farla, ma forse è una delle tante sottovalutazioni che hanno accompagnato la mia vita. L’unica sarebbe provare. Ma non ci tengo molto. D’accordo con l’amico Piero Nacci, uno dei giornalisti più “fatti” che io abbia mai conosciuto, ritengo addirittura che il tramonto del giornalismo abbia una data d’inizio: le prime trasmissioni di Minoli, la tragedia di Vermicino tormentosamente narrata da Bruno Vespa, la posizione diagonale di Lilli Gruber. Sia chiaro: Minoli e la Gruber sono due gran bravi e stimati professionisti, Bruno Vespa ha ben altri torti. Ma è la spettacolarizzazione delle notizie, l’infotainment che hanno sparso il virus. Una qualche responsabilità ce l’hanno anche i titoli striminziti di Repubblica fin dalle origini. E poi va be’, fino ai clamorosi litigi, per quel che mi riguarda, quando da caporedattore o da inviato de l’Unità, dovevo difendere gli occhi e la testimonianza di chi era sul luogo dei fatti dalla versione diffusa dalle agenzie.

Ad ogni modo, per tornare alla televisione, mi piace ricordare – al di là del «Dopo Carosello, bambini a nanna!» – il permesso che i miei genitori concedevano a mio fratello e a me, di guardare, oltre alla tv dei ragazzi, a Belfagor e a Giochi senza frontiere, un paio di trasmissioni giornalistiche: mi sfuggono i nomi, ma una si apriva con splendide immagini di mondo e le fantastiche note dei Preludi di Liszt, e l’altra iniziava con le prime note di questa samba che mi è stata gentilmente regalata da Barbara Baldi. Una forse si chiamava Almanacco, l’altra proprio mi sfugge. Ma eravamo in bianco e nero e di canali ce n’era, vivaddio, uno solo. Bello pubblico.

A. C. Jobim-So Danço Samba

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