L’editore visto di fronte

Mi sono tolto i panni dell’autore per tornare a mettere quelli del giornalista, il mio mestiere. Dimenticando su chi gli stavo facendo le domande, ho intervistato Maurizio Marinelli, amico e direttore editoriale della casa editrice che ha pubblicato i miei racconti. Ecco quel che ne è venuto fuori.

Maurizio Marinelli ed io con la prima copia del libro

Dottor Marinelli, a un anno di distanza dalla pubblicazione del libro di Pugliese, come editore, che bilancio tira?

Bilancio positivo. Un gran bel libro di racconti, che rischiavano di rimanere in un cassetto, o letti solo da pochi amici, è pubblico ed ora gira nel mondo. Vive di vita propria. Nella sua relazione con i lettori che l’anno letto.  E non sappiamo cosa accadrà da qui in poi.
I libri non sono giocattoli. I giocattoli si comprano. si scartano. Ci si gioca. Poi si mettono in uno scaffale. Non si guardano più per anni e poi si buttano.
Ma i libri non sono giocattoli, sono come bambini. Si concepiscono, spesso con piacere. Si partoriscono, con dolore. Si vive per un po’ insieme a loro, in un rapporto intimo, fisico, si gioca con loro, si patisce con loro. Poi sono loro che ti lasciano e vanno nel mondo. Dove hanno una loro vita indipendente. Spesso sconosciuta ai genitori (l’autore e l’editore). I genitori debbono solo lasciarli andare perchè vivano la loro vita.
Ce n’est qu’un debut.
(E non condivido il senso di chiusura dell’esperienza che trapela dal tuo testo, caro Daniele).

- Lei è anche amico di Daniele Pugliese. Quanto ha influito questo sulla scelta di pubblicare il suo libro?

E’ stata fondamentale. Ho letto i racconti di Daniele solo perchè sono un suo amico. E solo perchè è un amico ho potuto creare con lui le condizioni di collaborazione per pubblicare un libro che non aveva nessuna caratteristica editoriale per  essere pubblicato: racconti non ammiccanti, profondi, per certi aspetti difficili, per un pubblico colto, di un autore inedito e sconosciuto nel mondo della editoria di narrativa.

- Ci sarà anche lei alla presentazione del libro a Leggere per non dimenticare nella biblioteca delle Oblate a Firenze con Vannino Chiti?

Conto di esserci. Ho conosciuto Vannino Chiti alla presentazione pistoiese del libro di Pugliese e ho avuto conferma delle qualità personali di una figura pubblica di cui avevo da sempre condiviso le posizioni politiche e culturali.

- Lei ha partecipato a varie presentazioni del libro. Che impressione ne ha tratto?

Sono state molto interessanti in particolare per il calore umano che le hanno caratterizzate. La qualità non è un parametro che si misura in quantità. In un caso, a Siena, dove per un disguido abbiamo dovuto annullare la presentazione, l’esperienza umana è stata molto intensa e mi sono rammaricato di non poter continuare la serata anche solo intorno ad un tavolo e ad un bicchiere di vino.

- Da editore che consiglio si sente di dare a questo suo autore?

Di non interrompere la sua attività di scrittore. Punto. Ma di iniziare da un nuovo foglio bianco. E di alzare il tiro. Non importa se racconti, romanzo, poesia, cinema, teatro, o qualcosa di nuovo, dopo la sua fortunata esperienza di blogger (penso a qualcosa di frammentario tipo “Diario della Coscienza” di Max Frisch).
Quello che vuole, quello che lo stimola di più. Ciò di cui sente più audace la sfida. Ma deve affrontare la scrittura come lavoro, con un progetto narrativo ed estetico consapevole. Ha la complessità personale, la capacità introspettiva, analitica, il vocabolario, la scrittura, il senso drammaturgico (…  oltre alla nevrosi autolesionista e narcisista)  di un grande scrittore.
Quando si inizia un nuovo progetto si deve pensare che sarà il proprio capolavoro, l’opera ultima, definitiva, insormontabile della propria poetica. Poi, pubblicato, si ricomincia nello stesso modo con il successivo.
Parafrasando un biglietto che Pugliese scrisse ad un amico “non riesco a non immaginarlo di tergo, come se lo stessi spiando, dinanzi al suo foglio … in quella confessione a se stesso che solo chi [non] è dentro in pace può permettersi”.

- Lei pensa che i racconti abbiano meno dignità dei romanzi?

No. Ma sono più autoindulgenti per l’autore. E ne cavano fuori meno l’anima. Prevale il piacere e meno la profondità. a meno di non essere Dürrenmatt … ma qualcuno bisogna pur sempre avere come modello. No?

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2 Responses to “L’editore visto di fronte”

  1. Maurizio scrive:

    Ma che fai… mi pubblichi tu? Questo è un ribaltamento di ruoli! Mi fai da editore?

  2. Daniele Pugliese scrive:

    Se ti facessi davvero l’editore, ti pubblicherei, eccome!

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