Il dubbio

È un mestiere duro. Duro e difficile. E poco remunerativo. Ma quando lo si è appreso, come molte cose nella vita, scordarlo è quasi impossibile: se impari a sciare, o a nuotare, puoi anche smettere di farlo, ma la capacità resta dentro, appiccicata come una pelle, questa però interiore.

Quel mestiere se lo sono inventati Pirrone di Elide (360-275 a.C.) e il suo discepolo Timone di Fliunte (ca. 320 a.C. – ca. 230 a.C.).  Si chiama scetticismo e prende origine dalla parola greca Σκέψις (sképsis), che vuol dire “ricerca”, “dubbio”.

È curioso: datiamo in questo modo le nostre conoscenze, per cui vien da pensare che prima di Pirrone il dubbio non esistesse, così come siamo indotti a pensare che nessuno ammazzasse qualcuno prima del 1124, anno in cui morì Ḥasan-i Ṣabbāḥ, fondatore del movimento ismailita a cui aderì nelle montagne dell’Iran centro-occidentale il gruppo dei Nizariti, meglio noti come Hashashyyn, assassini,  perché pare si drogassero con l’hashish prima di uccidere.

Ma torniamo allo scetticismo. Scettico, si legge su Wikipedia, «è colui che nega la possibilità di conoscere la verità o più specificatamente non nega di possedere l’idea della cosa pensata ma, poiché la nozione dell’oggetto reale si basa sui sensi, che danno percezioni ingannevoli e mutabili nel tempo, dubita che al pensiero della cosa corrisponda la realtà fisica dell’oggetto pensato».

Di lì il permanere del dubbio anche dinanzi alla cosa più manifesta ed acquisita. Personalmente dubito dell’esistenza di dio, ma mantengo riserve anche sulla veridicità di ciò che leggo o sento dire, sulla genuinità di un complimento o di una promessa, sull’autenticità di una convinzione, di un proclama, di una sentenza. Senza per ciò “non credere”. Semplicemente ipotizzo anche altro. O possibilità diverse che da lì si sviluppino. Pieghe alternative all’evoluzione degli avvenimenti.

Per capirsi meglio: ritengo che la scienza ci sbarazzi di molti pregiudizi e delle superstizioni, ma che anch’essa possa non essere priva delle sue cocciute illusioni e che non sempre riesca a spiegare tutto e che per il solo fatto di non riuscirci non può pensare che sia liquidabile come solo irrazionale ciò che non da una spiegazione razionale.

Il pirronismo, da cui lo scetticismo deriva, riteneva che al saggio non restasse che l’aphasia, il restar muto rinunciando ad ogni affermazione qualificante. Come molto tempo dopo avrebbe detto Wittgenstein, «di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Più realisticamente penso a un parlare che mantenga il dubbio, a un’affermazione consapevole del limite.

Quella antica dottrina filosofica, ipotizzava anche che il comportamento pratico conseguente debba «basarsi sull’assenza di ogni specifica azione conseguendo così l’atarassia, l’imperturbabilità, il non farsi coinvolgere in passioni e sentimenti». Anche qui, più realisticamente, lo spazio per il gesto o per l’emozione esiste, ma deve salvaguardare il dubbio, il ripensamento, la critica.

Mestiere difficile, dunque. Che se l’hai imparato, non lo scordi. Del resto, ce n’è un altro a disposizione? E questo è un bel dubbio.

Tags: ,

Leave a Reply