Fahim muove ed è matto

Questo è un articolo che ho scritto per una rivista e, pur essendo apprezzato, non è stato purtroppo possibile pubblicare.

Qualcuno è pronto a giurare che il suo nome resterà negli annali accanto a quelli di Karpov, Spasskij, Fischer. Perché è vero che ha solo 11 anni, ma pochi al mondo muovono come lui regine, alfieri, cavalli e torri giungendo a mettere sotto scacco matto il re dell’avversario in così poche mosse.

Si chiama Fahim Alam ed è nato nel Bangladesh. Lì ha appreso l’arte di Capablanca, ha imparato la difesa indiana, l’apertura del barbiere, la magia dell’Immortale ed ha acquisito i segreti di Alekhine.

Ma quattro anni fa, quando ne aveva solo 7, ha imparato sulla sua pelle che c’è anche un’altra scacchiera nell’esistenza degli uomini: quella della vita.

Suo padre Nura appartiene a un clan inviso alla maggioranza del paese. Dinanzi ai violenti scontri che dilaniano lo Stato asiatico, Nura decide di scappare e sottrarre la famiglia a un incerto destino. In gioco c’è la vita.

Si è solo pedine, maledette minuscole pedine che contano niente nel gioco dei grandi, che si muovono di appena una casella per volta. La fuga, un lungo viaggio, l’addio a chi resta e via alla volta dell’Europa, là dove si dice ci sia più ricchezza, si possa vivere, si trovi lavoro e non infuri la guerra tra bande.

Che sia stato un pendolo fatto oscillare sul mappamondo o il caso che ha procurato prima un torpedone, poi una carretta del mare, infine un vagone, Nura Alam si è trovato con la sua famiglia là dove nel Settecento signori con la parrucca in testa dicevano che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e questo va scritto in una carta che sia una dichiarazione universale.

La Francia ha braccia larghe e una lunga storia di gente che viene e gente che va, di persone che passano, si fermano, qualcuna lascia il segno.

Nura e suo figlio Fahim approdano nella banlieu della capitale, quei quartieri maledetti dove la speranza e la disperazione si incontrano, dove la voglia di integrarsi e quella di conservare le proprie origini si mescolano in sentimenti spesso contraddittori e non facili da capire, fra accoglienza da un lato e disprezzo dall’altro, fra opportunità e destini segnati.

Ma i bambini hanno un mondo tutto loro, e quello di Fahim ha i personaggi di una fiaba: re e regine, come quelli che furono decapitati molti anni fa proprio lì in Francia, e la gente del posto se ne fa un vanto come se anche quelle non fossero state guerre tra bande, faide fra tribù.

Questo non è chiaro a Fahim che vede unicamente un cavallo capace di saltare due caselle in avanti o indietro ed una lateralmente o alfieri che si muovono come certi animali visti in televisione solo in diagonale. Cos’è papà Nura una diagonale? E giù a provare a spiegargli che il segmento di retta il quale congiunga due vertici non consecutivi in un poligono semplice in geometria vien chiamato diagonale e con questa parola si intende anche più diffusamente la direzione obliqua, trasversale, il movimento che una palla fa nel calcio quando viene spostata non lungo i bordi laterali del campo e da una parte all’altra di esso.

Questo gli spiega papà Nura mentre la maestra a scuola traccia alla lavagna una C, disegna una sedia e accanto scrive “chaise”, poi una V, tratteggia un bicchiere e imprime col gessetto “verre”.

«Je parle français», può a un certo punto dire Fahim dopo aver scrupolosamente ascoltato la maestra. Ma la frase «Je suis français» non la può dire. Suo padre è un immigrato clandestino, accolto e tollerato, ma non in regola. E clandestino è anche lui che quando rientra a casa da scuola continua ad arroccare il suo re bianco, a farlo proteggere dalla torre, ad impedire che la regina e l’alfiere neri gli impediscano di muoversi o stare fermo liberamente.

Impara a dire «Échec et mat», scacco matto e cerca di capire come non farsi relegare lì. Legge le opere di Alexander, di Pareja, il breviario di Xavier Tartakover, distingue tra apertura, mediogioco e finale, si fa un’idea della differenza tra strategia e tattica.

I suoi amichetti sono esterrefatti dalla destrezza con cui muove quei pezzi, sedici statuine intarsiate che saltellano su 64 quadratini, uno chiaro e uno scuro, uno chiaro e uno scuro.

Finisce per sfidare anche i fratelli più grandi dei suoi compagni, e poi gli zii, i genitori, chiunque pronunci la provocatoria frase: «Partitina?»

Sfidarli e il più delle volte vincerli. O qualche altra, raro, andare in patta. La partita è in stallo, senza vincitori né vinti. «L’unica mossa è non giocare», come dice il computer Joshua nel film di John Badham War Games del 1983, quando il mondo era ancora diviso in due blocchi, dove il cervellone viene mandato in tilt da un ragazzino che lo costringe a misurarsi con se stesso a Tris, l’alternarsi di X e di 0 su nove caselle disegnate sulla carta.

Sarebbe stato bello fosse andata così anche in Bangladesh, forse ha pensato qualche volta il piccolo Fahim. Che intanto comincia a far parlare di sé. Un vero talento, un genio, dice qualcuno. E la voce arriva all’orecchio di Xavier Parmentier.

Xavier Parmentier è un maestro di scacchi. A vederlo non sembra. Un corpo massiccio, la verve di un tifoso di calcio, eppure ha passato tutta la sua vita ad insegnare ai bambini quel misterioso gioco fatto di pazienza e riflessione che si dice sia stato inventato in India intorno al VI secolo e solo nel 1000 approdò in Europa, portato da un immigrato che veniva da quella parte di mondo genericamente chiamata Arabia.

Parmentier è convinto che imparando quelle mosse non si impari solo un gioco. Ci si forma il carattere, si diventa uomini e non solo perché si sono appiccicati addosso più anni di un bambino o ci è cresciuta la barba. Uomini, qualcosa di meglio di quello che siamo in origine.

Vede Fahim giocare e intravede un grande campione. Ci aggiunge del suo, svela segreti, mostra i trucchi, impone la disciplina, invita all’autocontrollo.

Lo porta a Creteil, nella periferia sud di Parigi, dove c’è uno dei più prestigiosi club scacchistici di Francia. Lì il ragazzino mostra tutto il suo talento, quello che aveva già rivelato nei circolini locali dove si era esibito qualche volta. Viene iscritto ai più autorevoli tornei e, salvo poche eccezioni, sbaraglia sempre l’avversario.

Finché l’anno scorso non diventa campione di Francia nella categoria juniores. La federazione scacchistica pensa a lui per rappresentare la bandiera bianca, rossa e blu ai prossimi Campionati europei che si terranno a Praga.

Ma c’è un però. Fahim Alam è figlio di un immigrato clandestino del Bangladesh, lui stesso è clandestino. “Smani papier”, immigrati irregolari, come dicono le autorità. Patta, anzi matto. Questa partita è chiusa. Di più: lui come suo padre andrebbero espulsi, non sono in regola. Oh, sì, la Francia è la patria dei diritti dell’uomo, ma anch’essa ha le sue leggi, e sa farle rispettare, e anche lì non c’è spazio per tutti.

Fahim sta già per reclinare sommessamente il re nero sulla scacchiera in segno di sconfitta, alla stregua dei grandi campioni quando riconoscono la superiorità dell’avversario, non potendo porgere il collo come fanno i cani per arrendersi dinanzi al più forte.

Ma l’orgoglio in Francia è considerato un bene nazionale. E, come si sa, Parigi val bene una messa. Inoltre l’appuntamento Europeo del 2013 a Praga è troppo vicino perché si possa cambiare cavallo in corsa. Quella a favore di Fahim Alam non assume le forme di una protesta, ma di una mobilitazione solidale sì: petizioni, appelli, decine e decine di lettere firmate dagli iscritti ai tantissimi circoli di scacchi sparsi a Marsiglia come a Bordeaux, a Grenoble come a Le Havre, a Toulouse come a Reims o nel più piccolo paese di provincia.

Tutta questa carta, vidimata anche dai pezzi grossi della federazione nazionale di scacchi, finisce sui tavoli dei funzionari dell’ex presidente Sarkozy e dell’ex premier Fillon, e, come fosse un solo coro, chiede un’unica, chiara cosa: garantire a Fahim e alla sua famiglia il permesso di soggiorno per continuare a vivere in Francia e la regolarizzazione della loro posizione.

Un paio di mesi fa la pratica è stata avviata. Neanche l’opinione pubblica più ostile ai flussi migratori ha avuto di che ridire. Fahim rappresenterà la nazionale francese ai Campionati europei in Repubblica Ceca. Alfiere nero in D4: matto.

5 Responses to “Fahim muove ed è matto”

  1. andrea guermandi scrive:

    Daniele, è una storia bellissima scritta da dio. te la invidio davvero, commovente, colta, dolcissima (come te del resto). se avessi un giornale la pubblicherei a due colonne in apertura perchè è un pezzo che racconta vita politica passione società civiltà (di chi arriva). sei bravo bravo bravo e mi hai regalato un pezzo di letteratura alta. grazie

  2. Daniele Pugliese scrive:

    Credo che l’apprezzamento di poche altre persone, Andrea, mi sia gradito e mi suoni autorevole come il tuo.

  3. rita martinelli scrive:

    Sono in accordo con quanto espresso da Andrea Guermandi. In ogni singola parola. Erano più o meno le stesse che mi scorrevano in testa mentre leggevo. Pensavo anche che è un peccato che un pezzo così, non possa essere letto da molti di più di quanti hanno, invece, la fortuna di farlo.
    Le cose che insegnano, che aiutano a riflettere, a formare una coscienza, devono essere divulgate. Un articolo come questo, così ben definito nella scrittura da Andrea, per la fame che c’è di coscienza, sarebbe pane per tutti. Grazie.

  4. linodigianni scrive:

    molto bello il tutto, bravo e grazie

  5. Una storia bellissima, che conoscevo da un giornale di senza fissa dimora distribuito nelle vie di Parigi, “Sans Logis”. Scritta con una sensibilità rara

    Grazie per avermela ricordata.

Leave a Reply