Cultura della legalità

Globalist è un bel sito di informazione on line messo in piedi dai miei ex colleghi Antonio e Gianni Cipriani che, dopo l’avventura de l’Unità, ne han fatte di cotte e di crude amando ancora questo mestiere. In parte raccolgono i contributi che i loro collaboratori pubblicano nei propri blog, per ciò si chiamano anche Syndacation, ed è per questa strada che hanno pubblicato la recensione che Marco Fiorletta, altro pilastro del giornale nel quale son nato e cresciuto come giornalista, ha fatto alla mia novella.

Ebbene oggi Globalist riporta la notizia di un uomo di 56 anni, condannato per spaccio di droga e a cui erano stati concessi gli arresti domiciliari, riarrestato e ricondannato alla detenzione in carcere per aver violato, come si leggerebbe nel verbale dei carabinieri, gli obblighi del beneficio di pena. L’uomo infatti è stato sorpreso dagli uomini di una pattuglia dell’Arma mentre fumava una sigaretta all’ombra di un vecchio albero dalle folte fronde che si trova a due metri e mezzo dalla sua abitazione, proprio accanto a casa.

Schernendo un po’ i militi per l’eccessivo zelo con cui avrebbero eseguito il proprio dovere e il magistrato di turno per la solerzia con cui avrebbe firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare, l’articolo si conclude dicendo, con l’evidente intento di suscitare la pietà e disappunto in chi legge, che il protagonista dovrà passare il Ferragosto in carcere, «colpevole di aver fumato una sigaretta».

È ben vero che, stando a quanto si legge, qui la colpa è un’inezia. Ed è difficile sapere se al momento della concessione del beneficio sia stato chiaramente illustrato all’uomo quali sarebbero stati per filo e per segno i suoi doveri, cioè, parrebbe, il divieto assoluto di varcare la porta di casa, perfino di affacciarvisi. Ma la canicola di questi giorni, la premura di non inquinare i locali di casa col fumo della sigaretta, anche lo scrupolo per la salute degli altri ospiti, il piacevole e innocuo richiamo della frescura delle fronde e la contiguità fra albero e casa non sminuiscono la contravvenzione, il mancato rispetto del divieto, l’aver infranto la legge. L’uomo non è colpevole di aver fumato una sigaretta, lo è di aver spacciato droga prima, e di aver violato l’obbligo di detenzione nel domicilio poi.

Non sto dicendo che non mi dispiaccia per lui, ma dico che se no è no, non è ni, soprattutto quando in qualche maniera ti hanno già alleggerito della pena. E dico che questo dovrebbe essere così nell’irrilevante spaccio di droga come nel bunga bunga o nell’insider trading. Che poi le cose non stiano sempre così, o addirittura solo raramente, è un’altra cosa. Ma se non ci riabituiamo a convenire su quello che si può e quello che non si può fare, non usciremo mai da una melassa di tutto lecito, tutto consentito, tutto tollerato, tutto possibile.

È un problema di cultura della legalità che o si afferma pienamente o, anziché essere una cultura, è un’opinione di tanto in tanto. Intermittente, debole, inefficace e, soprattutto, ingiusta.

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