Alle porte del Polo Nord

Storia di Luisa Trojanis raccolta da Daniele Pugliese

A volte penso a quella vignetta dei Peanuts di Charles M. Schultz, con Linus che dice: «Felicità… è una coperta calda». Ecco, sì, dove vivo io la felicità può davvero essere una coperta calda.

Luisa Trojanis con Ginger

Quando è buono, il termometro qui oscilla per poche settimane tra i 10  e i 21 gradi centigradi, e quando ha deciso invece di mordere, scende fin sotto ai 25, anche ai meno 30 gradi qualche volta.

La prima volta che ci sono venuta per una vacanza mi faceva freddo solo a pensarci. Non avevo alcuna esperienza di neve, ghiaccio, solitudine completa e silenzio assoluto. Ma è proprio di tutto questo che ho finito per innamorarmi, lasciando la mia vita di prima, allontanandomi dalla famiglia e decidendo di trasferirmi qui.

Vivo a Tänndalen, in Svezia, nella regione dell’Härjedalen, a una dozzina di chilometri dal confine con la Norvegia, più o meno all’altezza del 62° parallelo, nell’area che delimita il circolo polare artico.

Qui la spessa coltre di candida neve dell’inverno lascia d’estate spazio a una distesa di tutte le tonalità di verde dei muschi e dei licheni, interrotta solo dall’argento delle betulle e dal rosso ruggine che copre in alcune stagioni le loro chiome e ne macula le cortecce.

Tänndalen è un grappolo di casupole di legno sperdute in un mare di silenzio e natura, dai cui camini esce un sottile filo di fumo perché è così che ci si protegge dal freddo in quel deserto dove luccica la neve e brillano i ghiacci. Sparsi qua e là ci vivono una ventina di persone, sempre pronte a darsi una mano tra loro.

Luisa Trojanis

Il paese più vicino, Funäsdalen, dista 12 chilometri. La città più vicina, Ostersund, è a 350 chilometri, e per raggiungere l’aeroporto di Oslo ci vogliono 4 ore e mezzo di treno o 50 minuti prendendo un aeroplanino su una linea interna.

Per andare in questi posti ci si può muovere in macchina. Io ne ho una normale, non una jeep e nemmeno un suv. Una macchina normale, anzi con i suoi anni addosso, solida e affidabile. Ho solo dovuto imparare a guidarla con disinvoltura anche quando al posto dell’asfalto c’è una lastra che ti fa solo scivolare o un manto soffice dentro cui le ruote sprofondano e sembrano non volersi muovere più. Ho imparato il controsterzo, la derapata, il motore mai troppo su di giri che fa slittare l’avantreno o troppo giù che imballa tutto e non si riparte, roba da pilota di rally.

Ma non è la macchina il principale mezzo di locomozione. Quando sono arrivata non sapevo niente dello sci di fondo, delle racchette ai piedi che i nostri montanari chiamano ciaspole, dei gatti delle nevi, delle slitte trainate dai cani. Ho imparato. È costato fatica, ma si può fare. E dal 2004 porto i turisti a scoprire questo paradiso usando questi mezzi di locomozione.

Ho dovuto imparare tutto, innanzitutto a stare nella solitudine più assoluta. Da sola, ma con il mio cane, Ginger, uno splendido e dolcissimo husky. Ha il muso, il collo, la pancia e le zampe bianche che quando si sdraia sul dorso in mezzo alla neve quasi non lo vedi più. La schiena, i fianchi, la parte alta del collo sono di un marrone chiaro e questa macchia più scura circonda i suoi occhi disegnandogli una mascherina che lo rende quasi buffo. Gli occhi sono piccoli ma talmente intesi che brillano, a volte addirittura ti inquietano, parlano. Il suo naso girovaga nell’aria in cerca sempre di odori nuovi e non so perché tutte le volte che lo guardo mi viene da sorridere. Giochiamo per ore ed ore e non riesco ancora a capire chi dei due si diverte di più.

Qualche tempo fa mi ha fatto morire di paura. Se ne è andato ed è sparito e io ho temuto che non l’avrei rivisto mai più. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

La faccenda è andata così. Io ero tornata in Italia per un breve periodo. Volevo stare un po’ accanto ai miei genitori che non vedevo da troppo tempo. Eravamo all’inizio dell’estate e anziché sottoporlo alla tortura del caldo tremendo che avrebbe trovato in Italia, alle trafile per fare il viaggio in aereo, ho preferito, come avevo fatto altre volte, lasciarlo a casa, chiedendo ai miei vicini di controllarlo e dargli da mangiare. Lui è abituato, li conosce, ha dimestichezza con loro. Anche quando ci sono io lui sta all’aperto a meno che non ci siano condizioni di tempo proibitive. Gira libero e non scappa, e anche quando si allontana un po’, torna subito a casa.

Però un giorno, a metà giugno, uno di questi amici che abitano lì intorno, mi chiama via Skype e mi dice che Ginger è sparito. Lui lo ha chiamato, lo ha chiamato, e in genere quando lo si chiama arriva. Ma niente. Le grida erano a vuoto, del cane nessuna traccia.

Mi sono incollata al computer. Ho cominciato allora a spargere la voce in tutti i villaggi vicini, in ognuno dei quali c’è qualcuno che conosco, che incontro quando passo portando in giro turisti. Chiedevo se avessero visto Ginger o comunque ci fossero voci di cani che si aggiravano nella zona.

È la stagione in cui le renne si spingono a valle, mettono al mondo i loro cuccioli e li allattano e quei piccoli sono una facile preda per i lupi. A loro volta i lupi diventano un facile bersaglio di chi deve tutelare quella transumanza e il rischio era che qualche guardia caccia lo scambiasse per un predatore affamato.

Ho avvertito la polizia doganale, i responsabili della comunità Sami che proprio in questo periodo dell’anno censiscono i capi di bestiame sorvolando le pianure in elicottero.

Ho messo in moto il tam tam che ormai si fa con Facebook, non con i tamburi: ho aperto una pagina apposta, «Ginger Missing Siberian Husky», lanciando l’appello in inglese, italiano, svedese e norvegese, pubblicando le foto del cane in modo che chiunque lo potesse riconoscere e mettendo anche una mappa degli avvistamenti segnalati.

Dei contadini dei dintorni mi hanno scritto dicendo di averlo visto a una decina di chilometri da casa, in prossimità di un bosco. Poi qualcuno ha giurato che un lupo era stato segnalato in una zona montuosa distante almeno 40 chilometri, ma il suo manto era troppo chiaro per essere quello di un lupo. Qualcuno dai bordi della tundra artica, un posto che si chiama Anafjallet, mi ha detto di aver avvistato un lupo bianco durante un’escursione.

Ma quelle sono distese immense, trovarlo è un’impresa. Le riserve naturali di Rogen in Svezia e di Femundmarka in Norvegia si stendono per più di mille chilometri quadrati intorno al posto dove vivo. E io ero a una distanza enorme da lì, non potevo mettermi in marcia e cercarlo, chiamarlo con la mia voce, sperare che sentisse il mio odore.

La copertina di Confidenze n. 35

Il passaparola però ha funzionato. La rete per queste cose è davvero sorprendente. A volte penso sia un giocattolo, un passatempo che ha contagiato anche noi adulti, però ha i suoi lati straordinari, inimmaginabili. Ho trovato tanta solidarietà, addirittura qualcuno che ha proposto una colletta per organizzare una spedizione in cerca di Ginger.

Finalmente, dopo cinque giorni dalla sua scomparsa, alcuni abitanti della zona lo hanno avvistato a 5 chilometri da casa, sicuri che fosse lui. Correva tranquillo e spensierato a fianco di una famigliola di renne, più simile a un pastore maremmano a guardia del gregge che a un pauroso lupo uscito dalle fiabe per spaventare i bambini.

“Ginger, Ginger!”, gli hanno gridato, e lui, come se il gioco fosse finito, si è avvicinato, ha lasciato carezzarsi e mettersi il guinzaglio. Io intanto ero ripartita per la Lapponia, un viaggio di più di 4 mila chilometri, ed appena l’ho visto non ho fatto altro che abbracciarlo. Non sono neanche riuscita a sgridarlo per quella marachella da quanto ero felice.

Forse hanno ragione quelli che dicono che abbia seguito il suo istinto, che abbia assecondato la sua natura, il bisogno di correre a perdifiato in uno spazio senza fine, senza meta, guidato solo dall’odore di un cervo o di una renna che hanno risvegliato in lui le sue più lontane origini.

Qualcuno ha scomodato Buck, il cane dallo spirito libero che Jack London, racconta ne “Il richiamo della foresta”, pronto a sentire l’invito dei suoi cugini selvatici e a dimenticare i secoli di addomesticamento a cui lo ha abituato l’uomo. Io non ne sono sicura, e penso che convivano entrambi i lati del carattere, quello selvaggio e quello civilizzato. E qualcosa del genere dobbiamo avere anche noi umani, penso. Sì, quelle cose fra sentimento e ragione, fra istinti e consuetudini.

Comunque sono stati i giorni più inquieti della mia vita. Avevo davvero paura ma devo dire che neanche per un istante ho sentito nel profondo che l’avrei perso. Sì, ci pensavo, prendevo in considerazione la possibilità, ma in cuor mio ero sicuro che l’avrei ritrovato. Il mio bell’Husky siberiano dagli occhi di ghiaccio, che da quattro anni condivide con me la vita e l’avventura nel gelo della Lapponia.

Sono sempre stata un’amante della natura e una romantica nel fondo dell’anima. Ma, un po’ come tutti, queste “vocazioni” prima le avevo messe in un angolo sempre più ristretto della mia esistenza.

Mi sono laureata in letteratura angloamericana a Siena, sognando di sedermi un giorno dietro a una cattedra. Però ho subito capito quanto sarebbe stata improbabile la carriera accademica. E dovevo trovarmi un modo per guadagnarmi da vivere.

Sono nata all’incrocio fra val di Chiana e val d’Orcia, uno degli angoli più incontaminati della Toscana, buen retiro di attori, intellettuali, gente dello spettacolo in cerca di quiete e tranquillità. È un posto fantastico. I miei genitori vivono a Montepulciano, patria di Angelo Ambrogini, il Poliziano, e di uno straordinario vino rosso a cui non poteva esser dato altro nome che Nobile.

Allora ho imparato tutto quello che c’è da sapere sull’Abbazia di Sant’Antimo, sulla cattedrale neoclassica di Montalcino, sulla fontana cinquecentesca dove zampilla l’acqua termale di Bagno Vignoni e sulle geometrie perfette di Pienza, la città ideale del Rinascimento. Ho iniziato a fare la guida ambientale escursionista, portando viandanti di ogni dove a scoprire un pezzo di Toscana dove natura, arte, cibi e vino mandano in estasi.

Poi a un certo punto ho sentito che questo non mi bastava, o che avevo bisogno di altro, o che cercavo spazi ancora più aperti, sfide ancora più difficili. Non so dire esattamente perché ho sentito il bisogno di andarmene, ma è stato più forte di me.

Quando ho deciso di andare a vivere alle porte del Polo Nord, quel bagaglio appreso facendo la guida in Toscana, comunque me lo sono portato dietro. Non pesa. Ho però dovuto scoprire come si fa un buco su un lago ghiacciato per calarvi una lenza e aspettare che il salmone abbocchi all’amo; come si attaccano le renne alla slitta; come si stende il grasso sugli scarponi e la paraffina sul fondo degli sci. Solo con questi, facendo falcate potenti e regolari, puoi muoverti per chilometri e chilometri in quelle distese, serpeggiando tra gli alberi, trovando i punti più indicati per osservare l’orso, le radure dove compariranno gli alci, i rami su cui andrà a posarsi la pernice. E scopri quanto sia unico e inconfondibile il volo dell’aquila, o che rumore fanno le stalattiti quando cascano.

Ho imparato le usanze, le tradizioni, i segreti dei Sami, la popolazione che abita la punta settentrionale di Finlandia, Norvegia, Svezia e Russia. Un popolo che per lungo tempo ha creduto in divinità che animano la natura nelle sue tante manifestazioni, dalla madre terra al dio del tuono, avvalendosi degli sciamani per compiere i riti propiziatori capaci di ingraziarle quelle divinità. Un popolo profondamente convinto che l’uomo faccia parte di quella natura, non debba perciò dominarla e oltraggiarla.

Dinanzi alla magia di quelle usanze, mi sono proposta con modestia e rispetto: d’inverno, quando si avvicina il Natale metto anch’io fuori dalla porta di casa una tazza colma di burro e porridge per i tomte, spiritelli buoni che se non ricevono le cure necessarie possono portare carestie e pestilenze.

Insomma, ho trasferito qui in Lapponia la capacità di accompagnare e far conoscere che avevo appreso tra le vigne del Brunello e i caseifici del pecorino di Pienza. Accolgo gli ospiti, li accudisco, li seguo con passione e scrupolo, ma togliendo loro subito un’illusione: quella di essere in un 5 stelle dove tutto è servito e riverito, dove basta alzare un braccio o schioccare le dita. Certo, sono gli Husky che tirano le slitte, ma quando ci si ferma vanno abbeverati e rifocillati e quando si hanno gli sci da fondo ai piedi è sulle proprie forze che bisogna contare.

Il cibo qui non manca, ma lo spaccio più vicino è a 12 chilometri, tutti coperti di neve. In dispensa conservo però l’olio extravergine o la salsa di pomodoro che mi spedisce la mamma da Montepulciano o mi porto dietro quando vado a trovarla. Un piatto di pasta è garantito.

Bisogna venire attrezzati: scarponi, cappello foderato di pelliccia, pantaloni imbottiti, guanti e pesanti giacche a vento. Altrimenti diventa impossibile avvicinarsi a una natura dove le linci, le volpi, le renne, l’orso si muovono liberamente, rispettati e protetti. Ma tranquilli, non siamo fuori dal mondo: internet arriva anche qui e su wwwredfoxadventure.com, il mio sito su cui promuovo l’attività di tour operator lappone che mi sono inventata per vivere, scarico tutti i filmati che faccio. Anche se qualche volta salta la linea.

Quando va via anche la corrente elettrica allora davvero il silenzio è totale, non senti più alcun brusio, niente che ti riporti a quello che l’uomo ha fatto con le sue mani. Puoi sentire solo il vento o i versi degli animali. È stato durante un black out che una volta sola ho conosciuto l’angoscia.

Ma questo è il modo per scoprire che la felicità è una coperta calda.

Pubblicato sul n. 35 di Confidenze, del 4 settembre 2012

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