Piazza o confessionale?

Ho riportato su Facebook questa frase tratta dall’articolo di Beppe Severgnini intitolato Insulto dunque Navigo comparso sul Corriere della Sera del 27 agosto scorso: «Purtroppo c’è chi non ha capito che Facebook e Twitter – per citare le due piattaforme più popolari – sono mezzi di comunicazione di massa, non balconi per conversazioni private».

Alcuni dei commenti ricevuti mi inducono a soffermarmi meglio sulla questione, con una premessa metodologica che fa già parte della disquisizione: pubblico o non pubblico fuori dal socialnetwork i commenti di persone che hanno scritto lì sulla mia bacheca, in uno spazio cioè in parte destinato solo a loro e a me? Faccio o non faccio i loro nomi? Rendo partecipe un pubblico potenzialmente immenso (tutti quelli che hanno un computer collegato alla rete e possono quindi digitare www.danielepugliese.it) della questione che loro potrebbero aver pensato di trattare solo con me?

Va detto: Severgnini un’imprecisione l’ha fatta e T. S. implicitamente la nota. Mi scrive lei che vive a Napoli: «Dalle mie parti, fino a qualche anno fa, non era infrequente vedere persone chi si scambiassero motti e pettegolezzi dai balconi. Ora temo siano tutte su Facebook». Il balcone, infatti, non è certo il luogo più indicato «per conversazioni private», essendo esposto al pubblico, ai dirimpettai, ai vicini di casa, ai passanti. Volendo una certa riservatezza è preferibile stare fra quattro mura, dove anche se si gira senza mutande, non si viene denunciati per atti osceni in luogo pubblico, reato che scatta qualora uno si esponga dal terrazzo. Non a caso, sospetto, T. S. parla di motti e pettegolezzi: suppongo che chi li faceva ci tenesse assai ad esser sentito e far sapere cosa stava dicendo.

Avendo io citato con l’amica partenopea non con nome e cognome e ma con le sole iniziali non ho violato quella «territorialità» supposta da qualcun altro dei commentatori in disaccordo con Severgnini. Diversamente, forse, sarebbe stato come se avessi esportato foto scattate in un campo per nudisti, lecite là dentro, inappropriate fuori. Qui uno potrebbe chiedersi: chi l’ha detto che fuori sarebbero inappropriate? Probabilmente i nudisti stessi. O almeno quelli che si sentono di stare come mamma li ha fatti solo tra altri che stanno come mamma li ha fatti e si vergognerebbero, invece, ad esporre le proprie nudità in piazza Signoria percorsa da gente in abito grigio o tailleur. Forse non quelli che, invece, stanno nudi nel campo nudisti perché se lo facessero fuori li arresterebbero, ma fosse per loro indosserebbero il costume adamitico anche all’Ikea.

In passato ho avuto un serio, e per me doloroso, diverbio proprio su una analoga questione. Avevo riportato qui nel blog una discussione su Facebook animata e passionale con punti di vista divergenti fra amici che svolgono mestieri e ricoprono ruoli pubblici, su una questione seria e circostanziata, e sono stato rimproverato per aver pubblicato senza chiedere il consenso, ed anzi sono stato accusato di leggerezze giornalistiche delle quali sono stato esente per l’intera mia carriera. Ciò che allora sostenni in privato per difendermi era proprio che se vuoi dire delle cose riservate le scrivi su una lettera, non le posti su un socialnetwork.

Ora il punto sta proprio qui. Le opzioni riguardo la privacy su Facebook consentono di non far leggere se non ai propri amici quello che si scrive sulla propria bacheca. Ma se uno viene a scrivere sulla mia bacheca che è aperta al pubblico, non ha cioè restrizioni, sta scrivendo una cosa in pubblico. Magari non ai 100 mila che possono leggere il mio blog, ma certamente ai 3.000 “amici” e, lo ripeto, ai molti di più che potenzialmente possono accedere a al mio profilo dove io compaio col nome che è scritto sulla mia carta d’identità e lo stesso volto che lì espongo nella fotografia d’obbligo.

Perciò non sono d’accordo con M. F. G. che ha manifestato il suo dissenso sostenendo che «FB non è un media di massa, unidirezionale per definizione, ma un piattaforma social, che le persone usano come credono e richiede interazione. Ognuno sceglie la sua conversazione».

Gli ho risposto che una tal impostazione è «ruggine», un «deposito residuale di vecchie definizioni». Non è più l’unidirezionalità a definire un media di massa. Le lettere sui giornali, il televoto in tv incrinano questa antica definizione. È vero che sulla Stampa scrivono solo i giornalisti della Stampa o chi vogliono loro e che molte trasmissioni televisive vengono accuratamente mixate prima di andare in onda. Ma l’omino dei preservativi dietro a quel grande telecronista che era Frajese è un’interazione, una frattura nell’unidirezionalità. In qualche maniera M.F.G. me ne ha dato atto: «Le trovo attuali, ma quando si parla di queste cose si è sempre un pochino indietro».

L. S. gli dà ragione, invece, perché dice di usare Fb come un luogo di conversazione. Posta in bacheca altrui commenti anche molto privati. Ed è un modo di usare il socialnetwork come appunto stare sul balcone a Napoli. Esiste la messaggistica e la chat apposta per non stare in pubblico. Per carità, come dice G. B., ognuno è «libero di utilizzare il proprio profilo come meglio crede…». Lei non ama i giochini e chi manda inviti a farli. Ma la questione è proprio lì: uno può usarlo come crede, ma sapendo che è un mezzo di comunicazione di massa. O, almeno, un potenziale mezzo di comunicazione di massa se non disabiliti tutte le potenzialità di apertura al pubblico.

L’intervento di M. T. mette in luce «l’equivoco di fondo, dal quale ne nascono di ulteriori, e non meno perversi» nel quale si muove Fb. Ricorda l’origine dell’invenzione di Zuckenberg: il «(ri)trovare amici reali», il connettere «persone che “si conoscono realmente”». E la sua immediata evoluzione come «mezzo per entrare e restare in contatto con i propri fans» per «personaggi pubblici, dalle celebrità dello spettacolo ai politici». Evidenzia la differenza fra profili personali e pagine e conclude: «Credo che questo ventaglio di tipologie di utenti e di motivazioni di utilizzo, rendano FB sicuramente un mezzo di comunicazione di massa, ma certo bidirezionale, ma anche una sorta di Hide Park Corner digitale dove chiunque può dire ciò che pensa ai chi si trova a passare di lì o, infine, anche un luogo di conversazioni personali, se non private, indipendentemente dal fatto che la conoscenza tra i conversatori sia reale, potenziale o mista. ovviamente, costoro dovrebbero avere contentezza del fatto che le loro conversazioni private avvengono in un luogo pubblico e che quindi possono e forse, in qualche misura, devono essere ascoltate casualmente da chiunque».

Aggiunge: «Ciò che stupisce, per il suo stridere con questi incontrovertibili dati di fatto, sono i, peraltro diffusissimi, atteggiamenti “privatistici” e “personalistici”: smanie di cancellazioni individuali o di massa di “amici” che non interagiscono o che lo fanno in modo non gradito, “bannamenti” di dissidenti, divieti e concessioni di parola, pretese di censure riguardo i post che si ammettono nella “propria” bacheca…».

Dunque Severgnini ha ragione e ha torto? Io credo che abbia ragione. Perché lo si può usare anche come un piccione viaggiatore tra due fidanzatini, ma bisogna sapere che se non si mettono 85 lucchetti quel «ti amo» è detto coram populo.

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One Response to “Piazza o confessionale?”

  1. Marcello scrive:

    Questione parecchio interessante e intervento parecchio interessante, ma da te non mi aspettavo meno.
    Prima questione di metodo, mia: sarà sgarbato risponderti qui, dato che forse non tutti quelli che hanno postato le loro considerazioni avranno cliccato o tappato (essì) per venir qui ?
    No, non credo: hai postato un bel link e qui c’è spazio per qualche parola in più.
    Allora, confermo che di solito i ragionamenti su queste cose scontano un pò di fisiologico ritardo, dato che le cose e i modi di scrivere e comunicare cambiano rapidamente.
    Le tue riflessioni sulla crossmedialità sono condivisibili: non ci sono più posti e media dove si fa una cosa sola e non ci sia un minimo di interazione, ma questo succede da anni.
    E da anni sono finiti anche i “mezzi di comunicazione di massa” come li immaginava Mc Luhan, persuasori, invadenti e con una sola cosa da dire, buona per tutta la famiglia.
    Da almeno vent’anni, dai tempi di Meyrowitz, quando si parla di TV, Radio e Giornali, si parla di Grandi Media prevalentemente unidirezionali, che non si aspettano nulla da chi guarda, ascolta o legge se non l’attenzione, che ricambiano cambiando se stessi, se ci riescono e molto lentamente e il tuo modo di vedere le cose.
    Non sempre in peggio.
    La Rete è un ambiente diverso.
    La TV si guarda, il giornale si legge, la radio si ascolta, sulla rete si è.
    Alla domanda “cosa fai” nessuno risponderebbe “leggo internet”, oppure “guardo internet” o “ascolto iTunes”. Piuttosto “sono su internet” o “sono su iTunes”. Questo non perchè siamo diventati improvvisamente protagonisti delle nostre scelte informative o musicali, ma perchè il livell e lo sforzo di intenzionalità e di scelta è per forza più elevato.
    Detto questo, le riflessioni di Severgnini (mi piace Severgnini) sono dettate da un difetto di prospettiva.
    Severgnini usa Twitter e Fb per parlare al vasto pubblico dei suoi molti e meritati lettori e lo fa come se scrivesse o parlasse alla radio. Per Severgnini Twitter e Fb sono Grandi Media e li usa proprio in questo modo. Come Bersani. O Formigoni.
    No, aspetta, Formigoni no: fa altro e non se accorge neanche.
    Comunque, Severgnini posta le sue cose e non si aspetta di ragionarne subito con mille persone, riservando subito a ognuna l’attenzione che qualsiasi interlocutore merita. Disposto magari al dialogo.
    Si riserva di rispondere, a tempo debito, come un qualsiasi direttore di giornale o TG.
    Potrebbe avere davanti un Mac, un microfono o una telecamera. Direbbe sempre la stessa cosa a non sa esattamente chi.
    E a me, ripeto, piace ascoltarla.
    E’ Severgnini la persona “di massa”, non il media che usa e se qualche volta twitta con i suoi amici “veri” lo fa in codice e chiacchierando come fosse al balcone, come tutti, come me che qui non mi vergogno di menzionare Luhan o Meyrovitz, perchè parlo con te e con persone curiose, appassionate e certo più colte di me.
    Tu che condiviso il suo post e gli amici intervenuti conoscete, poco o molto, le persone che vedranno il post in bacheca. Teoricamente accessibile, come direbbe Guzzanti figlio, anche ad un aborigeno australiano. Ma la riflessione che viene dopo è “abboriggeno, ma io e te, che cazzo avemo da disse ?”
    Non è per lui che sono lì.
    Severgnini, potenzialmente, anche sì e giustamente ne tiene conto.
    Conclusione: Fb oggi ha una forma diaristica e può essere utilizzato in modo più o meno esperto e consapevole da chiunque in mille modi e con diversi livelli di interazione.
    Non a caso c’è un tasto blu in fondo che invita a condividere e che cambia, come hai visto, anche la forma del tuo post. Senza i nostri amici questo commento non esisterebbe o non sarebbe scritto così per te e per chi immagino possa leggerlo. Nella TV questo bottone, che cambia il contenuto e la conversazione, non c’è. Non lo vedo sul giornale, che quello resta. Non lo trovo sulla radio.
    Se lo uso per commentare i post di Severgnini (l’ho fatto) il post resta quel che è, non cambia nemmeno dopo un mese e non mi aspetto neanche che succeda, perchè so che è una forma di conversazione “di massa” su una piattaforma che “di massa” non è, anche se Zuckerberg ama dirlo. “Di massa” non vuol dire che tutti ne hanno uno o che lo usano, ma che tutti lo usano per fare la stessa cosa e non è così.
    E’ un’altra cosa e sta diventando qualcos’altro proprio adesso.
    Il buffo è che solo chi ci cava una fetta piccolissima o grande del suo stipendio ogni tanto pensa di considerarlo un “media” come un altro. Siccome, nel mio piccolissimo, sono fra questi, cerco sempre di non farlo.
    Bello comunque parlarne con te e chiamami pure con nome e cognome, se ti va.
    So di parlare con te ed altre persone, ma in Piazza Signoria.
    Solo voi e qualche passante ascolta, ma questo non mi autorizza a dirti di mettermi una mascherina come le casalinghe dei porno o nascondere chi sono. Scrivo in pubblico, ma pensando solo a chi mi va. Certo, ho un naso migliorabile, ma quello…

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