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Alessandro Sallusti

Non voglio assolutamente fare il giustizialista ad ogni costo, e tanto meno far credere che scrivo quel che sto scrivendo perché Alessandro Sallusti è il direttore del Giornale, di un quotidiano cioè dove la pensano in maniera diametralmente opposta alla mia e il cui proprietario è il principale (non l’unico) responsabile dello sfascio in cui si trova il Paese.

Perciò esprimo, da un punto di vista solo umano, la solidarietà a quel collega convinto che questa, la solidarietà, sia un bene non solo nella nostra categoria o all’interno delle categorie, ma della società, quantunque sempre di più sia propria la società a liquidarla come un sovrappiù fastidioso. Non conosco l’esatto contorno dei fatti. Leggo semplicemente in rete che mercoledì prossimo, il 26, la Cassazione dovrà esaminare da un punto di vista strettamente formale, la sentenza d’appello che condanna senza condizionale a 14 mesi di reclusione l’ex direttore responsabile di Libero, giustappunto Sallusti, per aver pubblicato nel febbraio 2007 un articolo firmato da un autore sotto pseudonimo su una vicenda giudiziaria, nel quale era citato un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, che, ritenendosi diffamato, sporse querela per diffamazione a mezzo stampa.

La sentenza di primo grado condannava Sallusti a una pena pecuniaria di 5 mila euro, commutata appunto in 14 mesi di reclusione in appello. In questa udienza, si legge negli articoli sulla faccenda il legale dell’imputato non era presente e non sarebbe stato quindi possibile esercitare il diritto di difesa che spetta a tutti.

L’art. 595 del Codice Penale afferma che chiunque «comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032», pena e sanzione che aumentano fino a due anni o a euro 2065 «se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato». Fin qui è il reato di diffamazione. Se esso avviene «col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516». Le pene sono aumentate se «l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio».

Io davvero non sono in grado e non voglio entrare nel merito se l’offesa ci sia stata davvero, se cioè si sia trattato di diffamazione. E tuttavia devo prendere atto che ben due verdetti della giustizia italiana lo affermano, ancorché comminando pene molto distanti tra loro, quasi contraddittorie. Perciò è indispensabile il terzo giudizio, quello della Cassazione, benché quest’ultima non entrerà nel merito, controllando solo la regolarità formale del giudizio, e se quindi non avrà nulla da eccepire, la sentenza sarà immediatamente esecutiva e Sallusti finirà in carcere.

L’Ordine dei Giornalisti ha diffuso un comunicato in cui chiede l’intervento del ministro della Giustizia Paola Severino per capire come sia possibile che nei due gradi di giudizio si sia passati dalla multa al carcere e se non fosse stato possibile «differire quell’udienza per riconoscere a Sallusti il sacrosanto diritto ad una difesa non rituale. In un mondo, quello della giustizia, che accumula ritardi di anni, che cosa ha impedito un rinvio?».

Le cronache tuttavia riportano la circostanza che l’ex direttore di Libero sarebbe stato processato a sua insaputa perché «l’avvocato dell’azienda editoriale si era distratto e non aveva tutelato l’imputato», e qui verrebbe da chiedersi quale procedimento giudiziario si potrebbe aprire dinanzi a tanta mancanza di professionalità e rispetto della deontologia. Ma forse la Cassazione al riguardo avrà qualcosa da dire.

Il giudizio della Federazione Nazionale della Stampa, il sindacato dei giornalisti, chiama in causa invece «il diritto alla libertà di informazione». Si legge nel comunicato: «È inaccettabile che un giornalista per fare il suo lavoro e per le sue opinioni rischi la galera. Non è da Paese civile. Succede solo in Italia e questa è una delle ragioni principali per cui siamo così in basso nelle graduatorie mondiali sulla libertà di stampa. La condanna al carcere, senza condizionale, per il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, è mostruosa e non può essere accettata come atto di giustizia giusta, ancorché dovesse risultare coerente con il codice penale italiano».

Il motivo per cui scrivo questa nota sta proprio qui, in queste deliranti parole di qualche mio collega sindacalista, a cui non ho sentito dire una sola parola né quando sono stato ingiustamente accusato da una iscritta alla massoneria con in tasca anche la tessera dell’Ordine dei giornalisti (non ho mai capito se si tratta di questo o del contrario), che, colta con le mani nella marmellata, ha provato a dare a me la colpa della sua pochezza professionale, trovando un giudice che le ha dato torto e a me invece ragione «perché il fatto non sussiste» (anche in quel caso l’avvocato si dimenticò di passare in cancelleria a ritirare la sentenza); né quando ho usato impropriamente un aggettivo nei confronti di uno stimato collega riconoscendo poi lo sbaglio, rettificando il giudizio e sostenendo le spese legali del caso, episodio che se gli organismi di categoria funzionassero si sarebbe potuto concludere con una chiacchierata e forse anche una pacca sulla spalla; né, infine, quando i codicilli sulla parola, di prassi e secondo il codice d’onore, non sono stati applicati al mio vecchio contratto di lavoro mettendomi all’uscio dopo dieci anni passati anche a far rispettare le leggi che regolano la professione giornalistica da chi fa leggi capaci di essere illegali.

Collega che forse non si è mai accorto che nelle patrie galere c’è un sacco di gente rea di aver solo rubato uno sfilatino e quattro salsicce in un supermercato, la qual cosa si chiama fame e non costituisce comunque una riduzione della pena.

Se il codice penale dice che noi giornalisti non possiamo diffamare e che se lo facciamo si rischia anche la galera, non c’è, a meno che non l’approvi il Parlamento, una legge più giusta di questa. Giusto è invece rispettarla e non diffamare, e rischiar di incorrere nella pena della reclusione se si decide di farlo.

Da un pezzo i quotidiani si fanno con sussurri e grida, gemiti colti nella stanza accanto, titoli come «Facciamoli neri» quando scende in campo Balotelli o «Omicidio a Prato: è giallo» se pare averlo commesso un cinese o «Minetti trombata» di nome e di fatto, e questo è, a mio giudizio, un giornalismo che non solo è sempre più offensivo, volgare e diffamante, ma che non racconta, non spiega, non decifra, non svela e ci riempie anzi di sempre più pregiudizi.

Sarò vecchio, ma continuo a credere che i diritti sono tali solo quando corrispondono a dei doveri, Anche il diritto di cronaca e quello all’informazione. Ciò detto, auguri di cuore dottor Sallusti.

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