Opinioni e diffamazioni

Nel post precedente, Leggi chewingum, credo di aver spiegato in maniera sufficiente ed esaustiva che non intendevo entrare nel merito della sentenza emessa da un tribunale e da una corte d’appello riguardo la presunta (ma ahimé non la si può quasi più chiamare formalmente così, perché, a norma, si è presunti innocenti fino all’ultimo giudizio, che ora è solo quello “procedurale” della Cassazione, non cioè nel merito del reato) diffamazione a mezzo stampa di cui l’ex direttore di Libero Alessandro Sallusti è stato accusato dal giudice tutelare Giuseppe Cocilovo, che nei suoi confronti sporse denuncia chiedendo il pronunciamento dei giudici.

Ho lasciato intendere, più che affermare esplicitamente, che non mi sta simpatico e non mi piace il suo modo di fare giornalismo, così distante da quegli insegnamenti che pensavo di aver ricevuto da modelli come Sergio Lepri, Piero Ottone o Andrea Barbato, i quali mi sembrano ancora il basamento di questa professione sempre meno esercitabile se si ha un briciolo di dignità e amor proprio e del lettore, perché trovo aberrante (e inutile per l’informazione) un titolo come A noi Schettino, a voi Auschwitz comparso sul quotidiano di casa Berlusconi che attualmente egli dirige, Il Giornale. E penso che affermare questo sia libertà di opinione, non diffamazione: Sallusti avrà senz’altro i suoi modelli diversi dai miei e magari altrettanto prestigiosi.

Questo ho fatto, e mi son ben guardato dal dire che effettivamente avesse infamato o fosse responsabile di ignominia, precisando che non conoscevo l’articolo o la specifica frase che gli son stati contestati e per i quali ora rischia il carcere.

Ora ne vengo a conoscenza, o almeno leggo un articolo che riporta i termini della questione. Sallusti – leggo – «sarebbe sotto accusa per un pezzo scritto da un giornalista su Libero nel 2007, quando ne era direttore responsabile. Il caso era quello della ragazzina di tredici anni a cui il Tribunale di Torino dette l’autorizzazione ad interrompere una gravidanza. In seguito all’aborto ha sofferto di disturbi mentali che l’hanno costretta ad un ricovero in un ospedale psichiatrico. Ne nacque uno scontro verbale a cui presero parte giudici, chiesa, gruppi pro/contro l’aborto e Libero che, in un commento a firma Dreyfus, offriva il suo punto di vista sulla vicenda; così: “Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”».

Sono contrario alla pena di morte, anche in caso di omicidio, strage o sterminio, anche per i peggiori reati immaginabili dalla mente umana; sono a favore dell’aborto nei limiti e nei termini stabiliti da una legge costata alle donne lotte e sofferenze; reputo questione delicatissima e di difficile soluzione quella relativa alla responsabilità e punibilità del giudice; rabbrividisco all’idea che i pochi ginecologi non obiettori di coscienza (e d’altro) possano venir intimiditi; mi sembra argomento sterminato quello riguardo le scelte e i comportamenti dei genitori. Son opinioni, discutibili, contestabili, confutabili, ma degne d’essere espresse e, per quanto parziali e non esplicative dell’intero ragionamento che sottendono o delle sfumature implicate, lecite e in diritto d’essere espresse.

Noto anche, con apprezzamento, quel «Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo», a testimonianza di un intento che è volutamente provocatorio, inquieto nella coscienza, teorico e non realmente traducibile in realtà, niente a che vedere con una condanna a morte. E tutto questo mi induce a pensare che, per quanto non le condivida, le opinioni di Sallusti, se quelle sono come mi dice quell’articolo, hanno per me il sapore dell’opinione, della libera opinione, meritevoli perciò del diritto sancito dall’art. 21 della Costituzione, e non ravveda in esse alcunché si configuri come diffamazione prevista dall’art. 595 del Codice penale.

Qui si tratta dunque di commentare ed esprimere dissenso su due sentenze della magistratura «in nome del Popolo italiano», il che è lecito perché siamo nuovamente nel campo della libera espressione, del diritto d’opinione, ancorché sia buona norma che le sentenze si applichino e non si discutano, perché altrimenti non ci sarebbe mai giustizia, la quale è applicazione di norme e codicilli a discrezione di chi è investito di quel compito.

Perciò resto della mia opinione che sia sbagliato invocare, come ha fatto il mio sindacato di categoria un «atto di giustizia giusta» che non sia «coerente con il codice penale italiano». Ritengo cioè che, fino a modifica del codice penale, sia accettabile «che un giornalista per fare il suo lavoro e per le sue opinioni rischi la galera», se queste costituiscono diffamazione. Non è il caso di Sallusti in questione, ma è anche il senso di «impunità» e «onnipotenza» che spesso vige tra alcuni colleghi, come scrive la Fnsi, «una delle ragioni principali per cui siamo così in basso nelle graduatorie mondiali sulla libertà di stampa».

Ciò che voglio stigmatizzare è un atteggiamento tutto italiano che un grande giornalista, Igor Mann denunciò su La Stampa alla fine degli anni Novanta, in un articolo intitolato Quei falsi eroi delle Maldive, nel quale puntava il dito contro i media italiani che accolsero come scampati a un’imboscata di terroristi due turisti italiani incarcerati, condannati all’ergastolo e poi rilasciati da un tribunale islamico per detenzione di droga, alle Maldive.

Per quanto riconoscesse che la pena comminata «è fuori da ogni moderna logica giuridica, dal nostro costume», sosteneva anche che quella severità è riuscita, se non a stroncare traffico e consumo di droga, «senz’altro a fare delle Maldive un paradiso naturale, non artificiale». Perciò, aggiungeva, accogliere i graziati di ritorno a casa «alla stregua di divi del rock», senza una sola parola di gratitudine per le autorità, di scusa per aver infranto la legge d’un Paese sovrano, e la lamentela “mammonesca” per le condizioni di prigionia durante il Ramadan, evidenziava una assoluta mancanza di rispetto verso le regole altrui.

La mia speranza, naturalmente, è che ora non insorga il sindacato dei magistrati a dire che le opinioni qui espresse ledono la dignità della loro categoria e che il mio si configura come l’ennesimo atto teso a delegittimare il loro operato, renderlo inviso al popolo nel cui nome emettono i verdetti, screditare una giustizia che sarebbe il solo baluardo contro il precipitare del Paese. Così fosse, mi dichiaro fin d’ora pronto a pagare.

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