Il gatto giramondo

Storia di Roberto C. raccolta da Daniele Pugliese *

Iride, la barca su cui hanno viaggiato Roberto e Maio

Erano trascorsi già quasi tre anni da quando ero salpato da solo a bordo di Iride, una barca di 12 metri uscita nel 1973 da un cantiere di Marsiglia, un bel bialbero bisognoso di tanta manutenzione, ma solido e affidabile.

La solitudine non mi spaventava affatto, anzi, direi che fosse proprio quello che andavo cercando. Non che io sia un misantropo, uno che in mezzo agli altri si trova a disagio. Ho molti amici, mi piace la compagnia, ho avuto in passato le mie storie d’amore.

Ma mettermi alla prova, per mesi e mesi senza nessuno a fianco, sentendo solo il rumore del vento che soffia tra le vele scuotendo gli alberi così che le corde tintinnano, e il rombo delle onde o lo sciabordio dello scafo, era il mio grande sogno, una fantasia che avevo coltivato per tanto tempo.

Perciò, quando arrivai nell’aprile del 2010 a Porto la Cruz in Venezuela – dopo aver già attraversato tutto l’oceano Indiano, circumnavigato il Capo di Buona Speranza all’estremità Sud dell’Africa e percorso tutta la distesa dell’oceano Atlantico –, non avrei certo pensato che mi sarei mosso da lì con un’altra creatura a bordo.

Miao

E invece, da allora, ho un compagno, e l’avventura che ci è capitata in un punto sperduto dell’oceano Pacifico ha davvero dell’incredibile. Non so proprio come ce l’abbiamo fatta.

Si chiama Miao e non ci vuole molto a capire che si tratta di un bel micione. Sì, lo ammetto, non ho avuto molta fantasia nel dargli quel nome, ma è facile da pronunciare, costa poca fatica e credo manifesti il mio desiderio di adeguarmi agli usi e ai costumi di un essere che è diverso da me e con il quale volevo instaurare un rapporto gradevole per entrambi. E poi non lo trovo così male come nome, e a lui sembra piacere…

Il mio viaggio era iniziato nel maggio del 2007 in Indonesia, a Bali. Avevo vissuto lì una decina d’anni facendo il tour operator e la guida turistica, a parte una breve parentesi durante la quale, insieme alla mia fidanzata di allora, avevo tentato di aprire una gelateria: un’impresa fallimentare.

La passione per le barche spinte dal vento mi era scoppiata quand’ero diciottenne sui grandi laghi lombardi, il Maggiore e quello di Como. Poi la voglia di avventura, la decisione di andarsene all’estero e quindi quella di fare il gran passo.

Nel dicembre del 2006, con i risparmi messi da parte lavorando, andai a Langkawi in Malesia. Mi avevano detto che lì avrei potuto trovare una barca affidabile, indicata per una lunga traversata, da comprare a buon mercato. Trovai Iride che faceva al caso mio, anche se avrei dovuto sostituire gli alberi, sistemare lo scafo e riparare quel che il tempo e l’uso avevano danneggiato.

Tutto il 2007 e tutto il 2008 li ho passati alternando le prime uscite nell’arcipelago indonesiano alle soste in cantiere per mettere a posto l’imbarcazione. Da Langkawi sono andato a Bali in Indonesia, poi a Singapore, di nuovo indietro, quindi a Phuket in Thailandia, nelle Andamane in India, poi ho toccato lo Sri Lanka e le Maldive. Ci sono più di novemila isole in quell’arcipelago!

All’inizio del 2009 ho levato l’ancora in direzione delle Seychelles, di fronte alla costa africana. Lì l’ho messa in secco a Mahe e sono tornato con l’aereo a Bali per un’altra stagione di lavoro.

Nel novembre del 2009 ho lasciato le Seychelles, puntando sul Madagascar prima e su Cape Town in Sudafrica poi. L’oceano Indiano era fatto… ora toccava all’Atlantico. All’inizio del 2010 ho cominciato la traversata. Due sole tappe, l’isola di Sant’Elena e Ascensione, prima di approdare in Brasile, a Fortaleza, in marzo.

Il mese successivo ho cominciato a risalire la costa sudamericana: Trinidad e Tobago, Isla Margarita in Venezuela, le Antille Olandesi, Curacao. Poi di nuovo in Venezuela, a Porto la Cruz per fare nuovi lavori di cantiere.

Lì mi sono fermato e ho fatto un po’ la vita di porto: sedersi a tavola a mangiare, ascoltare la gente che ti racconta storie, fare rifornimento, entrare in un negozio e sentire il clacson delle auto come fosse il canto delle sirene. Erano cose che quasi avevo dimenticato.

E lì quello che era solo un “frizzico” in qualche parte sperduta della mente ha preso forma. Ho deciso che ci voleva uno spiritello a bordo. Non so come altrimenti spiegarlo.

Mancava qualcosa, non mi sentivo più fragile o in preda a qualche depressione, non ero sconsolato o triste, ma sentivo un vuoto.

Fatto è che conosco una signora inglese che stava lì con suo marito da 25 anni circa: da quando, veleggiando anche loro, non ricordo più come e perché, avevano fatto naufragio da quelle parti. Bella rubizza e robusta, molto alla mano. La guardavo con piacere dare da mangiare ai gatti randagi che si aggiravano sulla banchina pigri e oziosi: la riconoscevano e le gironzolavano intorno, ognuno aspettando la propria razione. Sembrava una gattona anche lei!

Io nella mia vita di gatti ne avevo avuti quattro, uno qua uno là, e mi ero sempre trovato bene. Non avevo instaurato con loro un rapporto di grandi smancerie, di attenzioni maniacali, di premure smodate. Loro facevano la loro vita ed io la mia, ma stavamo accanto. Li osservavo ed ero incuriosito dal loro comportamento.

Quello che mi fa impazzire di loro è che hanno una percezione del tempo diametralmente opposta alla nostra, frenetica e scatenata. Possono dormire una quantità mostruosa di ore, alzarsi sbadigliando solo per mangiare un po’ e giocare con qualcosa che si muove. Non si annoiano, evitano di agitarsi. Avremmo solo da imparare.

Miao

Be’, dice quella donna incontrata sul molo: «Perché non prendi quello? È gentile e carino», e indica un micione di sette mesi, più coda che corpo. Ha i calzini bianchi come il lupo di Kevin Costner, e anche la bazza è candida, ma la testa, il dorso e la coda sono di un marrone intenso coperto di macchie più scure, quasi nere. Mi faccio l’idea che abbia qualcosa dei gatti d’Angora.

Tergiverso, non sono tanto convinto. È un impegno con la vita che faccio, anche se un gatto è pulito, indipendente, occupa poco posto e può star bene anche in uno spazio relativamente piccolo. Lui mi ronza tra i pensieri e spesso tra le gambe, mi viene addosso, si struscia, fa le fusa, sembra avermi scelto lui. Cedo.

«Va bene, lo prendo», dico un giorno alla donna inglese mentre lo tiene acciambellato sulle sua braccia cicciottelle. Lui esita ad attraversare il ponte ma alla fine sembra felice di stare a bordo. Solo un paio di volte, subito dopo, ha tentato di ammutinarsi. Ma quasi per gioco.

Miao e io riprendiamo il largo insieme e volgiamo in direzione di Panama passando davanti alla costa della Colombia. Mi fermo a Cartagena, un posto fantastico dove mi sarebbe piaciuto fare tappa più a lungo. Poi procedo verso il canale che taglia il continente facendo evitare il periplo della Terra del Fuoco.

Chiunque abbia un micio in casa, potrà trovare strano che un gatto si adatti a vivere su uno scafo circondato dall’acqua, elemento che, è noto, non è gradito ai felini. Ma posso assicurare che Miao si è trovato subito a suo agio nella nuova casa: si faceva le unghie con gusto sulle sartie arrotolate, sonnecchiava sottocoperta quando l’aria si faceva troppo sferzante… e apprezzava molto i pranzetti a base di pesce freschissimo, appena pescato.

Miao ha imparato presto come comportarsi a bordo. Il suo istinto gli diceva quando poteva richiamare le mie attenzioni e quand’era meglio, invece, starmi alla larga: se mi vedeva inoperoso, veniva a strofinarsi tra le mie caviglie salate, con la tipica danza in tondo dei gatti contenti. Ma se ne stava tranquillo in un angolino, quando io dovevo compiere le manovre agili e veloci che un’imbarcazione a vela richiede.

Il mio amichetto peloso svolgeva anche un efficace servizio meteo: quando il suo musino fiutava l’aria con insistenza, il vento stava per cambiare; e se poi Miao cominciava a leccarsi con cura le zampette anteriori, per poi passarle sulla testa… potevi essere sicuro che c’era pioggia in arrivo.

Insomma, diventammo una coppia perfetta: un perfetto lupo di mare, e un perfetto gatto di mare.

Passato il canale, ho fatto una lunga sosta a Panama City per “fare cambusa” e sistemare tutto in vista della traversata più lunga e difficile, quella del Pacifico.

Avevo intenzione di viaggiare il nord del Pacifico in direzione delle Galapagos, ma a 250 miglia da quelle isole, popolate da una fauna splendida in cielo, in terra e in mare, mi si è rotto il cambio del motore; e sarebbe stato molto imprudente procedere con quel guasto.

Decido di fare dietro-front e ritornare a Panama per sostituire il pezzo che si era guastato. Il preventivo che mi presentano in cantiere è da capogiro, al punto da mettere in discussione la prosecuzione del viaggio.

Mi sono arrabattato, cercando un pezzo qua e un pezzo là, facendo il giro dei ferrivecchi, dicendo ai meccanici che dovevano fare solo una parte del lavoro, il resto l’avrei fatto da me. Alla fine, dei quasi 4.000 dollari che mi avevano chiesto, ne ho spesi solo 250!

Ma così sono partiti due mesi e ho potuto riprendere il largo solo nel febbraio del 2011. Quella lunga sosta è stata anche il banco di prova della fedeltà di Miao: poteva tranquillamente scendere a terra e lo faceva anche in mia assenza, ma fatti i suoi giri tornava puntualmente su Iride.

Decisi di cambiare itinerario e percorrere, questa volta, il sud del Pacifico. Dopo le Galapagos ho puntato sulle Marchesi nella Polynesia Francese. È stato il tratto più lungo di tutto il viaggio.

Quasi sei mesi di mare facendo scalo, in tutto, non più di dieci giorni: a Penrhyn nelle Northern Cook, a Funafuti Tuvalu e a Sant’Ana nelle Salomon Island, giungendo solo nel luglio 2011 a Papua in Nuova Guinea.

In quel tratto di mare per 400 miglia non ha tirato un alito di vento e spesso ho dovuto accendere il motore. Per fortuna l’avevo fatto aggiustare. Quando poi, giunto nel mar dei Coralli, ha ripreso a soffiare, eccome se soffiava! C’erano venti fortissimi.

Spesso in barca, anche quando il vento tira forte, basta che stai attento e tieni gli occhi aperti e puoi fare quello che ti va. Ti muovi sulle onde e intanto leggi un libro o cucini quello che hai pescato. Sì, certo, in vela ci sono tante cose da fare, ma anche momenti in cui puoi prendertela comoda.

Miao era andato come spesso faceva a stendersi sul tendalino sotto al quale ti ripari dal sole e dalla pioggia. Per fortuna ero sul ponte ed avevo gli occhi ben aperti. È arrivata una raffica e il tendalino si è gonfiato come un paracadute. È stato un istante. Ho visto Miao volare verso il cielo e ricadere, come se lo avessero sparato, in mezzo al mare.

Sarò andato a 6 nodi in quel momento, e una barca non la inchiodi tirando il freno. Sono saltato su come una molla, mi sono precipitato ad ammainare il fiocco, a sciogliere la scotta, ad allentare gli stragli facendoli precipitare sul boma. Ho cercato di fissare con gli occhi il punto esatto dov’era caduto, guardando se lo vedevo ancora tra i flutti, ma ero troppo lontano, ormai.

Appena raccolte le vele, ho acceso il motore dirigendomi indietro e gridando a squarciagola «Miao, Miao!», che ora a raccontarlo mi viene anche da ridere. Ma lì il cuore mi batteva a mille.

Quando il vento è così forte il mare si increspa e le onde non è che diventano delle muraglie, raggiungeranno diciamo i due metri di altezza, ma giuro che in quelle condizioni non si vede niente se non per qualche istante.

Allora ho spento il motore e mi sono fermato e ho continuato a gridare con tutto il fiato che avevo in gola, ripetendo il suo nome. A un certo punto l’ho visto che, sì sembrerà assurdo, nuotava verso di me. Stava a galla, bagnato come un pulcino, e zampettava tenendo la testa fuori cercando di raggiungermi. Era chiaro che mi sentiva.

Ho preso un asciugamano e l’ho gettato verso di lui, che appena l’ha avuto vicino lo ha afferrato con le unghie: così ho potuto trascinarlo sulla barca.

Ci saranno voluti quindici minuti da quando è caduto a quando sono riuscito a ripescarlo, certo non di meno. E lui ce l’ha fatta. È stato bravissimo. È tornato a bordo ed era visibilmente sotto choc. Tremava, stava rincantucciato, guardingo. È andato avanti così per un bel po’.

L’ho rifocillato, asciugato, cercando di stargli vicino ma senza soffocarlo, perché penso che in alcuni momenti, uomini o animali, abbiamo bisogno anche di solitudine. Magari sapendo che gli altri ci sono, ma con un po’ di tempo per stare con se stessi.

Da quel giorno l’ho ribattezzato “patella pelosa”, perché se ne stava molto più spesso attaccato a me come le conchiglie agli scogli, direi senza mai perdermi di vista. Solitario e sulle sue, come sono nell’animo i gatti, ma legato a me come un’agile ombra.

Pian piano si è ripreso. Abbiamo raggiunto lo stretto di Torres fra l’Australia e la Nuova Guinea, e di qui Timor Est, poi fino a Singapore e di nuovo a Langkawi.

Il periplo vero e proprio era concluso e potevo dire di aver fatto il giro del mondo, ma Miao ed io abbiamo deciso di ripartire per l’Italia. Ai primi di dicembre ho attraversato di nuovo l’oceano Indiano, in direzione del mar Rosso. Breve sosta ad Aden nello Yemen, poi nel Sinai, arrivo a Suez in febbraio.

Un viaggio duro e lento, fortunatamente non intercettato dai pirati che infestano quel tratto di mare. Anche se una volta ci ha minacciosamente affiancato una barca con dei brutti ceffi a bordo e mi è toccato brandire il fucile da pesca per farli allontanare. Forse in quell’occasione avrei preferito avere un doberman a bordo, anziché un tigrotto in miniatura. Quando furono a debita distanza iniziarono a gesticolare per dire che erano solo in cerca di sigarette, ma io credo che avessero altri intenti.

Sbucato nel Mediterraneo, ho puntato verso la Grecia attraversando il sud dell’Egeo e poi, attraverso le isole dello Ionio, a Crotone il 20 maggio scorso.

Pensavo ci avrebbe ricevuto una banda: eccolo l’eroe solitario di ritorno dall’avventura col suo fido compagno. Invece mi hanno perquisito la barca fino all’ultimo centimetro temendo che nascondessi degli immigrati clandestini. No, signori: solo un gatto con le carte in regola.

Niente fanfara per Miao e per me… Ma intanto il mio sogno io l’ho realizzato. E io e il mio gatto giramondo siamo ancora insieme.

* Su Confidenze n. 44, del 6 novembre 2012

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