Le parole di Edith Bruck

Edith Bruck

Sono stato a sentire Edith Bruck, invitata dall’Istituto storico della Resistenza nell’ambito di una iniziativa organizzata per ricordare i 25 anni dalla morte di Primo Levi che prevede anche un incontro, il 5 dicembre prossimo, con Moni Ovadia. L’ho ascoltata con attenzione e voglia di sapere di più sullo scrittore che più amo e ai cui pensieri, o al cui modo di ragionare, devo molto. Ho dovuto trattenere le lacrime quando, ricordando l’11 aprile 1987, ha spiegato perché in qualche maniera quel giorno ha gridato disperata più per la scomparsa dello scrittore che dell’amico. Frase che potrebbe risultare cinica o anafettiva se non l’avesse pronunciata quella donna e con lo sguardo che aveva in quel momento negli occhi.

Mi ha molto colpito – non perché mi risultasse una novità, ma sentirlo dire dalla viva voce di chi l’ha vissuto fa un altro effetto – l’insistenza con cui ha sottolineato come nel paese dove è nata e dal quale ancora bambina è stata deportata ad Auschwitz, a Dachau e a Bergen-Belsen, per lungo tempo si sia tentato di dar la colpa di tutto quell’orrore ai nazisti, cioè ai tedeschi, rimuovendo la responsabilità di quegli ungheresi che la caricarono insieme alla sua famiglia su un carro merci diretto verso lo sterminio e dimenticando quegli uomini che fucilarono un poeta di cui lei ha letto alcuni versi.

Mentre diceva queste parole nella mia testa risuonavano queste altre, che ogni tanto mi premono dentro, furiose, insistenti, tenaci: girare la testa dall’altra parte. In questa mescola di pensieri e sensazioni, quando Ugo Caffaz, accreditato punto di riferimento sui temi della Shoah a Firenze, ha dato la parola al pubblico, ho sentito il bisogno di alzar la mano, e, dopo l’immancabile e prevedibile e per molti versi comprensibile domanda di un’altra persona che chiedeva a un’ebrea, e per sua voce agli ebrei, di dar conto dell’operato del governo di Israele in quel che sta avvenendo a Gaza – domanda alla quale Edith Bruck ha risposto manifestando dolore e ribadendo la convinzione del diritto all’esistenza di uno Stato di Israele e di uno Stato palestinese, in pace tra loro – ho posto il mio quesito.

Scusandomi per l’assurdo della mia domanda, che avrei voluto rivolgere a Primo Levi più che a lei, e rilevando il curioso fatto che all’epoca non ci sia stato un confronto pubblico, sulle pagine dei giornali al riguardo, le ho chiesto cosa pensasse del fatto che negli anni Settanta, nel momento cioè della maggior produzione intellettuale dello scrittore torinese convinto che si dovesse impedire la possibilità di far riaccadere quanto era già accaduto, ovvero sia il ritorno del fascismo nella sua forma più estrema, un altro “cane sciolto” e mente lucida della cultura italiana, Pier Paolo Pasolini, decretasse che il fascismo così com’era stato non potesse più tornare, ma ne stesse maturando uno ancor più subdolo e terribile, più spietato e diffuso, semplificando e andando per immagini, il fascismo della tv, della finanza e del consumismo.

In altre parole le ho chiesto, senza riuscire a esprimere questo concetto, se non ritenesse che, più di allora, o almeno quanto allora, si assista a un girar la testa dall’altra parte di massa e collettivo. Lei mi ha risposto puntualmente e credo con la stessa onestà, lo stesso disincanto, lo stesso ottimismo della ragione e della morale, con cui avrebbe, penso, risposto Primo Levi, puntando il dito contro i razzismi di oggi, le ingiustizie sociali, la vergognosa distribuzione della ricchezza, la dannosa e colpevole sottovalutazione della cultura e della formazione delle coscienze.

La sua risposta mi ha soddisfatto e non avrei potuto chiederle di più. Non è lei che deve darmi la risposta che ognuno di noi è tenuto a dare, prima di tutto a se stesso. Neanche Primo Levi, credo, avrebbe potuto aggiungere molto. «Finché costruiremo armi – sintetizzo quello che ha detto – ci saranno le guerre e tutte le guerre sono ingiuste. Finché avremo paura aggrediremo». Ha aggiunto che lei non ucciderebbe neanche una mosca, nemmeno l’SS che ha portato sua madre nel forno crematorio. Noi dobbiamo ascoltare queste parole. Shalom aleichem, signora Auschwitz. Salam aleikum.

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2 Responses to “Le parole di Edith Bruck”

  1. andrea guermandi scrive:

    Shalom & Salam

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