L’osservazione di Ottone

Piero Ottone

Credo che molti di quelli grosso modo appartenenti alla mia generazione che si sono avvicinati al giornalismo negli anni in cui mi ci sono avvicinato io, abbiano senz’altro considerato un modello a cui guardare, un esempio da seguire, Pier Leone Mignanego, che tutti conoscono come ancora si firma: Piero Ottone. È stato il direttore del Corriere della Sera fra il 1972 e il 1977, fu lui ad allontanare o a far allontanare Indro Montanelli da via Solferino e fu lui a portare sulla prima pagina del quotidiano tradizionalmente conservatore di Milano Pier Paolo Pasolini. Se non ricordo male, parte del mestiere l’aveva appresa in Inghilterra e perciò godeva della fama di aver importato in Italia il cosiddetto stile anglosassone, quella capacità cioè di essere obiettivi perché equidistanti.

Il segreto di quell’impostazione lo spiega lo stesso Ottone in una intervista rilasciata a Stefano Jesurum che ho trovato su internet: «Il Corriere della Sera, come tutti i giornali, aveva diversi metri e diverse misure per giudicare i fatti. C’era una disputa sindacale? Il Corriere senza dubbio privilegiava le notizie di fonte confindustriale e minimizzava – se non ignorava addirittura – le notizie di fonte sindacale. I partiti, la Dc innanzitutto e poi i repubblicani, i socialdemocratici, i liberali erano trattati da partiti per bene: i comunisti erano tenuti nell’angolo e ciò che da loro partiva era sempre presentato col contagocce o in maniera distorta. Ciò che io ho introdotto al Corriere è stato semplicemente questo concetto: trattiamo tutti alla stessa maniera. E pertanto: davamo uguale rilievo alla Confindustria e alla Cgil. E se avevamo una nostra opinione allora lo dicevamo, appunto, come opinione e non come fatto. Questo ha funzionato, per me, anche con i comunisti. Io non sono mai stato comunista».

I fatti e le opinioni. Quello che non trovo più sulla carta stampata e tanto meno in televisione, men che meno in rete. Ma tant’è. Non è di questo che volevo scrivere. Da molti anni Ottone tiene una rubrica su Il Venerdì di Repubblica che si chiama, con analogo bilanciamento, Vizi & Virtù ed è tanto tempo che mi piacerebbe sulla sua scia tenerne una analoga, magari scritta insieme a Fulvio Orlando che faceva il cronista di nera a l’Unità di Modena e ora fa saggiamente l’avvocato, intitolata Diritti & Doveri. Magari in quel giornale che da anni sognerei di fare e che si chiamerebbe appunto Fatti & Opinioni.

Ebbene, sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, quello del 21 dicembre scorso, Ottone, con quel tono un po’ scanzonato che spesso ha, di chi ormai è fuori dai giochi e può permettersi di dire quel che vuole, scrive: «I giornali hanno scarsa influenza su chi prende le decisioni. Possono ripetere un giorno sì e un giorno no le stesse cose: tutto vano. Si illudono quei miei colleghi che dicono a chiunque abbia compiti operativi, a cominciare dagli uomini politici, quel che dovrebbero fare. Fatica sprecata».

Se ci si fermasse a questa frase il bilancio sarebbe tragico e si tratterebbe senz’altro di un ulteriore elemento per dissuadere chi voglia intraprendere la professione, anche se potrebbe esser preso come un monito a non mettersi in testa idee che non han capo né coda. E infatti andando avanti nella lettura si capisce quale sarebbe invece la missione.

Scrive ancora Ottone: «Possiamo invece contribuire, noi giornalisti, a creare una pubblica opinione, che talvolta induce gli addetti ai lavori a prendere certe decisioni, a evitarne altre». Io credo che abbia ragione e che cultura e senso comune si formino anche scorrendo le pagine di un quotidiano o facendo zapping in tv. E tuttavia devo constatare che la cultura e il senso comune, o l’opinione pubblica come la chiama Ottone, siano assai poco “virtuose” e invece molto “viziate”, per usar i due aggettivi che caratterizzano la sua rubrica.

Ho insomma il sospetto che molti colleghi abbiano per lungo tempo tentato di influire su chi prende decisioni (fino ad essere influiti da chi prende decisioni) anziché concentrarsi sul creare una pubblica opinione. In questo momento di così basso livello della politica nel palazzo, ci sarebbe almeno una politica delle piazze, o anche solo delle urne, ma anche di qualche circolo o associazione o gruppuscolo, capace di ridar un po’ di speranza.

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