Gente del nord

Enzo Jannacci

Il milanesissimo Corriere della Sera ieri aveva un titolo davvero appropriato: «No, tu no». Quasi a scongiurare la notizia che stava dando, apriva le due pagine dedicate alla morte di Enzo Jannacci, e mi ha fatto pensare alla strofa che nella canzone da cui è tratto precede quella frase: «Vengo anch’io». Un desiderio di raggiungere il cantautore, di restare con lui e non perderlo, finanche di seguirlo pur di mantenere il contatto e continuare a ricevere quel che si è avuto. Che per me, e forse per altri, non è stato poco.

Son solo canzonette, lo sappiamo, eppure, come la poesia, a volte arrivano nel profondo, tirano fuori qualcosa che c’è dentro o vi aggiungono laggiù quel che sta fuori e poi ci apparterrà, sarà interamente nostro, dirà di noi in maniera fondante e significativa. Nel repertorio di Enzo Jannacci c’è stato tanto e in stagioni tanto diverse che per me ha funzionato così, a partire, credo, da una “nordicità” che mi appartiene, alla quale mi sento ancora legato benché ne sia geograficamente e temporalmente distante. Milano non era così lontana da Torino, forse meno di quanto non lo sia ora che ci sono i treni superveloci e le autostrade e sulle carta talvolta si parla del MiTo fondendo le due sigli provinciali delle targhe sulle auto.

Erano città operaie e grigie, fumose e inquinate, pedemontane e nebbiose, nottambule e goduriose, malavitose e popolari, capaci di ridere e di pensare, di tradurre pensieri in parole e parole in libri e spartiti. Mio zio faceva parte di quel mondo, mio padre mi ci ha avvicinato forse senza nemmen volerlo. Città che non ci sono più, inghiottite dai neon, dalla coca, dalla birra che ha preso il posto del barbaresco e dall’ultimo grido o dall’esibizione.

È immaginabile che Marcovaldo portasse le scarp del tenis, che Brecht facesse più Scala di un visone, e che non dia alla testa aver lavorato col primo chirurgo che sostituì un cuore, qualcosa di non molto dissimile dall’aver messo piede sulla luna, le cui immagini sono comunque in bianco e nero.

Ma poi anche dopo quando qui che l’amore si fa in tre, che lavoro non ce n’è o il cane dell’avvenire è il labrador. No, tu no. Tu no Enzo, tu no Italo, tu no Giorgio. Noi siamo sempre più soli e ci vien voglia di dire «Vengo anch’io». Ma poi ci si corregge che il nostro piangere fa male al re.

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