Mente, chimica e coccole

Lorna Smith Benjamin

Ho avuto l’opportunità di intervistare – insieme a Guido Guidoni che, oltre ad essere un bravo psichiatra, è ormai, credo di poterlo dire, un amico –, Lorna Smith Benjamin, una psicoterapeuta americana a cui si attribuisce la maternità di una teoria innovativa nota come Irt, Terapia ricostruttiva interpersonale. I due articoli che da quel colloquio ne sono scaturiti possono essere letti, da chi fosse interessato, in fondo a questo post.

Cercando di fare una sintesi che probabilmente sacrificherà qualche esattezza, dico che la Terapia ricostruttiva interpersonale si fonda sulla convinzione che prima di poter curare un paziente, gli si debba restituire quella pacifica fiducia e quel senso di abbandono che tutti quanti abbiamo finché, più o meno dolorosamente, non si impara a proteggersi con una corazza o innescando comportamenti che ci distruggono lentamente dentro.

Io non sono del mestiere e non sono in grado di dire quanto originali, efficaci e rivoluzionarie siano le idee della signora Smith Benjamin, ma ho trovato ovviamente affascinante quella frase che lei ha detto ed io ho usato come attacco per l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore sanità: «Il miglior farmaco naturale di cui disponiamo è l’abbraccio».

Poi, ancor più affascinante, la spiegazione del perché questa affettuosa vicinanza fisica sia tanto importante e conti tanto nella nostra esistenza. La dottoressa Smith Benjamin sostiene che la prensione in un bambino, l’afferrare quel che gli è vicino, sia una delle cose più istintive e immediate dell’infanzia, quasi più vitale della voracità con cui si va al seno, si cerca nutrimento, si accumula l’energia indispensabile a far girare la macchina.

Argomenta che già appena nati, e poi da bambini e ancora divenuti adulti, nel contatto “pancia a pancia”, nell’abbraccio che i latini chiamavano “complexu”, si mette in moto il sistema simpatico e parasimpatico, il quale attiva sostanze chimiche come la serotonina e la dopamina le quali avrebbero un ruolo determinante nel procurare calma, rilassamento e rassicurazione, nel farci sentire sicuri.

Nel mentre che la psicoterapeuta americana diceva queste cose e insieme si combatteva contro il tempo a nostra disposizione, mi veniva da chiederle di spiegarmi di più su questa interazione fra il livello emotivo, emozionale e poi comportamentale e acquisito e quello neurobiologico, ed in particolare sulle eventuali interazioni fra quei gesti basilari e fondativi e quell’altro pezzo di cervello che viene chiamato sistema limbico nel quale anche ci sono zone preposte alla percezione del pericolo ed alla risposta immediata da dare a quelle minacce, e risiede lì anche la chiave del piacere, talvolta della soppressione del dolore per sostituirlo col piacere, talaltra della coazione del primo per poterlo placare nuovamente col piacere.

Sono aree che si accendono in prossimità dell’estasi, alle quali è attribuita un’enorme responsabilità nell’attivazione di quei processi ripetivi e compulsivi coi quali ci ostiniamo a comportarci anche laddove l’evidenza ci indurrebbe a percorrere altre strade, quindi capaci di renderci schiavi e dipendenti, di annullare parte della nostra volontà o di piegarla in direzioni che non corrispondono a quelle solitamente accolte come volontarie e positive.

Le frontiere oltre le quali si comincia a comprendere qualcosa di più e di più esatto su come siamo fatti nel profondo sono state appena varcate e la speranza è che in questa mescola di chimica e parole ci sia una soluzione per qualche nostro cruccio, per l’impossibilità ancora manifesta a dispiegarci interamente. Certo mi piacerebbe molto che qualcuno preparato in queste materie mi rivelasse qualcosa di più e colmasse queste abissali ignoranze.

L’articolo sul Sole 24 Ore Sanità

L’articolo sull’house-organ della Asl 10

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