Autobiografia politica

Ho più volte avuto occasione di ricordare qualche episodio della mia unica e breve, ma intensissima, esperienza politica, quella che per la massima parte si è svolta nell’ambito del Movimento studentesco fiorentino e, molto marginalmente, nella Fgci e nel Pci. Ne ho scritto il 29 settembre 2011 in Un cadeau dal passato e il 4 ottobre 2011 in Memorie giovanili, dando conto del fatto che un gruppo di ex militanti di quell’organizzazione si erano ritrovati e poi hanno deciso di chiedere all’Istituto Gramsci se fosse interessato a ricostruire la storia di un’organizzazione che, a mio giudizio, ha avuto caratteristiche molto particolari che la distinguono dai gruppi extraparlamentari e dagli organismi giovanili dei partiti esistenti all’epoca.

Qualche altro cenno a episodi dell’epoca qui nel mio blog lo si può trovare in Un’altra strada per la presenza del 2 luglio 2010, Lezione universale del 2 settembre 2011 e Silenzio e rispetto del 7 dicembre 2011, ma anche in Onore al nemico del 2 maggio 2010.

Quel progetto finalmente sta andando avanti, benché non sia in grado di prevedere quale piega prenderà la faccenda e comunque mi sembra una buona cosa che meriti di dedicarci un po’ di tempo. Perciò sto dando una mano in particolare a Luigi Chicca che è quello che si è preso a cuore la questione con più passione, entusiasmo, determinazione e disponibilità. Non voglio con questo sottacere l’impegno che molti altri hanno dimostrato partecipando, certo con maggior dedizione di quanta ne abbia messa io, a riunioni, incontri, ecc.

Fra le cose che Luigi mi ha chiesto di fare, aiutare Margherita Cricchio a riordinare il mio archivio personale che ho donato all’Istituto Gramsci, nel quale sono raccolti volantini, documenti, articoli di giornale, pubblicazioni, appunti, dattiloscritti e manoscritti dell’epoca che avevo conservato in tutti questi anni in un paio di contenitori da ufficio. Ho sfogliato con la giovane ricercatrice che presta la sua attività al Gramsci quelle carte cercando di spiegare di che si trattasse e di dar loro un ordine dal quale uno studioso possa poi tirarci fuori qualcosa di interessante, ammesso che lo sia davvero.

Poi lei mi ha chiesto se potevo scriverle una sorta di breve “autobiografia” relativa a quel periodo, per collocare fatti, persone, relazioni ed altro. «Con calma», mi ha detto ed io le ho risposto che cosa fatta capo ha. Così le ho buttato giù quel che segue, dal quale ho espunto i nomi delle persone citate, lasciando solo le iniziali, per rispetto della privacy.

Torino, 11 maggio 1957. A Firenze dal 1961. Scuola elementare Carducci, viale Ugo Bassi, – scuola media Carducci, Borgo Pinti – liceo classico Machiavelli, Fortezza da Basso – facoltà di Filosofia, via Bolognese.

Se non ricordo male sono entrato al liceo nell’anno scolastico 1971-72 e ho preso la maturità, con un anno di ritardo nell’anno scolastico 1976-77.

Per tradizione familiare e clima culturale dell’epoca ho simpatizzato subito con le proteste studentesche. Una delle prime, direi, fu organizzata perché al Machiavelli il riscaldamento (non) era garantito da stufe in ghisa a carbone che il custode provvedeva a riempire anche durante le lezioni e quindi ci fu lo sciopero del freddo. Negli anni successivi avrò sicuramente tacciato di corporativismo chi si fosse interessato a tale argomento.

Del resto già alle elementari prima e alle medie poi non erano mancati i momenti di “impegno sociale” o protesta, forse più simili a bizze e malumori.

Al primo anno di ginnasio, ripetuto per “eccesso di adolescenza” e smarrimento giovanile, impegno e adesione si limitavano a partecipare alle assemblee e alle manifestazioni. Le mie simpatie andavano al Manifesto, un po’ perché i rappresentanti (più grandi) di quel gruppo avevano buone doti di persuasione (tra cui – confesso – il fascino dell’A.P.) e un po’ perché sentivo il bisogno di “differenziarmi” dall’inquadramento della mia famiglia tutta, fratello più grande compreso, iscritta al Pci. Il quale sembrava molto “sovietico” e imbrigliato in non libertarie spinte.

L’avvicinamento l’anno successivo (o quello dopo ancora) alla Fgci trova la sua motivazione nella “serietà” che chi vi aderiva mostrava e rispondeva al mio bisogno di prendere più seriamente (meno adolescenzialmente?) lo studio, le amicizie, le scelte di vita: E.T., L.M., M.C., A.A. sono stati i miei punti di riferimento. Ai quali poi si è aggiunta M.B., amica splendida e poi, molto tempo dopo, moglie meravigliosa. Non escludo che quel cambiamento di rotta abbia coinciso con una “credenziale” di fiducia alle scelte della mia famiglia d’origine.

Il primo momento di vera adesione lo ricordo in una manifestazione nazionale di studenti della Fgci che si tenne un pomeriggio a Bologna credo nell’autunno del 1973 alla quale presi parte con molti compagni che “occuparono” (pagando regolarmente il biglietto) un intero treno. Riuscii a portare con me la mia “prima” fidanzata, C.S., benché le sue simpatie fossero nettamente più per il Manifesto.

Ovviamente a spingere me, come credo molti altri, furono l’acuirsi della strategia della tensione da cui i reali rischi di un golpe autoritario e gli eventi del Cile: i miei coetanei, a differenza di chi aveva qualche anno in più, furono più figli di Allende che del Che o di Ho Chi Min.

I fatti del Cile significarono anche una svolta nella politica del Pci – il compromesso storico – e nel nostro interrogarci sul tema dell’unità, dello stare insieme, del non dividersi.

Non mi iscrissi comunque alla Fgci, pensando che fosse più adatto a me il “fluido”, “vago”, “trasversale” ambiente del Movimento studentesco che era appena nato. E per tutto il tempo del liceo e dell’impegno politico ho difeso, come molti altri compagni, questa nostra “particolarità”, questo essere prima di tutto parte di un movimento “autonomo”, di non essere inquadrati, di voler essere “di massa” quindi aperti anche a chi non era esattamente come noi; ma anche “politici” e “organizzati”: qui risiede secondo me la vera particolarità di quella esperienza, quella che appunto merita di essere storicamente ricordata.

L’iscrizione alla Fgci è un brutto capitolo della mia vita. Fu forzata e violenta. Stalinista direi. Una volta fatta mi impose comunque una scelta drastica: con quella tessera in tasca (in realtà volutamente conservata nel cassetto della scrivania) la mia responsabilità di giovane comunista, il mio essere “parte di un partito” mi imponeva comportamenti coerenti e irreprensibili 24 ore al giorno. Per esempio: niente canne.

Credo di aver accettato di diventare responsabile del Msf del mio liceo nel 1974-75 (se consultassi il mio diario ritroverei la data) e sono stato candidato (poi eletto) alle prime elezioni per i consigli di istituto.

Nel 1976 direi che facevo parte dell’esecutivo cittadino del Msf. Era l’organismo che decideva e, soprattutto, faceva. Ore e ore con M.B., G.S., E.G., G.P., L.C., F.B., G.G.. Sì direi che la maggior parte del mio impegno a livello cittadino coincida con la conduzione del movimento da parte di G.P. più che di G.S. o, ancor prima, S.B..

In occasione delle elezioni per i distretti (1976-77) – lasciata la responsabilità del Machiavelli a A.S. – fui incaricato di occuparmi sicuramente delle scuole private (per le quali nacque un vero e proprio organismo autonomo) cosa che feci coinvolgendo innanzitutto L.Z., ma anche, credo, della zona Oltrarno, in particolare dell’Istituto d’arte e dello scientifico di via Senese.

Fra il 1977 e il 1978, a liceo finito, ho mantenuto per un po’ l’impegno nel Msf, ma presto sono passato ai Circoli universitari della Fgci guidati da G.S., per i quali fui incaricato di dirigere il periodico Concentramentorenove.

La vicenda Moro, il dilagare del terrorismo e le inevitabili “diffidenze” che ne derivarono, non escludo la diffusione dell’eroina, ma credo anche la dispersione di molti di noi in luoghi dove ci si vedeva con meno frequenza della scuola (ci si “disaggregava” e CO9 mirava ad essere “uno strumento di aggregazione”) contribuirono a una estinzione silenziosa del Msf: non ricordo un atto formale o una occasione che l’abbiano sancita.

Il convegno della Fgci sull’informazione, i cui atti ho consegnato all’Istituto Gramsci, ma anche quello organizzato da F.C. sul dissenso, vanno letti in quel contesto per capire quello che è successo: ci siamo spostati su Radio Cento Fiori, alla cui fondazione collaborai con dedizione, sul Circolo vecchio Mercato, sul Collettivo dei fotografi. Ed io poi, nel 1978, sono entrato a l’Unità. Occupandomi per un bel po’ dei giovani.

Quell’esperienza era finita. Ma me la sono portata dietro nel sangue.

Il pdf dell’invito alla manifestazione per la storia del Msf

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