Il libro di Filippo

Credo che Filippo Torrigiani, di cui ho già avuto occasione di scrivere quando è stato dimissionato dal suo ruolo di assessore e per quello che ha scritto sul mio libro, sia uno di quelli che ancora indossano il grembiule (grembiule, non grembiulino) o all’occorrenza impugnano il martello (martello, non compasso) se c’è da far funzionare una di quelle feste che un tempo si chiamavano de l’Unità ed ora non so più bene e forse chi le organizza meno di me.

Insomma uno di quelli per i quali la politica è prima di tutto un mix di passione e dovere, di impegno e di speranza e confesso che se fossi capace di provare i sensi di colpa verso i quali ho invece una ruvida antipatia sarei in balìa di uno di essi pensando a quanto questo miscuglione si sia rarefatto in me da lungo tempo, benché l’abbia sostituito con altre forme di partecipazione.

Da poco Filippo ha pubblicato un libro che si intitola Nel paese dei balocchi e raccoglie la sua esperienza militante contro il gioco d’azzardo, un’attività in forte crescita con il beneplacito delle istituzioni che anzi vi lucrano sopra insieme a un’altra organizzazione ben strutturata: il crimine.

Si stima che in Italia il fatturato legale derivante dal gioco d’azzardo alla fine del 2011 si aggirasse intorno agli 80 miliardi di euro, ai quali si devono aggiungere gli introiti, quasi certamente assai maggiori, di quello illegale: una spesa annua pro capite, considerando solo il gioco “al sole”, che si aggira, a seconda delle stime, fra i 1.703 e i 1.890 euro. Tra le 500 e le 800 mila persone avrebbero in Italia problemi di dipendenza dal gioco e due milioni sarebbero quelli a rischio. L’incidenza del gioco d’azzardo patologico è stimata tra l’1 e il 3% della popolazione adulta e tra il 3 e il 5% di quella adolescente.

Proprio uno dei primi scritti di questo blog è incappato in una storia drammatica e violenta di cui non conosco gli esatti contorni, ma che potrebbe aver a che fare proprio con il mondo del gioco.

Mi limito qui a riportare un breve brano tratto dal libro Nel paese dei balocchi, in un punto che è molto delicato, ed è quello da cui Filippo probabilmente ha preso le mosse del suo interesse particolare: il dispiacere che nelle case del popolo cominciasse a dilagare questa mania. Lo riporto pensando che la capacità di vedere quel che non va in se stessi è spesso assai più importante, e rivoluzionaria, di quella di notare i difetti altrui e sparlarne. Non c’è perciò niente di discriminatorio nei confronti dell’Arci di cui si parla, perché è proprio in quell’associazione, grazie a persone come Filippo, che si è cominciato a riflettere.

Filippo Torrigiani con Vannino Chiti

Chi conosce questa terra, sa bene che le radici della sua natura sociale sono profonde, ed ascrivibili a vari fattori. Su tutti quelli della socialità appunto, e dell’antifascismo. Soprattutto in virtù di questi valori, nacquero oltre mezzo secolo fa, nella nostra Toscana, le Case del Popolo. Quei locali che oggi conosciamo col nome di Circoli Arci.

I nostri territori, per fortuna, ne sono ancora colmi. Si tratta di luoghi in cui davvero si fa ancora socialità. Ci si confronta, si discute, ci si prende in giro, si parla di Caccia e di Sport e si organizzano, non di rado, cene a scopo benefico. Insomma, una bella realtà associativa.

Realtà che prendono sostanzialmente forma sulle ceneri della Guerra, unitamente alla nascita delle cooperative di consumo che, a mio giudizio, hanno rappresentato e rappresentano, ancora oggi, l’anima della“toscanità”.Costruite e realizzate d’intero punto dal volontariato, dalla società civile – tanto per intenderci – che comunque ha una provenienza ben definita. Uomini e donne che hanno dedicato le proprie energie, le fatiche e tanti sacrifici alla realizzazione di questi centri di aggregazione che assumono in definitiva (ancora oggi, anche se in forma minore) la parvenza di punti di riferimento per il tessuto sociale dei territori. A tal proposito, basti pensare che spesso, nei giorni festivi, ma più in generale quando se ne presentava l’opportunità, i volontari dedicavano anima e corpo alla materiale costruzione delle fondamenta e delle pareti delle Case del popolo.

L’appartenenza a queste realtà, non significava e non vuol dire nemmeno oggi solo e soltanto aver contribuito direttamente o indirettamente alla costruzione dei locali. Si traduce, nel concreto, nel farle vivere in un contesto sempre più difficile da affrontare ed esserne parte attiva significa contribuire con l’impegno diretto alla loro esistenza. È chiaro più o meno a tutti come, far parte attivamente di una realtà associativa, raffiguri inequivocabilmente la necessità di assumersi la responsabilità di deciderne le sorti. Ed arriviamo al dunque.

L’Associazione Arci, cui è stata demandata la missione sociale della gestione delle stesse, fonda le proprie radici sui valori che spinsero la società civile a creare questi luoghi di aggregazione. Da qui il nome attuale di Circoli Arci. Si tratta di un’associazione di levatura nazionale, molto presente e radicata nei territori, che si occupa sostanzialmente di contribuire all’amministrazione delle realtà associative e, al contempo, di promuovere le buone pratiche proprie della missione etica, politica e morale che il mondo associativo legato ai valori della sinistra, da sempre afferma in questo ambiente; la missione, a questo proposito, parla chiaro e lascia davvero poco spazio all’immaginazione: “migliorare la qualità della vita dei soci e della collettività, attraverso le proposte ricreative e di aggregazione sociale e culturale organizzate nei circoli. Ci proponiamo inoltre di diffondere e concretizzare il mutuo-aiuto e l’accesso ai diritti di ognuno, ispirandoci ai valori fondamentali della sinistra”.

In quest’ottica, l’Arci ricopre il ruolo di cabina di regia rispetto alla funzione dei singoli circoli che, è d’obbligo ricordare, hanno comunque piena autonomia decisionale esercitata attraverso le scelte dei singoli consigli. Anche in questi ambienti, come accade nelle migliori famiglie, c’è in ogni caso da tirare la carretta e quindi da far quadrare i conti. Va tuttavia ricordato che, già in questa fase, per alcuni circoli le cose non vanno benissimo: le tradizionali attività, non sono sufficientemente remunerative, i costi crescono e il volontariato è sempre più difficile da arruolare. Ecco che, vuoi per puro interesse, oppure per preminente necessità, si iniziano ad installare nei locali le famose “macchinette mangiasoldi”.

Si tratta di quegli apparecchi che oggi conosciamo con il nome di Slot. Dette macchinette, che conoscono la propria evoluzione già dal 1972 periodo in cui appunto si trasformano da meccaniche a digitali, spuntano come funghi nei Locali e purtroppo, anche nei Circoli Arci.

In questo momento, la normativa non è puntuale come adesso. Succede quindi che gli apparecchi vengono sostanzialmente installati dove c’è posto. Dal 2001, i dispositivi fin qui conosciuti col nome di Videopoker, sono dichiarati illegali e naturalmente ritirati dal mercato. Il loro posto, immediatamente dopo, è rimpiazzato dalle Slot machine.

La presenza di questi apparecchi nei Circoli, consente a chi ha la gestione dei locali, di trarre benefici economici importanti. Semplicemente collegandosi alla rete, si riescono ad incassare ghiotte risorse finanziarie, senza il minimo sforzo.

Accade inevitabilmente che i Circoli Arci, propagazione delle Case del Popolo nate dalle fatiche di tante donne e tanti uomini, assumono sempre più le sembianze di sale da gioco. Si snatura, di fatto, la propria finalità. E con puntuale effetto, si levano le voci critiche.

Assistere, già dalle prime ore del mattino, a episodi in cui persone, ancora prima di essersi recate al lavoro, buttano un sacco di soldi nelle gettoniere, non è davvero un bello spettacolo. Soprattutto all’interno di un Circolo Arci.

Sono sempre di più i soci e i presidenti che contestano la presenza di queste macchinette. Inizia quindi una serie interminabile di riunioni ed incontri per affrontare la questione. Che si traduce, in breve tempo, in un lavoro che amo da sempre definire straordinario, da parte del Comitato territoriale dell’empolese valdelsa.

Non solo e non tanto perché, naturalmente, attraverso questo impegno l’Arci evidenzia le storture etiche e morali generate dalla presenza delle Slot nei locali. Sopratutto perché, e in ciò a mio giudizio si sottolinea il valore aggiunto che è stato prodotto, si arriva dopo un lungo periodo di discussioni, anche animate, a far comprendere ai soci e più in generale alla collettività, i danni che il gioco origina.

Ciò si materializza attraverso lo studio approfondito della materia e non solo e soltanto per mezzo di sensazioni o probabilità in parte razionali; acquisendo, nella sostanza, pareri medici e giuridici al riguardo si ottiene un elaborato che mette a nudo gli effetti devastanti che il fenomeno afferma nei territori. Succede quindi che, di fronte al lavoro prodotto – anche i più scettici e i più furbi – salvo rare eccezioni, alzano bandiera bianca.

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