Il manuale delle giovani marmotte

Esiste ancora, sembrerebbe. Nel 2002, infatti, la The Walt Disney Company Italia ha mandato alle stampe Il nuovo manuale delle Giovani Marmotte, a cura di Fausto Vitaliano. A me sembra così strano che la prima pubblicazione in Italia di questo libro nella sua versione originale, Il manuale delle Giovani Marmotte, sia avvenuta solo nel 1969 curata da Mario Gentilini con le illustrazioni di Giovan Battista Carpi e la collaborazione di Elisa Penna, Gaudenzo Capelli, Franco Marano e Adriana Cristina.

Eppure questa è la data che si legge su Wikipedia nella voce dedicata a questo libro ed è indicata per la prima edizione nella 13a ristampa del 1974 che ho sotto gli occhi, gentilmente imprestatami da Claudia Gori la quale si è raccomandata che gliela restituisca perché vuole regalarlo a sua figlia Giulia.

Non rubo libri, anzi proprio non rubo, ma quelli men che meno, per un sacro antico rispetto purtroppo non sempre corrisposto, perciò tornerà nelle mani di quest’amica e poi in quelle della sua bimba.

Benché Il manuale delle Giovani Marmotte sia stato sempre un oggetto di desiderio insoddisfatto. Non so perché i miei genitori, pur benevoli verso la carta stampata, non me l’abbiano mai regalato: e poi si dice che i figli vengon su con delle turbe, per forza! Però ho potuto consultarlo frequentemente e senza difficoltà perché lo possedeva il mio miglior amico d’infanzia, Luca, che viveva dirimpetto a me prima e poi in una fantastica casa a poca distanza dalla mia. E siccome è lì, in quella casa, che ricordo la lettura di quel volume, mi pare strano che la pubblicazione sia avvenuta solo nel 1969. Forse i ricordi ingannano, forse da una certa età in poi, chissà.

Purtroppo non esiste un sito, meglio sarebbe quello delle Biblioteche nazionali dei singoli paesi, che fornisca i dati del successo editoriale dei libri in catalogo, che dica cioè quante copie ne sono state vendute, perché la penetrazione dei suoi contenuti, la sua capacità di fare cultura, è data anche da questo elemento quantitativo e numerico. Certo il numero di edizioni in archi di tempo equivalenti fornisce qualche elemento, ma paradossalmente un’edizione può essere tirata in una o un milione di copie.

Sono tuttavia certo che Il manuale delle Giovani Marmotte abbia avuto una notevole diffusione tra la mia generazione e non escludo che qualche capacità rivoluzionaria da potenziale militante clandestino alcuni miei coetanei l’abbiano inizialmente appresa lì, per poi affinarla con La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari di Ernesto Che Guevara, pubblicato da Feltrinelli nel 1967.

Ignoro quale sia l’indirizzo preso da Il nuovo manuale del 2002 rispetto a Il manuale delle Giovani Marmotte del 1969 che, è opportuno ricordarlo, fino alla fine degli anni Ottanta veniva pubblicato dalla Mondadori, nel 1991 diventata proprietà di Berlusconi, e non direttamente dalla Walt Disney. Direi che il confronto fra i due libri potrebbe essere un ottimo spunto addirittura per una tesi di laurea di qualche vispo giovane che abbia voglia di occuparsi di cose serie e far vedere le sue capacità: coraggio ragazze e ragazzi.

Insisto però: per noi è stato certamente qualcosa di formativo quel libro. Ti insegnava a fare un nodo semplice, piano, incrociato o scorsoio accennando anche a Gordio, a comunicare con l’alfabeto Morse anziché con A, B, C ecc., a calcolare il giorno della settimana nel quale si è nati sapendo solo i numeri della propria data di nascita (ho scoperto che col mio nome ebraico era inevitabile venissi fuori di sabato quando non si dovrebbe far nulla).

Svelava come presentare ai genitori una pagella con un 5 di troppo facendo leva sulla loro psicologia, educava a riconoscere un oggetto d’oro da uno meno prezioso e a riportarlo all’Ufficio oggetti smarriti secondo una morale che non farebbe male oggi, a lavare il proprio cane senza delegare ad altri, a riconoscere le stelle in cielo, dalle quali, è bene ricordarlo, de-sideriamo e con-sideriamo, a proteggersi gli occhi durante un’eclisse, ad accendere un fuoco senza incendiare il bosco e anche a spegnerlo, a smacchiarsi la maglietta a seconda che a imbrattarla sia l’erba, la cioccolata o l’inchiostro ed essa sia di cotone, lana o sintetico, lezione che non ho appreso un gran che, a riparare la camera d’aria di una bicicletta, cosa che sapevo fare benissimo finché mi sono mosso con quel mezzo, a sapere che ora è con una meridiana e se si è a Sidney o a Toronto, a difendersi dalle zanzare, a non sporcare dove si è fatto un picnic e quindi a non riempire il mondo di rifiuti, a misurare in gradi Celsius o Fahrenheit.

Si trovavano i segreti per costruire un arco, per riconoscere i venti, per parlare con i fiori o sventolando le braccia, fare il calco dell’impronta di un animale distinguendole tra loro, individuare la difficoltà di una roccia da scalare (ecco forse dov’è nata la mia passione!). E poi come attraversare un torrente, costruirsi una capanna, montare una tenda, fare un barbecue, comportarsi dinanzi a una vipera, come ascoltare i dischi di vinile senza graffiarli o farli imbarcare. C’erano rudimenti di pronto soccorso, di codice stradale, di nautica, nozioni di base sul ciclo delle acque, sulla botanica, sulla vita degli animali e le loro abitudini alimentari, sull’apporto calorico dei cibi, il dizionario minimo indispensabile per farsi capire da un inglese, un francese, un tedesco o uno spagnolo. Un capitolo si intitolava “Dimmi come dormi…” e naturalmente implicava “… e ti dirò chi sei”, autoanalisi deducibile anche dall’animale preferito, un altro invogliava a imparare il judo e un altro a collezionare francobolli.

Credo che quel libro lo abbia letto anche D’Alema, ex direttore de l’Unità convinto che chi lavorava per quella testata non avessero diritto al contratto da giornalista e notoriamente appassionato di origami, perché lì si svela come fare un fischietto, una girandola, un aquilone con un foglio di carta, magari di giornale. Con la carta il manuale insegnava anche a proteggere la copertina di un libro e con un bicchiere di vetro a far della musica. C’era poi un capitolo su come usare la bussola e non perdersi e forse quello D’Alema non l’ha letto.

Insegnava come misurare in centimetri o in pollici, come cogliere le more e riconoscere un fossile, svelava il significato nascosto negli stemmi araldici o nei gradi dell’esercito, dava rudimenti di fotografia. Il capitolo “Biblioteca in casa” insegnava a ordinare e conservare i libri e iniziava così: «Il libro è il nostro migliore amico, ma chi trova un amico trova un tesoro: da ciò si deduce che il libro è un tesoro». Diceva cosa vuol dire 1:25.000 impresso su una carta topografica, cosa indicassero i vari simboli che questa contiene e perché il pane avanzato non va gettato via. Un capitolo si intitola “Inciampando… s’impara” e insegna a dipingere sassi, ma il senso può essere esteso, quello successivo “Qualcosa di fresco” e vi si apprende come conservare il succo di frutto e cosa vuol dire bollire a bagnomaria.

Invita a non stare troppo al sole, a non dar noia agli animali, a prendere per piacevole il fatto di far da baby sitter a una sorellina o a un fratellino e dà consigli utili per farlo al meglio. Insegna a prepararsi lo zaino, come comportarsi in caso di puntura di insetti, come salire su un albero, farsi una caramella da soli, smettere di singhiozzare, costruirsi un poncho, comportarsi in caso di temporale. Suggerisce la strada per diventare cantanti, clown, geologi, aviatori, calciatori, astronauti, attori e… giornalisti: «Primo quesito: giornalisti si nasce o si diventa? Be’, tutt’e due, anche perché per averne il riconoscimento bisogna esserlo. Giochi di parole a parte, la vita a “goccia d’acqua”, come si dice in gergo alpinistico, vale a dire la strada più breve per diventare giornalisti, è questa». A questo punto invita a prendere un diploma di scuola media superiore, iniziare a lavorare «presso la redazione d’un quotidiano o d’un periodico a importanza nazionale che abbia presso di sé almeno cinque giornalisti», far la gavetta e poi passare l’esame dopo il praticantato.

Tra i novi consigli per diventare cantanti, clown, ecc., c’è anche quello per diventare… simpatici. Anziché un mestiere, come negli altri casi, una disposizione di carattere: «Stabilire tra voi e il prossimo un rapporto di gioiosa cordialità? È una cosa bellissima, ragazzi, poiché tutti vi vedranno con piacere, tutti cercheranno la vostra compagnia. Come si fa? Magari sulle prima si fa… fatica. Se infatti uno è un po’ scontroso e musone, non gli sarà facile andare contro la propria natura. Ma provate a fare così: cominciate a non essere timidi. Spesso la timidezza è scambiata per alterigia. Salutate per primi, per esempio, guardando in faccia colui a cui rivolgete il saluto, sfoderando nel contempo uno smagliante sorriso. Un bel saluto predispone bene un individuo verso il suo prossimo. Siate poi gentili e premurosi senza essere invadenti. Non fate i saccenti e i saputelli. Siate allegri e spensierati. Insomma, seguite il comportamento di quel campione di simpatia che è il nostro Paperino».

A leggerlo accuratamente il brano insegna anche come diventare antipatici, cosa che a volte non guasta, soprattutto quando si è deciso di essere tali. Dopo questo capitolo ce n’è uno con “La tabella dei ‘non’”: non respirare con la bocca, non accettare passaggi dagli sconosciuti, non gettare rifiuti per terra, non gettare sassi in montagna, non raccogliere oggetti ignoti, non correre con oggetti pericolosi in mano, non bagnare il dito per girare pagina, non strisciare i piedi, non puntare armi verso le persone e… «non esitate a intervenire quando vedete un ragazzaccio prendersela con uno più piccolo di lui o maltrattare un animale».

Un capitolo suggerisce come raccogliere le idee e farsele venire, un altro a costruire una barella di fortuna, uno svela il significato dei nomi propri e un altro quello delle varie tribù indiane.

A scorrerlo a tanti anni di distanza da quando mi appassionava, Il manuale delle Giovani Marmotte mi fa pensare che l’amore per la natura, un po’ di coraggio, il buon senso, la generosità, i fondamenti di una morale, la capacità di divertirsi con poco o di trasformare in piacevole anche quello che apparentemente non sembra sono cose non così difficili da insegnare più che altro a dei ragazzi (per le ragazze c’era il Manuale di nonna Papera e un’analisi di genere sui due testi forse sarebbe altro argomento interessante di studio). E soprattutto mi colpisce il fatto che sia scritto in maniera straordinariamente efficace e gradevole, benissimo. Anche questo serve a un ragazzino.

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