Difesa della patria

Is Arenas Biancas

Dal 1949, anno in cui fu istituita, l’Italia fa parte della NATO, acronimo di “North Atlantic Treaty Organization”, l’”Organizzazione del trattato del Nord Atlantico”, che – se dovessimo usare una sigla italianizzata, come talvolta si fa per esempio chiamando SIDA l’AIDS, “Sindrome da immunodeficienza acquisita” anziché “Acquired Immune Deficiency Syndrome” – indicheremmo con OTNA, ma tutti conosciamo appunto come NATO, in virtù del preminente ruolo svolto in quell’intesa fra Capi di stato maggiori dell’esercito, della marina e dell’aeronautica dagli USA, nella nostra sigla SUA.

Con una piccola concessione alla cacofonia, la NATO, nota anche come “Patto” o “Alleanza atlantica”, è nata il 4 aprile 1949 per garantire la difesa armata dei paesi che vi aderiscono da possibili attacchi di Stati nemici o alleanze militari altre, senza scopi cioè aggressivi, temendo una possibile espansione militare del regime comunista sovietico e dei suoi paesi satellite, i quali solo nel 1955, sei anni dopo la nascita della NATO e una settimana dopo l’ingresso in essa della Germania Ovest, dettero vita al “Patto di Varsavia”, il cui nome esatto ed ufficiale era “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza”, siglato il 6 maggio 1955 proprio in contrapposizione all’”Alleanza atlantica”, patto sciolto, liquidando gli organismi che ne facevano parte politicamente ormai mutati, il 1 luglio 1991 a Praga.

A onor del vero, però, fu la decisione sovietica presa il 24 giugno 1948 di chiudere il corridoio terrestre che consentiva ai cittadini di Berlino Est di transitare verso occidente e trovarvi rifugio, e di approvvigionare i settori sotto il controllo americano dopo la divisione dell’ex capitale nazista in 4 zone, tre occidentali ed una comunista decisa appena conclusa la guerra a Jalta dove Roosevelt, Churchill e Stalin, scrissero il loro «Vae victis» che secondo me fu anche un «Vae victoribus», e mi riservo di spiegare in un prossimo post cosa intendo con questo.

Nei paesi dov’era stato scelto il parlamentarismo democratico e il libero mercato, a differenza dell’economia statalista e del predominio dei soviet e del partito nel prendere decisioni politiche, il blitz liberticida o autoritario suscitò tra le persone timori e paure, facendo gioco sui quali fu trovato il pretesto per riarmare un continente stufo di guerra come la Teresa Batista di Jorge Amado o i protagonisti di quella splendida canzone scritta da Calvino e cantata da mio zio, Pietro Buttarelli, Dove vola l’avvoltoio.

Da alleati e amici contro il nazismo, dunque, paesi dell’Est e paesi dell’Ovest erano ora l’un l’altro armati e si guardavano in cagnesco, ed entrambi sottolineavano che «si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace, prepara la guerra, celebre frase attribuita a Vegezio già alla fine del IV secolo e resa ancor più celebre da Cicerone in una delle sue Filippiche, per l’esattezza la settima, dove la formulò così: «Si pace frui volumus, bellum gerendum est», se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra.

Per quanto “fredda” com’è stata chiamata, la guerra di cui temo i giovani d’oggi sappiano poco o nulla, fu sanguinaria e senza esclusione di colpi, anche se con meno cannonate o tuoni di mortaio di tanti altri conflitti, fondata sull’idea di “deterrenza” innescata dalla minaccia dell’uso delle armi nucleari capaci di distruggere l’intera umanità, cioè, un equilibrio del terrore.

Almeno sulla carta, il carattere difensivo della NATO – la cui sede a Bruxelles ho potuto visitare diversi anni fa durante un corso di formazione organizzato dall’AEJ, l’”Association of European Journalists” – è evidenziato nell’articolo 5 del “Trattato”, dove si afferma che l’attacco armato in Europa o in America settentrionale contro uno o più di un paese aderenti «deve essere considerato come un attacco contro tutte» e «se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello “Statuto delle Nazioni unite”, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area Nord Atlantica».

A firmare quelle carte, come ho scritto, ci fu fin da subito, insieme a Regno Unito, Francia, Benelux, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo, anche l’Italia che, in termini di disponibilità a concedere aree entro i propri confini destinate ad ospitare le basi militari della NATO, pare esser stata piuttosto generosa. Mi risulta, ma non sono certo delle informazioni raccolte, a Palù d’Orsago, Ceggia, Conselve, Chioggia, Cordovado, Monte Clavanina, Bovolone, Zelo, Bressanone, Naz-Sciaves, Oderzo, Codognè, Longare, e tutti hanno certamente sentito parlare almeno una volta di Niscemi, Aviano, Sigonella.

Non c’è toscano che non conosca Camp Darby, circa mille ettari di terreno, tra Livorno e Pisa in una splendida pineta che dal 15 novembre 1952 ospita non truppe e mezzi della NATO ma direttamente americani, della SETAF, la “Southern European Task Force” la cui sede centrale è a Vicenza, ma anche Verona è della partita.

Il quartier generale della NATO è a Napoli dove per molto tempo ha stazionato in rada un’immensa portaerei, credo la Enterprise. Da più parti si sostiene che la NATO, di cui fanno parte oggi 28 paesi compresi alcuni un tempo “oltrecortina”, sia divenuta obsoleta e formalmente inutile all’indomani della caduta del Muro di Berlino, non più rispondente alla ragione per cui era stata creata, dopo il 1989 abbia assunto un ruolo offensivo in vari conflitti geograficamente sconnessi con l’Oceano Atlantico e troppo spesso spacciati per umanitari, compreso il primo esploso armi in pugno proprio nel vecchio continente che aveva giurato mai più guerre, quel pasticciaccio brutto dei Balcani. E ancora che dopo l’11 settembre il supposto nuovo ruolo di gendarme internazionale contro il terrorismo assomigli sempre di più a uno spiegamento in tenuta antisommossa contro qualsiasi barricata, insurrezione, rivolta, ruolo solitamente svolto dalle polizie di regime.

Negli anni cinquanta la NATO acquistò 7.500 ettari dinanzi a uno specchio di mare dove, nel corso della Seconda guerra mondiale, vi fu una delle ultime battaglie navali del Mediterraneo che vide contrapposte la flotta britannica e quella italiana e si concluse in patta, cioè senza vincitori e vinti.

È la costa e il primo entroterra intorno a capo Teulada. Una recinzione di filo spinato e, sulla spiaggia, cartelli che mettono in guardia dal pericolo di calpestare ordigni inesplosi, delimitano la base militare dove spesso vengono organizzate esercitazioni, i carrarmati fanno sentire il loro rombo, e nei paesi vicini arriva la eco delle esplosioni.

Lì la NATO difende la patria. Patria italiana, a tutti gli effetti, o, guardando con altri occhi, patria di italiani, belgi, spagnoli, turchi, lettoni e ungheresi, tutte popolazioni aderenti al “Trattato”.

O, ancora, patria sarda, essendo molto forte da quelle parti il senso di appartenenza a una cultura, a una civiltà, a una lingua, che ha sì le sue differenze fra la Barbagia, l’Anglona, il Barigadu, il Campidano, il Logudoro, la Gallura, il Goceano, la Marmilla, il Montiferru, l’Ogliastra, la Planargia, la Quirra, la Romangia, il Sarcidano o la Trexenta, ed anche le sua influenze – fenicie, puniche, romane, corse, spagnole, liguri, piemontesi – ma è una lingua autoctona, vernacula, indomita e rispettabile.

O, infine, patria del Sulcis, da Sulci, oggi Sant’Antioco, latinamente “sicura”, regione che un tempo si sarebbe detta Sulcis-Iglesiente ed oggi, essendo Provincia, Carbonia-Iglesias che gli indigeni direbbero Carbònia-Igrèsias a meno che non parlino tabarchino, nel qual caso direbbero Carbònia-Igréxi.

Dunque – che difenda l’Italia, una vaga idea d’Europa cementata dall’anticomunismo, dalla diffidenza per l’Islam e dall’amore per il denaro, la Sardegna o gli abitanti di Buggerru, Carloforte, Narcao e Sant’Anna Arresi – lì la NATO è paladina e baluardo della patria, perché le dune di Is Arenas Biancas – che si trovano vicino a Porto Pino, ed in realtà son già nel Comune di Teulada, provincia di Cagliari, non di Carbonia-Iglesias che gli indigeni direbbero Carbònia-Igrèsias e i tabarchini Carbònia-Igréxi, ma ancora considerate appartenenti alla regione del Sulcis-Iglesiente –, se sono ancora pressoché incontaminate e stupende da vedersi, è perché rientrano nel perimetro del poligono di tiro, dove caccia, corazzate, incrociatori, carrarmati, fanti, marines e guastatori, giocano alla guerra per prepararsi a farla davvero, e dunque la patria, di chiunque essa sia, magari dell’umanità, è salva perché ci si fanno esplodere bombe, mine e proiettili d’obice, presumibilmente non lesivi della finissima sabbia e della bassa vegetazione che la trattiene, e se possiamo ancora ammirarle e dire quant’è bella la natura che ci circonda, lo dobbiamo a uomini in divisa e di tutto punto armati, perché è quasi certo che se non ci fossero le sentinelle, si farebbe presto a dar una concessione edilizia a un imprenditore del nord, magari uno che ha appena dismesso una miniera dove fino a poco tempo fa faceva estrarre minerali con cui produrre laminati d’acciaio o tondini di ferro, per innalzare un bell’albergone, una schiera di villette a schiera, un villaggio con cascatelle, finti vulcani e suonatori di mandolino che intonano O sole mio.

Per cui un grazie va a Phillip M. Breedlove, dal 2013 comandante supremo alleato in Europa da cui dipende la base NATO di capo Teulada e le sorti di Is Arenas Biancas, di poco solo meno strabilianti delle dune du Pilat, le più alte d’Europa, tra i 100 e i 120 metri, nel comune di La Teste-de-Buch, dipartimento della Gironda, nel bacino dell’Arcachon che si trova nel cuore delle Landes di Guascogna, in Francia, per difendere le quali, pur favorendone la visita da parte dei turisti, l’Eliseo, la cui posizione nella nato è stata dal 1966 molto altalenante, le ha inserite nel circuito del “Grand site national”.

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One Response to “Difesa della patria”

  1. Daniele Pugliese scrive:

    Negli appunti che avevo preso parlando con il gentile e preparato ragazzo che fa entrare al parcheggio da cui si accede alla zone delle dune, avevo segnato anche che le lagune alle spalle di quel paradiso in terra dovrebbero essere tre, tutte alimentate dal mare anche con un sistema di pompe idrauliche che pescano a Porto Pino e man mano che si va nell’entroterra l’acqua, a suo dire, sarebbe maggiormente salata e il fondale meno basso, di modo che l’essiccazione al sole regali, come si fa da molti secoli, iodio. Nel primo “laghetto” una cooperativa di pescatori alleva muggini, orate, credo saraghi e si sta cominciando, con iniziali buoni risultati, a mettere in cantiere niente popò di meno che… ostriche. Bravi sardi.

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