Un padre sufficientemente dignitoso

Ricevo e volentieri pubblico:

Un padre sufficientemente dignitoso

Gilberto Briani

di Gilberto Briani

L’idea di Antonella Blanco di utilizzare il concetto teorico di Winnicot della “madre sufficientemente buona”, a proposito del dibattito sulla figura del Padre nella cultura e nella società odierna, mi sembra molto intelligente perché finalmente aggiunge un metro valutativo alle profonde considerazioni che provengono da più parti, opportunamente citate nel post A cosa serve un padre.

È ormai in corso un dibattito che pre-e-occupa settori sempre più vasti dell’opinione pubblica, testimonianza di un vuoto energetico-culturale da cui derivano profondi danni al tessuto della nostra società cosiddetta “civile”, che di civile non ha più nemmeno l’odore.

All’interno del solco tracciato dalla Blanco con la sua proposta di un padre sufficientemente buono, vorrei affiancare un altro concetto teorico che a me pare ri-definire quello precedente: “un padre sufficientemente dignitoso”, riprendendo così quel tema, che a me sembra fondamentale, della Dignità come categoria fondante di una morale che dia sostegno e struttura non solo al singolo individuo bensì a qualunque forma di società, dalla famiglia alla comunità fra gli Stati. Tema di cui mi ero già occupato in Dalla fede alla dignità, che Daniele ha qui gentilmente pubblicato.

La dignità, come già la definiva Kant, è una categoria morale, forse la più alta, perché è legata al concetto essenziale, basilare, che ogni uomo non può essere oggetto di alcuna strumentalizzazione. Ogni uomo deve considerare l’Altro come un fine e non come un mezzo o uno strumento per i propri fini. È un diritto naturale universale irreversibile. Scriveva Kant:

“Ora io dico: l’uomo, e in generale ogni essere razionale, esiste come fine a se stesso, non semplicemente come mezzo da usarsi a piacimento per questa o quella volontà, ma deve essere sempre considerato, in tutte le azioni indirizzate verso se stesso come verso gli altri esseri razionali, insieme come fine”. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, pag 91)

Sappiamo, purtroppo, che la nostra società odierna ha invece sviluppato una fortissima predisposizione a considerare “gli Altri” come strumenti utili a realizzare propri fini o propri scopi. Riprendendo un dato sociologico dimenticato, gli elementi che compongono l’“Elite” di questa società (politici, manager, operatori finanziari), usano con disinvoltura e quasi come se fosse un loro diritto naturale, comportamenti operativi aggressivi e spesso violenti, direi simili a delle vere e proprie macchine da guerra, tesi a raggiungere a qualunque costo e con qualunque mezzo, quote di profitto sempre più alte, così come un aumento esponenziale del proprio potere personale. Di quest’atteggiamento abbiamo nella nostra società italiana esempi sublimi diffusi, di cui le cronache quotidiane si devono occupare con triste puntualità soprattutto negli ultimi due decenni.

Riscoprire il valore della Dignità come elemento fondante della morale odierna è evidentemente il compito impellente che la nostra società deve recuperare non con le solite parole di circostanza, bensì con progetti effettivi e reali.

L’ultimo atto che io ricordi teso a rendere e a rifondare l’uomo in conformità a una morale della dignità è stata l’apertura dei cosiddetti manicomi, operata da Franco Basaglia. In quell’occasione c’è stata una vera e propria rivoluzione della società che, sulla base della ricchezza non solo teorica ma anche morale di un profondo pensatore e operatore sanitario, ha realizzato al suo interno un capovolgimento grandioso della prospettiva etica nei confronti del disagio mentale: i malati di mente non erano dei “pazzi” condannati al cronicario dei manicomi ma bensì erano degli “Esseri Umani”, quindi soggetti con una loro naturale e integra Dignità che dà loro diritti e doveri come tutti gli altri cittadini della società nella quale vivono. (Che poi questa rivoluzione di Basaglia sia stata parzialmente abortita dalle Istituzioni non fa che confermare quanto stiamo sostenendo).

“La madre sufficientemente buona” di Winnicot è un concetto psicanalitico che stabilisce quando un atteggiamento della madre è sufficientemente efficace per il primo sviluppo del bambino ed ha la finalità di permettere al bambino uno sviluppo sufficientemente sano.

Nel caso del “Padre sufficientemente dignitoso” che noi vorremmo proporre, abbiamo un concetto pedagogico, che si afferma in una fase successiva e trova la sua ragione di essere nella necessità che il Padre trasmetta al figlio le basi morali fondate sulla dignità del giovane e di riflesso sulle sue relazioni, affinché diventi un uomo capace di relazionarsi con l’Altro in un confronto finalizzato a ottenere una equa ripartizione dei diritti e dei doveri di ciascuno.

Ci permettiamo di affermare che questo compito risulti appannaggio della figura Paterna, poiché questa è (o dovrebbe essere) la figura che definisce i valori morali dei figli, naturalmente in accordo e sintonia con la figura materna, la quale dovrebbe, sotto quest’aspetto, delegare al padre questo elemento educativo.

Sarebbe troppo lungo commentare questo punto; confidiamo perciò nella lungimiranza delle vedute del lettore. Possiamo solo accennare al fatto che l’uomo dovrebbe uscire dal delegare alla figura materna ogni genere di rapporto educativo con i figli. È questo un atteggiamento tipico dell’uomo della società matriarcale, dove la sua dipendenza psicologica dalla figura femminile è totale. Alla donna viene, infatti, delegato ogni onere educativo e, spesso, anche materiale della vita familiare, ignorando così ogni elementare principio di responsabilità.

Il “padre sufficientemente dignitoso” dovrebbe essere prima di tutto un uomo che, con tutte le sue conoscenze ed esperienze, può e deve trasmettere ai figli, superando le loro resistenze e baldanze giovanili, quei principi fondanti della persona che sono gli elementi morali della vita umana, partecipando così alla strutturazione del loro mondo interiore, con la forza della sua presenza, della sua attenzione e del suo carisma. Un padre deve avere un carisma non fondato su esempi di comportamento pestilenziale e asintomatico rispetto ai valori costitutivi dell’essere umano. Deve avere un carisma che discenda dalla dignità del suo essere e del suo comportamento nel lavoro e nelle relazioni con gli altri appartenenti alla sua famiglia e al suo gruppo. Un carisma che solo un comportamento dettato dalla semplicità, sorella della dignità, può fare breccia nell’animo dei giovani, i quali notoriamente sono molto sensibili a valutare positivamente esempi luminosi degli adulti. Un padre sufficientemente dignitoso non può essere ricco e potente. Spesso questi valori sono raggiunti con mezzi non proprio ortodossi e spesso gli uomini ricchi e potenti sanno solo esibire, oltre a un volgarissimo portafoglio pieno, una grande arroganza e mancanza di sensibilità per tutti quelli che li circondano.

Massimo Recalcati parla molto del ruolo del senso di responsabilità, ma forse questa non è un corollario necessario e sufficiente della dignità? Come può esserci responsabilità se manca una struttura interiore basata sulla dignità dell’essere? Sono per forza energie gemelle che fondano l’uomo e, per forza osmotica, i suoi figli.

Sarebbe perciò auspicabile che una madre sufficientemente buona fosse sempre accompagnata da un padre sufficientemente dignitoso… forse la nostra comunità potrebbe tornare a sorridere e a rifondare una società basata sulla solidarietà e la speranza di partecipare alla creazione di un futuro diverso.

2 Responses to “Un padre sufficientemente dignitoso”

  1. Gilberto Briani scrive:

    > Una cara amica mi ha fatto notare, dopo aver letto il mio Post sopra
    >, pubblicato, che per rendere pienamente il significato della definizione di ” madre sufficientemente buona” , proposto da Antonella Blanco, sarebbe migliore la definizione “un padre sufficientemente pieno di dignità”.
    > Condivido pienamente questa notevole precisazione e propongo perciò che la
    > nuova definizione sostituisca pienamente l’altra.

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