I 90 anni de l’Unità

Domani  l’Unità compie 90 anni. Ci sono giornali più vecchi e molti più giovani. Ma non credo esistano altri giornali dichiaratamente “politici” – di più, un organo di partito – capaci di essere autorevoli, e a tutti gli effetti, un grande giornale com’è stato l’Unità.

Io ci ho iniziato a lavorare nel 1978, un cambio ferie come si dice. «Finalmente costituita l’unione delle associazioni della caccia» è il titolo della prima robetta che devo averci scritto, 6 luglio di quell’anno. Qualche collaborazione e di nuovo l’estate dopo. E poi a cavallo fra il 1979 e il 1980 entro in pianta stabile.

Gli ultimi articoli che ci ho scritto sono del settembre 1999 sull’inserto Metropolis. Direttore a quel punto era Giuseppe Caldarola, che lo era già stato fra il 1996 e il 1998, dopo che Veltroni se n’era andato a fare il vicepremier.

Il 28 luglio del 2000 il quotidiano cessa le pubblicazioni. Sono fuori come tutti gli altri colleghi, non riesco a passare come alcuni alla concorrenza e non rientrerò quando il giornale torna in edicola nel marzo 2001: la battaglia legale è stata troppo aspra perché finisca a tarallucci e vino.

Sono 22 anni della mia vita, meno della metà, ma la fetta più consistente della mia esistenza professionale. Credo in tutti quegli anni di aver scritto un po’ più di 2.000 articoli, o giù di lì. Ma una fetta consistente l’ho trascorsa a far scrivere gli altri. La qualifica di vice-caposervizio me l’hanno data nel 1989, ma era già da un pezzo che stavo al desk e affiancavo Gabriele Capelli a fare le pagine. Del quale ritengo di essere stato il vice più longevo, quello che con più pazienza ha saputo sopportare la sua straordinaria tirannia e se così è stato è perché provavo un grande affetto verso di lui.

E, come mi aveva insegnato proprio Gabriele, quando fai scrivere, scrivi poco. Correggi tanto, suggerisci, suggestioni, fai venir voglia di farlo. Spero di esserci riuscito e forse negli anni che sono stato a Bologna, complice anche la curiosità di uno che arriva in un posto dove non è mai stato e nulla gli sembra ordinario, ho tirato fuori di più questo desiderio di scrivere con la penna degli altri.

Quando l’Unità ha riaperto non era più il giornale di prima. E, via via, lo è sempre stato di meno. Comprensibile, il mondo intorno è cambiato, ho qualche dubbio sui suoi lettori, ma molto altro sì. Per me un antico amore è diventato solo simpatia ed oggi non so se provo nemmeno più quella.

Del resto, fatte alcune importanti eccezioni maturate soprattutto nel periodo bolognese, anche chi ci lavorava dentro non è più quello che avevo sperato.

Devo aver già scritto da qualche parte che io spero qualcuno abbia voglia un giorno di scrivere una storia più severa di quelle uscite finora sul giornale, in particolare sugli aspetti economico editoriali degli ultimi anni, la cosiddetta privatizzazione, lo spettro dei debiti, le gestioni manageriali. E sarebbe meglio questo avvenisse ancora oggi che molti di noi sono ancora in vita e dispongono di qualche carta utile a testimoniare.

C’è una festa a Roma oggi per i 90 anni de l’Unità. Una ex-collega mi ha invitato e sono stato molto tentato. Le ho confessato che il giornale mi manca tanto, così come lo ricordo io.

Più che augurargli di arrivare a cent’anni, di superare di altri cento quella data, al giornale mi verrebbe voglia di augurargli di tornare ad essere quello che era, l’anomalia anche dell’uomo che lo ha fondato, e il significato profondo racchiuso nel suo nome: l’Unità.

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