Domande sulla gioventù

Matteo Mazzoni è il giovane storico incaricato dall’Istituto Gramsci – per conto dell’associazione Ciclostilato in proprio, di cui ho scritto variamente qui, nata per conservare le memorie del Movimento studentesco fiorentino – di redigere una delle due ricerche avviate, quella che ha per tema Politica in Movimento. Fasi, protagonisti, dinamiche di una stagione di impegno collettivo: Il Movimento Studentesco Fiorentino nelle carte dei suoi protagonisti.

Per meglio ricostruire «non solo la complessità ma anche l’integralità di una vicenda che vi ha coinvolto in quegli anni in una dimensione non puramente politica ma “esistenziale”, oltre che ad arricchire il contesto di riferimento del periodo entro cui inserire i “fatti” e le scelte del Msf», Matteo Mazzoni ha chiesto a chi partecipò a quell’esperienza fra il 1972 e il 1978, di rispondere ad alcune domande non con «riflessioni teoriche o lunghe elaborazioni, quanto narrazione di esperienze, esemplificazioni, comunicazione di sensazioni e pensieri di allora…». Ho tentato di farlo e pubblico di seguito la sua intervista, sperando sia quello che lui chiedeva e che interessi i miei lettori.

Quale novità rappresentava l’ingresso nel MSF nel vissuto concreto di uno studente/essa?
In generale non saprei dire. Per quel che mi riguarda ha significato l’assunzione piena di una responsabilità vasta, che riguardava interamente me. Direi che era una coincidenza con altri aspetti che spingevano verso quella decisione, per cui sarebbe difficile dire se sia venuta prima la gallina, cioè la decisione di militare nel Msf, o l’uovo, l’assumersi responsabilità, o viceversa, avendo deciso di “diventare serio”, sono andato con maggior convinzione a assemblee e cortei. Ciò che ho definito uovo aveva a che fare anche con la bocciatura nella quale sono incappato in quarta ginnasio: misi da parte la pallanuoto professionista che da anni praticavo, la passione per le auto e le moto sportive che mi faceva disegnare nuovi prototipi con ossessione e costruire modellini con doti manuali da cesellatore. Una volta “entrato” nel vissuto concreto di un militante c’erano notti al ciclostile, riunioni al pomeriggio, studio ad ore improponibili, educazione al coraggio, tenacia, determinazione, voglia di non farsi prendere in fallo da nessun punto di vista.

Che differenze c’erano fra la partecipazione alle attività del MSF e quelle nel partito (o nei gruppi extraparlamentari, a seconda dei percorsi individuali avuti)?
C’erano molte somiglianze, prima che differenze, perché la politica fatta come la si faceva a quei tempi, richiedeva la pratica di azioni non dissimili indipendentemente dal gruppo al quale si aderisse. La differenza credo stesse nel fatto che si facevano riunioni, si discuteva, si stava insieme ad altri con cui non si condivideva un intero bagaglio. Ci saremmo accorti solo più tardi che, in realtà, anche con coloro con i quali si pensava di avere una totalità di vedute convergenti, la “diversità” permaneva e l’individuo, il singolo, il particolare prevalgono sul gruppo, la comunità, il generale. È una delusione cocente ma adulta e non posso escludere che abbia a che fare con l’eclissi di un’esperienza molto particolare.

In che cosa si concretizzava “l’autonomia”? (non a livello teorico, quanto con esempi pratici).
Non ho esempi pratici da fornire, che pur credo esistano. Tipo manifestazioni fatte in contrasto con decisioni di via Alamanni. Però appunto le decisioni che riguardavano le nostre attività le prendevamo in via Guelfa. Non escludo che in qualche caso fossero precedute da conciliaboli con Catia Franci o Leonardo Domenici, segretari della Fgci nei 5 anni di vita del Msf, se non addirittura con Piero Pieralli o Michele Ventura, segretari provinciali del Pci, se non ricordo male. Ma il mio ricordo è che le decisioni venissero prese appunto nelle scuole o nei luoghi dove ci riunivamo come Msf. Stando sul personale posso dire che sentivo forte questa “autonomia”. Avevo la tessera della Fgci, datami a forza e in malo modo, malgrado abbia sentito l’orgoglio di averla, ma la tenevo a casa, in un cassetto della scrivania, perché fuori io ero uno del Movimento studentesco, non avrei permesso a nessuno di negare questo fatto.

Come avvenivano i meccanismi di rinnovamento della dirigenza del MSF?
Credo che Massimo Cocchi, Arnaldo Albergo, ma più che altro Elisabetta Turchi e Luigi Marinelli a un certo punto, direi nel 1975, dissero: “Be’, il responsabile del Movimento studentesco devi farlo tu, ora ne hai le capacità”. Io non ci credevo, ma accettai. Qualcosa di simile devo aver fatto poco prima di prendere la maturità, nel 1977: chiamai Andrea Sbandati e Massimo Squilloni e passai loro il testimone. Parimenti o Giovanni Spallino o Gianni Pini devono avermi chiesto se ero disponibile ad assumere degli incarichi a livello di zona o cittadino ed io dopo averci pensato su ho accettato. Le rottamazioni, che io ricordi, non andavano di moda, allora.

Che cosa era per te il partito (PCI)?
Inizialmente suppongo un moloch autoritario, anch’esso responsabile delle invasioni internazionali perpetrate dall’Unione sovietica. Questa direi era l’immagine che la pubblicistica del “Manifesto”, il primo gruppo al quale sono approdato appena arrivato al ginnasio, e la cultura alternativa, pacifista, rockettara che aveva comunque influenzato i fratelli più grandi – il mio aveva 3 anni più di me –, i loro malumori, le loro contestazioni, la loro voglia di gioia e cambiamento. Le immagini che abbiamo di quegli anni sono in bianco e nero, e il grigio era davvero il colore prevalente eccezion fatta per l’arcobaleno dei colori psichedelici. Neanche il rosso delle bandiere poteva tanto, essendo forse in tinta unita. Ma proprio la violenza (fisica) di un gruppo di frikkettoni o post-hippy alle prese forse con droghe che non facevano più sognare ma già scatenavano il rancore e l’invidia (torneranno nel 1977 proprio sotto questa forma) contro mio fratello appunto, deve avermi instillato i primi dubbi, fatto appassire qualche fiorellino, e orientato al solido calvinismo di certa classe operaia, ed al partito che maggiormente lo rappresentava. Poi è stato una scuola, un corpo vivo, non scevro alle contraddizioni, ma affidabile, credibile, e non lo escluso, protettivo. Starci vicino ma non esserne risucchiato, difenderlo strenuamente all’esterno ma non privarsi di metterlo in discussione dentro è stato un esercizio che forse rispondeva alla mia conformazione personale, o forse essa appunto è venuta a conformarsi così perché sono passato in mezzo a quel fuoco. Adesso, all’età che ho, e dopo molte cose successe, mi accorgo, di essere stato in fondo alla mia mente un po’ come la protagonista di Good bye Lenin: sapevo che il Muro era caduto, c’era stata la Bolognina e tutto non era più come prima, ma ho continuato a sentire come un tempo, sperando inconsciamente che qualcuno di quei valori, in chi avevo intorno, fosse ancora vivo.

Cambia nel corso di quegli anni?
Ciò che cambia nel corso di quegli anni non è tanto la percezione o l’idea che io mi fossi fatto del Pci. Ma certamente ho partecipato dell’inquietudine che molti militanti della mia generazione hanno provato nell’intervallo che va dall’invasione della Cecoslovacchia – l’eco di Jan Palack, morì nel 1969, non era affatto spenta al liceo dove sono arrivato nel 1971 o 1972 – a quella dell’Afghanistan (1979) dinanzi alla quale credo che nessuno di noi abbia avuto dubbi sull’esaurimento della spinta propulsiva. Diversa, la reazione alla nascita di Solidarnosc, ma siamo già in anni in cui Msf non c’era più. Però mi preme sottolineare che proprio gli ultimi anni della militanza nel Msf sono stati quelli in cui è maturato con una certa forza, e tirando certamente fuori in molti un disagio interiore di non poco conto, riguardo al tema della “forma partito” e del ruolo del “centralismo democratico”, forse anche come sviluppo di ragionamenti sulla democrazia partecipativa cresciuti nelle esperienze delle fabbriche, delle scuole, delle assemblee, dei quartieri e, con Ingrao presidente della Camera, anche delle istituzioni elettive. Città futura, il settimanale della Fgci, ma anche Rinascita, su quell’argomento hanno ospitato importanti contributi e io non escludo che in quelle pagine o in quei tormenti si celi il prodromo dello sbando che, anche nel Pci, si sarebbe concretizzato di lì a poco.

Che cosa era per te la militanza e come la realizzavi?
Per me la militanza era un impegno. Una attività da prendere sul serio e alla quale, per un qualche monito interiore, non ci si poteva sottrarre. Sì, dovevo avere qualcosa di calvinista o luterano nel dna e forse, come ha a lungo sostenuto ironicamente ma non troppo Giovanni Stefanelli, ero vittima del pensiero di Girolamo Savonarola. Più tardi allo psicanalista ho provato a spiegarlo e spero che qualcosa a lui almeno sia riuscito di fare. Quanto alla seconda parte della domanda, se non ho capito male la domanda, la risposta è realizzavo la militanza come la si realizzava a quei tempi: riunioni, assemblee, ciclostile, scrittura di tazebao, realizzazione di striscioni, cortei, manifestazioni, servizio d’ordine, studio, scrittura di interventi, attacchinaggio di manifesti, picchetti. Sospetto che un trentenne di oggi, ma forse anche un quarantenne, non un ventenne, ignori di cosa sto parlando.

Quale è stata la tua formazione politica?
Provengo da una famiglia di iscritti al Pci, segnata dalla Resistenza, nella quale le differenze e le contraddizioni di classe sono vistosamente esplose dopo la separazione dei miei genitori di estrazione sociale diversa. I canti partigiani ed una qualche educazione ai valori dell’eguaglianza, della giustizia ecc, hanno scandito la mia infanzia e già alle elementari amichevolmente litigavo con un amico (che poi sarebbe diventato il segretario dei giovani democristiani) perché io sostenevo le ragioni dei vietcong, lui quelle degli americani. Ha certo contato l’influenza di un fratello di 3 anni più grande di me, ovviamente confuso, come molti credo, da un mix fatto di Black Panters, Pacifismo, figli dei fiori, rock ‘n roll, Mao, Sacco e Vanzetti e Cafiero, che deve aver contribuito da una parte a spingere verso l’autonomia dal partito, dall’altro, in contrapposizione, a un bisogno di serietà e rigore. Alle medie ho animato con pochi compagni una protesta in classe, non ricordo il motivo, forse il freddo o i doppi turni, scoprendo precocemente che il coraggio è elitario, ancorché non per censo. Al ginnasio prime esperienze, come ho già riferito, con il “Manifesto”. Per quanto riguarda le fonti utili alla formazione rinvio alla domanda successiva sulle letture.

Che cosa era la democrazia?
Sempre la stessa cosa, prima e dopo di allora: la miglior forma di governo sperimentata finora, non avendo potuto sperimentarne altre. In ogni caso, per me, allora come oggi, un valore irrinunciabile da difendere, ma intorno al quale tenere aperto il dibattito senza temere di risultare autoritari o anarchici.

Come hai vissuto la partecipazione al voto?
Il 10 marzo 1975 entrò in vigore in Italia la legge 39 con cui si diventava maggiorenni e responsabili anziché a 21 a 18 anni, e quindi quella finalmente fu anche l’età in cui si può votare per la Camera. Io 18 anni li ho compiuti l’11 maggio 1975 e il 15 giugno di quell’anno, ci furono le elezioni amministrative in cui, con una affluenza alle urne è del 92,8%, il Pci raggiunse il 33% a soli 3 punti dalla Dc, andando al governo in 5 regioni (Emilia, Toscana, Umbria, Piemonte e Liguria) e in moltissime città italiane tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino e Genova. Mio fratello che aveva compiuto 21 anni, l’età prima necessaria a votare, a gennaio, si presentò al seggio dopo di me che ci andai di buon’ora. Me ne feci vanto. Anche se lui elesse il Senato. Emozionatissimo io, anche se ci eravamo già “esercitati” a scuola.

Quale il rapporto con la violenza (nella sua dimensione concreta nella vita delle scuole, dei gruppi giovanili, della città…)? Muta nel corso di quegli anni?
Ce n’era e tanta. O forse prima era tensione come quella voluta dall’omonima strategia. Vivevo in una casa a Scandicci con una piccola cantina al piano terra dove parcheggiavo di notte il motorino che mi ero comprato con soldi guadagnati. Era buio là e rientrando di notte mi guardavo le spalle. La catena che serviva per allucchettare il motorino sapevi di poterti trovare a doverla usare anche per altro. Ho fatto parte, anche se ero gracile e timoroso, del servizio d’ordine del Msf, ho partecipato a scontri violenti, soprattutto dopo il 1976, in specie nel 1977 e nel 1978, quando il terrorismo delle Br e di altre formazioni di sinistra, ha raggiunto l’apice delle sue attività. Ovviamente lo scontro fisico non era con le Br e la loro violenza sembrava indirizzata molto più in alto che contro dei semplici militanti di una formazione pur rea di aver svenduto tutto al capitale. Lo scontro era in particolar modo con Autonomia operaia, nella quale operavano frange armate anche con pistole, oltre cioè i tradizionali cazzotti, bastoni, catene, sassi, chiavi inglesi e bottiglie molotov. Ma in certi momenti anche con Lotta continua si è giunti a un passo dallo scontro fisico. Con i fascisti era diverso. Ovviamente non ci si fronteggiava come in una battaglia, perché erano pochi, isolati. Con loro lo scontro poteva essere davanti a una scuola e ci sono stati, o l’agguato, e ci sono stati. E naturalmente la violenza del terrorismo nero era quella che ti faceva temere di stare in un posto perché saresti potuto esplodere in aria. Io però ho più ricordo della violenza di piazza. Quella l’ho vissuta in prima persona. Alla mensa di Sant’Apollonia durante le elezioni universitarie o in piazza della Signoria non ricordo in quale occasione. Ricordo perfettamente gli spari in coda a un corteo, non saprei dire quale, già in piazza San Marco, il panico che mi prese, la fuga che mi fece percorrere un bel pezzo di via Lamarmora finché l’adrenalina e il batticuore non si placarono e allora, sgridandomi interiormente per la mia vigliaccheria e per la mia temporanea diserzione, tornai al mio posto dove avrei dovuto – che idiozia – difendere con un manico di piccone tante ragazze e ragazzi più giovani di me lì in piazza per protestare chissà per cosa. Ricordo che con i compagni del servizio d’ordine – e ce n’erano alcuni che incutevano paura solo a vederli, se non altro per le loro dimensioni – c’era qualche scambio sulle tecniche “paramilitari” che avrebbero potuto risultarci utili, ma mi sento di escludere che si sia mai messo in piedi qualcosa che fosse una aggressione violenta. Difendevamo, eravamo tarati per difendere, non per offendere. In questo eravamo non violenti.

Che cosa era per te la Resistenza?
Rispondo davvero sforzandomi di pensare a quello che “per me” era “allora”: quell’attività a cui in piccola parte i miei genitori e con molto maggior coinvolgimento, data l’età o il coraggio o l’incoscienza, i miei zii e genitori di miei amici avevano partecipato per scacciare un invasore straniero violento e brutale e un regime autoritario sotto il quale si faceva la fame, si doveva sottostare per poter lavorare, era vietato alzare la testa, pensare, dire la propria, sentirsi liberi. Quell’attività che qualcuno aveva sperato coincidesse con una rivoluzione più grande e capace di invertire il corso della storia. Un importante periodo della storia recente al quale essere grati, rispettando chi ne era stato protagonista, senza per ciò creare idoli, eroi, celebrazioni rituali e retoriche e senza nascondersi che inevitabilmente non era stata esente da ingenuità, errori, superficialità. Era quello che pensavo allora. E ancor oggi.

Come passavate il vostro tempo libero?
Era poco. Per me almeno che facevo fatica ad andare bene a scuola. E che buona parte delle ore extrascolastiche, tolte quelle del sonno, le passavo facendo il militante. Sono di natura un solitario e anche allora me ne stavo spesso per i fatti miei. Molto tempo lo impiegavo a studiare, a leggere, ad ascoltare dischi fantasticando. Scrivendo nei miei diari che ho scrupolosamente tenuto dal 1974 al 1999 e poi ancora dopo con minor frequenza. Da solo, appunto. Però non ho mai rinunciato agli amici, alle amiche, alle persone anche di altre età, con cui stare a parlare, ad ascoltare, a capire. Un po’ di amore, poi, quello “‘ragionevolmente’ sostenibile”.

Quali erano le vostre estati?
In buona parte occupate dal lavoro e dallo studio, in quanto di norma – un po’ perché non ero certo uno studente modello, un po’ perché la militanza politica bisognava pur farla scontare – venivo rimandato a settembre in almeno una materia. A turno, una volta una, una volta un’altra, segno che non era una difficoltà di apprendimento, se no sarebbe stata sempre quella. Per cui i libri andavano ripresi in mano per passare all’appello. In quarta ginnasio ero stato bocciato e mia madre fu drastica: d’estate mi mandò a lavorare. Essendo un patito di automobili da corsa, apprendista carrozziere con tanto di contributi Inps. Avevo quattordici anni. “Decidi, disse: preferisci studiare o lavorare?”. Optai per entrambe perché studiare era meglio di sgobbare col sudore della propria fronte, ma solo con quello avrei potuto comprarmi il motorino, la miscela per farlo muovere, le sigarette Sax, i dischi di little Tony e la radio transistor, per citare Jannacci. Da allora non ho mai smesso di conquistarmi quello che volevo e di provvedere quanto meno a me. Quello che rimaneva del tempo d’estate comunque consentiva un po’ di mare in campeggio o ospite da qualcuno che aveva la casa al mare o in montagna. Poi si lavorava per la festa dell’Unità. Un anno andammo a farne una a Patti, in Sicilia. O meglio: molti a fare le vacanze a Patti in Sicilia, qualcuno a lavorare alla festa dell’Unità a Patti, in Sicilia. Io facevo parte dei secondi.

Quale era la tua “colonna sonora” Quali le canzoni preferite? Vi erano delle canzoni del MSF?
Personalmente amavo da molto tempo la musica, di qualunque tipo purché bella: classica, leggera, di cantautori italiani o stranieri, rock, folk e blues, politica. Forse solo il jazz e la lirica mi erano allora sconosciuti e perciò non ancora amati. Le canzoni del Msf erano ovviamente quelle popolari e di lotta: Bandiera rossa, l’Internazionale, Creare due, tre, molti Vietnam o Hasta siempre comandante Che Guevara. Troppe per ricordarle tutte, ma in particolare quelle degli Inti Illimani, perché è dopo il golpe del 1973 e con l’idea in testa dell’Unidad Popular là come qui che germoglia la passione politica di chi in quell’anno aveva fra i 14 e i 18 anni. Del repertorio degli Inti Illimani credo sia giusto ricordare, oltre alle indiscutibili El pueblo unido e Cancion del poder popular, in particolare Sikuriadas e La Mariposa: avevo insistito, trovando consenso nei compagni, per cantarle durante i cortei ritmando con i manici delle bandiere battuti per terra perché univano aspetti battaglieri ad aspetti poetici, speranzosi, costruttivi. La mia preferita era Longuita: così continuo a chiamare nella mia testa la compagna che poi è diventata mia moglie.

Quali libri leggevi?
Quelli di scuola, in primis, compresi quelli che non erano previsti ma non potevi farne a meno: il Guglielmino e la storia della letteratura di Asor Rosa. Poi l’approccio alla letteratura grazie a preziosi maestri. Qualche titolo per dare il senso: La nausea di Sartre, Conversazione in Sicilia di Vittorini, Il padrone di Goffredo Parise. Oltre, ovviamente, a Porci con le ali. Ma era la saggistica a prevalere allora: tanto Gramsci e di conseguenza Machiavelli, i basamenti di Lenin (Estremismo malattia infantile del comunismo e Un passo avanti e due indietro). Ma per comprendere meglio cosa stessimo facendo o la direzione che avremmo preso mi sento in dovere di citare due titoli di libri letti allora: Dialettica della liberazione, un’antologia di scritti di Cooper, Carmichael, Sweezy, Laing, Marcuse e altri pubblicata da Einaudi fra i quali compariva anche Gregory Bateson che solo in tarda età avrei compreso quanto sia stato un genio, tanto da scriver su di lui un libro. E Il diritto all’ozio di Paul Lafargue. Marx, per davvero, l’ho affrontato solo più tardi, all’Università, passando per Hobbes.

Quali film vedevi? Quali ricordi dei cineforum?
Vedevo appunto i film che davano ai cineforum ma anche quelli di bravi registi che uscivano in prima visione. Mi piaceva il cinema ma non ero tra i miei compagni di scuola e tra gli amici più stretti il cinefilo del gruppo, quello che sapeva a memoria le recensioni di Mino Argentieri e dell’innominabile Guido Aristarco. I cineforum erano l’Universale di via Pisana, ma anche Spazio Uno in via del Sole, quello alla casa del popolo di Soffiano alla cui nascita non escludo abbia contribuito, in base ai miei ricordi, mio fratello Davide. Ma non si può non ricordare anche lo Stensen e l’Alfieri, così come non si possono non ricordare i teatri ai quali normalmente andavamo: l’Affratellamento, in primis, ma c’era anche altro, fino al Metastasio di Prato.

Quali sono stati i tuoi “miti” politici e non?
L’unica mitologia a cui do un valore è quella dell’Olimpo.

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One Response to “Domande sulla gioventù”

  1. Matteo scrive:

    Personalmente non ho vissuto quegli anni, ma da ciò che ho appreso dai libri e dai racconti dei protagonisti mi accorgo di quanto sia mutata la società; allora vi era un’aspirazione alla giustizia, un desiderio di libertà, ma di una libertà da ricercarsi non in modo individualistico, ma collettivamente, con l’impegno politico e sociale.
    Oggi noi giovani siamo del tutto disillusi sulle possibilità di cambiamenti sociali. Non siamo meno determinati a ricercare una vita migliore, ma lo facciamo in modo individualistico e siamo disposti anche ad emigrare, incoraggiati in questo, purtroppo, dalla contingenza economica.
    Eppure, oggi, per un giovane appare difficile appassionarsi alla politica e all’impegno civile, per lo meno con quell’intensità e con quel fervore di un tempo. Se lo si fa, è, nel migliore dei casi, per singole rivendicazioni, per conquistare qualche “diritto” ma non in nome di un più alto ideale e per ricostruire la società su nuove basi.
    Tanto più che gli apparati politici sembrano spesso mettercela tutta per creare disaffezione tra i giovani. I partiti sembrano diventate delle semplici macchine di consenso, o degli strumenti per ottenere soltanto rendite di posizione, e, quando si tratta di passare alla “prassi”, come si diceva un tempo, qualsiasi entusiasmo e ideale viene accantonato in nome di una mediocre realpolitik: il “ce lo chiede l’Europa”, “ce lo chiedono i mercati” trionfano sovrani.
    Di quegli anni dovremmo recuperare la richiesta di una visione “olistica” della società e di un cambiamento strutturale che non si fermi a singole, per quanto giuste, rivendicazioni.

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