Grande o infinita guerra?

In questi giorni si celebra il ricordo di quella guerra che già alla mia generazione, nata quarant’anni dopo, sembrava un evento di chissà quando, roba della storia, non molto a che vedere con noi. Per cui suppongo che le generazioni venute dopo la mia, e ancor più quelle di oggi, provino poco a cent’anni di distanza a ricordargli che s’è combattuto, fra il 1914 e il 1918, dilaniando l’Europa ed infiammando per la prima volta tanto da doversi servire del termine “mondiale”.

Quel conflitto condusse l’Italia a coniare, derivandola dal luogo dove una folle battaglia si trasformò in una colossale sconfitta, il comune sloveno di Kobarid, la parola con cui siamo soliti indicare una disfatta disastrosa, Caporetto.

A distrarre me e i miei coetanei, e forse i nostri stessi genitori, da quel capitolo di storia, o appunto a relegarlo solo fra i capitoli del libro di storia, allontanandolo dalla realtà e dalla percezione emotiva, ha senz’altro contribuito il regolamento di conti o il vano tentativo di rivincita o lo strascico ideologico che fu la Seconda guerra mondiale, così viva e così vicina da far sì che, quand’ero bambino, stazioni ed ambulatori medici fossero, e a lungo, tappezzati di manifesti i quali mettevano in guardia l’infanzia dal pericolo di trovare residuati bellici e bombe inesplose nei campi dove si andava a giocare appena fuori città e ad aver conosciuto noi stessi ragazzi che rimasero mutilati in quel modo, per non dir dei vecchi – per noi vecchi – che erano tornati con le gambe amputate, le stampelle, la benda sull’occhio.

Ascoltando oggi, con un orecchio diverso certo, parole su quella guerra, scattano strani meccanismi e fai mente locale, come ho scritto in Rappresentazioni grafiche, al fatto che dal giorno in cui un anarchico sparò all’arciduca d’Asburgo nel giugno del 1914 alla stessa data di cent’anni di solitudine dopo, per terra su un campo di battaglia o fra le macerie di un sobborgo civile bombardato dall’aviazione, abbiamo lasciato, dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno, 130 milioni di morti. Erano qualcuno meno, ma abbiamo dovuto aggiornare la cifra conteggiando le vittime di un conflitto che continuiamo a mascherare come se fosse inerente Yahweh e Allah, o contrapponesse due derivazioni della stessa tribù semitica originaria, gli arabi e gli ebrei, anziché ricollocarlo nel suo alveo genuino che è quello del colonialismo e della sottomissione dei popoli a beneficio del capitale i quali sono anche la miccia che ha innescato tutti gli altri conflitti su questo pianeta, altro che scontro fra religioni.

Ad ogni modo, che si consideri la Prima guerra mondiale come l’epigono di un mondo finito che non ha più niente a vedere con il nostro – come molte opere filosofiche e letterarie di quell’epoca, delle quali ho dato conto in Apocalisse, il giorno dopo, ipotizzavano preconizzando la fine della storia e l’apocalisse –, al punto tale da descrivere il secolo del quale ha fatto parte come “breve” perché appunto non conteggerebbe quei 18 anni iniziali, oppure che la si consideri come il prodromo del disastro prodotto dai nostri padri, da noi protratto e dai nostri figli espanso all’ennesima potenza, ritengo saggio ripercorrere alcune pagine dei libri scritti in quell’occasione, attendendola, vivendola o giudicandola poco dopo.

Mi sento di suggerire quel passo di Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu dove si ragiona sull’eticità della diserzione, sugli ordini da eseguire e quelli da rifiutare voltando l’arma verso il comandante che non comanda. Mi sento di suggerire la descrizione della superficiale spensieratezza con cui al Prater o in molti angoli di Cacania ci si preparava all’uso della Berta e dei gas nervini, quelle cesellature di Joseph Roth con i suoi calici sollevati da ossute mani, ma anche interi capitoli di Schnitzler o lo stesso Musil. E mi sento di suggerire, stupito di non aver riscontrato alcun accenno a lui, quegli Ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus che sembrano un affresco del delirio e dell’orrore così come si è imparato a viverli allora ed ancora li si persegue con scientifica determinazione.

One Response to “Grande o infinita guerra?”

  1. Matteo scrive:

    La guerra madre del Novecento, con i suoi milioni di morti, con la fine degli imperi, con le sue illusioni ideologiche – nazionalistiche ma anche socialistiche di chi credeva che sarebbe stata l’occasione per combattere le potenze capitalistiche dell’Europa centrale – con il logoramento da trincea e le nuove tecnologie militari (altro cupo risvolto dell’ingegno umano che avrebbe contrassegnato il secolo) che rendevano obsolete il modo ottocentesco di combattere.
    Un secolo durato appena 77 anni, come ricordava Hobsbawm, conclusosi con il crollo del muro di Berlino e dell’URSS, che avrebbe sancito ufficialmente la disfatta “di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano”.
    Oggi la guerra non si combatte più tanto in trincea (e già la cosiddetta “guerra fredda” lo aveva insegnato) ma a colpi di comunicazione e di propaganda. I conflitti bellici continuano a dilaniare il mondo nello scontro di sempre tra opposti interessi (con buona pace della profezia di Fukuyama della “fine della storia”) ma essi sono sempre più legati alle strategie di comunicazione e di manipolazione delle masse. Il tentativo di giustificare la guerra, in cui l’uomo si cimenta da millenni, vede oggi il suo coronamento nelle varie enunciazioni della “guerra preventiva” o dell’”esportazione di democrazia” in tutte le sue forme e varianti, grazie all’ampia diffusione ad esse data dai media con la martellante e sempre ribadita equazione orwelliana “la guerra è pace”.

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