Resilire, non resistere

Il pendolo di Charpy (disegno dalla Treccani)

Avevo letto tempo fa un interessante articolo, forse questo di Federico Rampini su la Repubblica del 23 gennaio dello scorso anno, sul tema della resilienza e mi ero ripromesso di ragionarci un attimo sopra.

La resilienza, spiegano le enciclopedie, ha diversi significati e questo termine viene impiegato in più campi. Non sono in grado di dire in quale di essi abbia fatto la sua comparsa, ma è efficace vedere la sua origine etimologica per comprendere come facilmente possa adattarsi a più contesti. La resilienza deriva dal participio presente – resiliens -entis – del verbo latino resilire, che significa «rimbalzare».

Nella tecnologia dei materiali, la resilienza è la resistenza di un materiale a rottura dinamica, determinata con apposita prova d’urto. La prova di resilienza viene eseguita rompendo con un solo colpo, mediante una mazza a caduta pendolare, una provetta intagliata nella sua parte mediana, e poggiante ai suoi estremi su due sostegni. La macchina per eseguire la prova di r. è nota con il nome di pendolo di Charpy.

In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica. Non va confusa con la tenacità, che è invece la capacità di un materiale di assorbire energia dall’inizio della deformazione fino alla rottura (quindi somma dell’energia di deformazione elastica e plastica).

In ecologia e in biologia è la capacità di un materiale di autoripararsi dopo un danno, o, in ecologia, la capacità di una comunità (un sistema) di ritornare al suo stato iniziale dal quale si è allontanata dopo essere stata sottoposta a una perturbazione, causata da eventi naturali (un evento atmosferico, un incendio, una frana, ecc. ) o da attività antropiche (inquinamento, disboscamento, cambiamento climatico, invasione da parte di una o più specie aliene).

In quest’ultimo ambito, per l’esattezza, è la velocità con cui quella comunità ritorna al suo stato iniziale, pertanto, solitamente, è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie. Per esempio, dice Wikipedia, le garighe mediterranee o la vegetazione dei pendii franosi possiedono un’elevata resilienza, essendo in grado le specie tipiche di questi ambienti di ricolonizzare velocemente le aree distrutte o fortemente degradate da incendi, forti mareggiate, crollo di costoni rocciosi. Sono invece poco resilienti gli ambienti tropicali (la foresta pluviale o le barriere coralline, per esempio), i cui parametri ambientali sono rimasti quasi immutati per millenni e non hanno grande capacità di rigenerarsi a seguito di disturbi anche molto meno degradanti.

Le specie animali e vegetali con alti tassi di resilienza vengono definite specie r-strateghe.

In informatica l’indice di resilienza (o di fragilità) indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati.

Infine il significato di resilienza in psicologia dove indica la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, riorganizzando la propria vita dinanzi alle difficoltà, ovvero sia di restar sensibili alle opportunità positive offerte dalla vita, senza perdere la propria umanità.

Non è ora il caso di approfondire, seguendo Wikipedia, le tematiche psicologiche connesse al tema della resilienza, cosa che tuttavia, chi fosse interessato, può fare cliccando qui, ma sono proprio l’ambito psicologico e quello eco-biologico, per quanto presumibilmente derivati da quello della fisica, i più affascinanti e gravidi di concatenazioni proficue.

La resilienza è stata definita da Andrea Canevaro in Bambini che sopravvivono alla guerra come «la capacità non tanto di resistere alle deformazioni, quanto di capire come possano essere ripristinate le proprie condizioni di conoscenza ampia, scoprendo uno spazio al di là di quello delle invasioni, scoprendo una dimensione che renda possibile la propria struttura».

La persona “resiliente”, dunque, è uscita indenne, ed anzi rafforzata, dal proprio sviluppo psicoaffettivo e psicocognitivo, sostenuta dall’esperienza, dalle proprie capacità mentali che le hanno consentito di giudicare tanto i benefici, quanto le interferenze emotivo-affettive che si realizzano nel rapporto con gli altri. È una capacità, la resilienza, che si sostiene possa essere appresa, alla quale si può essere educati, e questa non è cosa di poco conto.

Il concetto di resilienza, derivato dalla sua definizione psicologica connessa ad un singolo individuo, viene via via sempre più applicato alle comunità ed in particolare nell’analisi delle reazioni e dei mutamenti sociali in seguito ad eventi traumatici o catastrofici sia di tipo naturale (terremoti, alluvioni) quanto dovuti all’azione dell’uomo (attentati terroristici, rivoluzioni, guerre). L’obiettivo è quello di comprendere perché i processi sociali (ed economici) conseguenti ad una crisi rovinosa possano interrompersi e, per così dire, andare in stallo, se non addirittura collassare ed estinguersi (come Oswald Spengler sosteneva riferendosi alle civiltà e al suo tempo all’Occidente) rimanendo comunque in una “continua instabilità” e, in altri casi, invece, sopravvivano o proprio in conseguenza di quel trauma, trovino la forza e le risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione. E di comprendere come mai due popolazioni reagiscano in maniera diametralmente opposta dinanzi a un analogo fenomeno apocalittico quale potrebbe essere una alluvione o un terremoto, com’è avvenuto, nel primo caso, da un lato nel Polesine con l’esondazione del Po nel 1951, e dall’altro a Firenze nel 1966, o nel secondo in Irpinia o a L’Aquila, o, dall’altro lato, in Emilia o in Friuli. Nel Polesine le popolazioni locali non si sollevarono dal danno subito preferendo la diaspora che li ha dispersi in un grande processo migratorio, mentre nel capoluogo toscano, ci fu un vero e proprio scatto d’orgoglio e di reattività. Reazioni analoghe appunto dopo quei terremoti, depressivi i primi, reattivi i secondi.

Sono fronti di indagine assai interessanti che magari un giorno potrebbero dire di più su chi ce la fa e chi no, su chi soccombe e chi invece combatte, sui sommersi e i salvati, su chi ha o chi non ha più un segno indelebile nel Dna.

Di resilienza, con orgoglio, ha parlato in un suo discorso anche Barack Obama al World Economic Forum di Davos, per dar conto di come si possa uscire dalla recessione.

E gli ambientalisti hanno iniziato a suggerire questa prospettiva, quella della resilienza anziché della sostenibilità come nuovo obiettivo per la tutela dell’ambiente. È proprio in questo campo, sostiene nel suo articolo Rampini che «la riflessione è più avanzata», avendo l’ecologia «un’antica dimestichezza con la resilienza».

E da conto di un libro intitolato Resilience: Why Things Bounce Back: “perché le cose rimbalzano”, di Andrew Zollie e Ann Marie Healy. Gli autori sostengono che parlare di sostenibilità significa darsi l’obiettivo di ripristinare l’equilibrio perfetto, e questa è un’illusione, mentre è più realistico «imparare a gestire un mondo in perpetuo squilibrio».

Non siamo stati un gran che a organizzarci per vivere bene, tentiamo dunque di sopravvivere agli inevitabili sconvolgimenti, rinunciando alla presunzione di prevedere sempre tutto.

Anziché continuare ad innescare orgogliose prove di forza con la natura con le quali affrontare e combattere le calamità che da brava matrigna essa regala, adattarsi e fare come fa il giunco che si piega. Resilienza è proprio questo, capacità di non rompersi, non di resistere fino allo stremo e poi crac.

Non grate alle finestre per ostacolare il malvivente e contrastarlo, ma poco o niente da portar via, o mitridatizzarsi al lutto che verrà inevitabilmente. Se si supera la prova poi si è più forti di prima ed anche, magari, senza rancori o sensi di sconfitta.

L’articolo di Rampini tocca anche le interessantissime implicazioni economico-finanziarie del tema resilienza, dalle quali si approda a un’inevitabile critica al capitalismo sregolato. Perché imparando a uscire dalle crisi, poi si può star meglio. Senza necessariamente star sempre sulle barricate.

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