Signorno

Sulla mia bacheca di Facebook ho pubblicato – “postato” direbbero i seguaci del 2.0 – il collegamento – il link – a due articoli comparsi nell’ultimo numero de “La Lettura” – l’inserto domenicale del “Corriere della Sera” che trovo uno dei migliori prodotti giornalistici ancora in circolazione –: il primo di Umberto Curi dedicato all’obbedienza, e l’altro di Michele Ainis dedicato alla fedeltà, maggiormente attratto da quest’ultimo per l’imbarazzo, suppongo, che provo nel non essere pienamente stato in grado, nel corso della mia vita, di attenermi ad esso con sufficiente rigore e fermezza, quantunque, come sostengono, riferendosi rispettivamente alla psicologia e alla creatività, Aldo Carotenuto e Annamaria Testa, proprio il venir meno alla parola data e il cambiar le carte in tavola siano ciò che consente di fare un passo avanti ed uscire da un’ipocrisia che rischia di soffocare insieme tradito, traditore e terzo incomodo.

Ebbene, scrive Curi nel suo articolo, restando nei paraggi di quanto ho appena affermato, la disobbedienza altro non è che un’obbedienza a un ordine diverso da quello impartito, l’ascolto di una voce altra da quella che comanda. E parimenti, è implicito, l’obbedienza è per certi versi una disobbedienza, ancorché a un imperativo non ancora autoritariamente espresso.

L’articolo di Ainis, a differenza di quello che il suo titolo sintetizza, ovvero sia che la fedeltà non è una colpa, riconosce la difficoltà, tanto sul piano giuridico che su quello morale, del diritto e del bene per dirlo in altro modo, di attenersi a quanto promesso, ammettendo che le condizioni ed i parametri mutano nel corso del tempo ed adeguarsi ai nuovi comporta inevitabilmente una rimodulazione del giuramento.

Non che Anais non auspichi il rispetto del richiamo della coscienza e del vincolo all’etica, anzi, e ne sottolinei la forza anche in campo giuridico dove il contesto è tutt’altro e ciò a cui si mira poco ha a che fare con il giusto e con lo sbagliato, ma è lui per primo ad ammettere che i patti son tali solo se entrambi i contraenti, passo dopo passo ed anche nel mutar delle situazioni ed adeguandosi ad esse e al loro cambiamento, li rispettano e ne rinnovano i termini, si potrebbe dire li siglano e li risiglano, li contraggono e li ricontraggono.

E, da costituzionalista qual è, evidenzia quando non è il cittadino a venir meno all’impegno preso con la società prima ancora che con lo Stato, con lo star insieme prima ancora che con l’esser individui ed elettori, impegno al quale non ci si può a mio giudizio sottrarre neanche quando si ha ragione, non pagando ad esempio le tasse anche quand’esse siano inique, ma quando appunto è lo Stato ad esser bugiardo, ad aver detto una cosa che poi non mantiene, ad essersi impegnato ritraendosi poi dalla propria responsabilità.

Pressoché in contemporanea alla pubblicazione del rimando agli articoli di Ainis e Curi, sul social network ho anche fatto un ampio copia e incolla del brano di un articolo di Michele Smargiassi su “la Repubblica” di ieri a proposito dell’attentato attribuito ai No Tav alle porte di Bologna, perché scritto in maniera egregia com’è consuetudine di Smargiassi, perché ricorda gli scempi ai quali la nostra generazione ha assistito a partire dai primi anni Settanta – l’Italicus, il 2 agosto, la strage di Natale – e chiama in causa quella Locomotiva di Guccini che abbiamo interminabilmente cantato pensando a “gli eroi sono giovani e belli”.

Riporto anche quei l’ampia citazione: «Ma forse, più che coi treni, ce l’hanno col Treno. Che è un bersaglio perfetto, non solo perché è un mezzo di trasporto ubiquo e indifeso. Il treno è un emblema, qualcuno ha detto un trauma della modernità. In due secoli ha preso a bordo tutti i suoi lati oscuri. I convogli degli emigranti meridionali. Le tradotte dei fantaccini mandati a morire in trincea. I vagoni per Auschwitz. Il treno è stato il coltello dell’uomo bianco, lama coloniale che sventrava i continenti, “cavallo d’acciaio” che incrociava il sentiero del bufalo per sterminarlo. Un mostro vorace, per gli analisti del suo secolo: alter ego della “bestia umana” per Èmile Zola, “vandalizzatore di paesaggi” per John Ruskin. C’è forse un’eco di quell’antipatia antica, più morale che ideologica, sotto la scorza ambientalista dei furori No Tav, in un paese dove l’incultura dell’automobile è stata ben più devastante, ma che non ha mai conosciuto movimenti No Car. I simboli hanno una forza d’inerzia. Nel millennio aperto dal terrorismo che vola, anche i grandi attentatori, quelli che non mirano a sabotare ma proprio ad ammazzare, non disdegnano di tornare a terra, sui binari, da Atocha alla metro di Londra fino alla burbanza criminale di un neofascista dell’ultima retata, che intercettato dice “la via dell’Italicus è l’unica percorribile”. “Sembrava il treno anch’esso / un mito di progresso”: ma per il fochista anarchico Pietro Rigosi era il simbolo del lusso degli oppressori, e contro un treno di lusso, non lontano da qui, il 20 luglio 1893 ritorse la sua stessa potenza bestiale, la motrice a vapore numero 3541 «lanciata a bomba contro l’ingiustizia », così cantò nella sua Locomotiva Francesco Guccini cent’anni dopo».

Io non ho in alcuna simpatia i No Tav, non condivido il loro progetto politico, trovo risibili le loro rivendicazioni, proivi di senso i loro obiettivi. Non ho in alcuna simpatia i No Tav, ed ancor meno ne posso avere per un attentato a un treno che nella mia memoria è indissolubilmente legato al desiderio di generare panico e terrore fra la popolazione di fascisti indifferenti alla vita umana e all’innocenza delle vittime, all’uso strumentale degli esseri umani, al connubio ignobile tra quelle mani armate e quelli che agiscono nell’ombra, al connubio con il malaffare e il facile guadagno.

Ma anche questo deprecabile gesto mi pare dovrebbe essere chiamato più sabotaggio che attentato terroristico, e terroristico mi pare invece l’uso che si fa delle parole anarchico o insurrezionalista con le quali ormai si etichetta ogni forma di protesta e, per tornare all’inizio di questo scritto, di disobbedienza: che sfortunatamente s’è ridotta a un minimalismo minoritario, miope e perciò sterile. Ma non per questo da criminalizzare quasi fosse il nuovo Belzebù.

Sì, credo proprio che l’aver abolito la leva militare, e con essa l’obbligo di fare i conti con l’obbedienza e con la disobbedienza, con ciò che è indispensabile per potersi permettere la seconda, abbia provocato un mutamento antropologico di non poco conto del quale per lungo tempo si pagheranno le conseguenze.

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One Response to “Signorno”

  1. Matteo scrive:

    I No Tav non c’entrano niente con l’attentato. non esistono prove ma solo il desiderio di criminalizzare un movimento che può piacere o meno; siamo alla solita riproposizione sotto una nuova veste della “pista anarchica” che in realtà come sappiamo serviva a coprire ben altri moventi.

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