To be or to be not

Stando alle foto che si vedono sui giornali o vengono diffuse via web, c’è chi è Charlie, chi Juif e chi Muslim. Un gran bisogno, insomma, di affermazione di sé o dell’appartenenza a un gruppo, a una comunità, a un clan, o anche, come appunto nel caso del nome tratto dalla rivista francese di satira i cui redattori sono stati uccisi il 7 gennaio scorso da due terroristi islamici, di un altro da sé, di un “non-io”, e cioè di un “non-sono”, al quale però assimilarsi, col quale identificarsi, del quale prendere l’identità, trasferendo una delle sue qualità, il nome proprio, a se stessi, e difenderne l’onore, proseguirne l’operato, contrapporlo al nemico.

Io, insomma, che sono Daniele, d’un tratto divengo Ernesto o Astolfo, o un piemontese essendo lì nato, o un toscano essendo lì vissuto, o un piemontese della Toscana che è una sottospecie o un sottogruppo, ben distinto dal piemontese piemontese o dal toscano toscano. O un europeo, un occidentale, un bianco, un cattolico malgrado l’ateismo ma in virtù della presenza del Vaticano sul suolo patrio, un mangiaspaghetti o un polentone.

E naturalmente la caratterizzazione con un aggettivo al posto di un nome proprio – sono biondo, ariano, appartenente all’emisfero settentrionale, anarchico, irsuto – spesso esclude l’attribuzione di altre caratteristiche, ovvero sia un non-castano, un non indo-europeo, un appartenente all’emisfero meridionale, uno statalista, un glabro, cioè, per tornare al nostro punto di partenza, se je suis Juif non sono Muslim e se je suis Muslim non sono Juif ed in entrambi i casi je suis pas Catholic, e se sono Charlie, che è anche Linus o Lucy, non sono Asterix ma nemmeno un foglio bianco privo di vignetta satirica.

A me piacerebbe che ognuno fosse se stesso e per ciò ben accetto per quel che è non avendo bisogno né d’associarsi né di dissociarsi per essere qualcosa. Ma je suis Daniele e questo non si può mettere su un cartello.

2 Responses to “To be or to be not”

  1. Giovanna Bellacci scrive:

    Sono pienamente d’accordo con te senza dover scrivere “je suis Daniele” e rimanere completamente nell’ambito della mia identità, pregi e difetti compresi.

  2. Matteo scrive:

    Baudrillard osservava che tutto è pubblicità e tutti i modi di espressione vengono assorbiti dalla pubblicità. Nella comunicazione si tendono a replicare le tecniche e i linguaggi pubblicitari. Caratteristica della pubblicità, sostiene sempre Baudrillard, è che non conta tanto il contenuto specifico del messaggio (questa o quella marca di sapone, questa o quella bevanda e le sue proprietà) quanto piuttosto il suo essere onnipresente, onnicomprensiva di tutti quanti i messaggi. McLuhan sintetizzava “medium is message”. Il medium è il messaggio stesso. L’asserzione del “Je suis Charlie” piuttosto che il “I am American” di qualche anno fa o il “Je suis Tsipras” che già comincia a circolare, sono tutti quanti messaggi che rinviano l’uno all’altro, al di là dei confini e delle lingue, e questa è proprio l’essenza della pubblicità, rinviare all’infinito a un altro messaggio, piuttosto che alla realtà, e annullare dunque il senso del linguaggio. L’affermazione di un’identità è qualcosa di assolutamente superficiale e transitorio, perché la vera identità è quella pubblicitaria della società della comunicazione. Per cui si può essere tutto e nulla, oggi Charlie, domani qualcun altro, perché il significato (e quindi la persona in carne e ossa, l’entità fisica per così dire) è abolito dal sistema di comunicazione.

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