Il film sulla Arendt

Hannah Arendt

L’indiretto invito a vedere anch’io il film Hannah Arendt di Margarethe von Trotta era per me talmente autorevole ed essenziale che mi sarebbe davvero stato impossibile sottrarmi ad esso, come invece, purtroppo, ho fatto dinanzi ad altri più diretti inviti nel corso della mia esistenza.

Fortunatamente internet consente di vedere cosa danno in tv anche senza possederla, ed ora, anzi, ho scoperto che si può riguardare un film cercandolo in rete, per cui, mentre sto scrivendo queste parole, dall’altoparlante escono le voci della doppiatrice di Barbara Sukowa, l’attrice che nel film interpreta la filosofa tedesca, e probabilmente quella originale, registrata durante il processo, del SS-Obersturmbannführer, il gerarca nazista organizzatore del traffico ferroviario dei treni stipati di ebrei diretti nei campi di concentramento che mezza Europa, la metà degli europei intendo, finse di non vedere.

Credo che chi ha letto il libro di Hannah Arendt intorno al quale è stato costruito il film, La banalità del male (il titolo originale, però, è Eichmann in Jerusalem), non abbia aggiunto molto a quanto già sapeva e quelle pagine chiaramente spiegano: che probabilmente non fu, nel caso di Eichmann e di tanti come lui, perfidia o possessione da parte del demonio, più semplicemente una burocratica acquiescenza, una inebetita prostrazione alla routine, un timorato zelo, l’esecuzione di ordini, l’obbedienza alle regole, il rispetto delle consuetudini; che in un motore la valvola non serve a niente se non ci sono anche lo spinterogeno, i pistoni, le bielle o l’albero a camme, ed anche quest’ultimo è legittimato a sentirsi inutile in assenza di tutti gli altri componenti, e tuttavia la trazione alle ruote di modo che l’auto possa muoversi è data dal fatto che ci sia individualmente ciascuna di quelle parti, ciascuno di quegli elementi.

Non abbia aggiunto molto neanche riguardo la delicatissima questione dei sommersi e dei salvati (“sopravvissero solo i delinquenti e le puttane”, dice a un certo punto Gershom Scholem), e poi del ruolo avuto dal Judenrat, i capi ebraici, ovvero sia dell’eventuale loro responsabilità – o più esattamente corresponsabilità o addirittura complicità – nella Shoah, ed implicitamente riguardo la ancor più delicatissima questione relativa all’incredulità ebraica dinanzi all’esplosione dell’antisemitismo fino all’emanazione delle leggi speciali, all’essere per lo più inermi al momento dei rastrellamenti nei ghetti, passivi a quello delle deportazioni, rassegnati dinanzi alle selezioni per le camere a gas, e, in definitiva, al fatto se fu appunto Shoah, ovvero catastrofe, distruzione, sterminio e genocidio, o Olocausto, sacrificio (di un capro espiatorio o di se stessi?) e, per questa via, riguardo la questione relativa ad un qualcosa di connaturato, razziale, iscritto nel Dna o quanto meno affidato ad un Destino con la D maiuscola che finisce per esimere dalle responsabilità individuali. Ed ancora riguardo la questione relativa alle supposte caratteristiche comuni a gruppi appartenenti alla specie ed infine, e in definitiva, al fatto se la banalità del male fu solo quella di Eichmann, degli Eichmann, dei tedeschi, degli europei, o anche dei capi degli ebrei, oppure degli ebrei tedeschi, o europei, o, o, o…

Credo anche, come mi è stato fatto notare dopo la visione del film da chi appunto me l’aveva consigliata, che il film forse dia un po’ troppo per scontato che si sappia cos’è avvenuto, quali siano stati i fatti, e non aiuti chi non ne è edotto ad inquadrare quelle riflessioni a posteriori tenendo debitamente presente quanto vien prima.

Ma io qui vorrei tentare di portare lo sguardo altrove, perché il film si intitola Hannah Arendt, non, e pur esiste, Eichmann e nemmeno Hannah Arendt e il boia o Israele processa il nazismo o L’assurdità della storia. Si intitola Hannah Arendt e, come altri film della von Trotta, parla di una donna.

Qui, nella fattispecie, anche della moglie di Heinrich Blücher, dell’allieva di Martin Heidegger (ma non anche, come invece fu, di Karl Jaspers) e del legame affettivo che ella strinse con lui, legame a cui è dedicato un interessante articolo di Claudio Magris intitolato Hannah, vittima di un inganno d’amore. Ma anche della filosofa che non amava definirsi tale e sosteneva di occuparsi di teoria politica, anziché filosofia politica e la cui opera ci è indispensabile per comprendere cosa significhi totalitarismo e, di più, “ismo”.

Ecco, nel film l’imbarazzata infatuazione della giovane studiosa, così come la matura gratitudine e la concomitante distanza («Lui non è stato l’unico ad averci deluso», dice Hannah nel film) dall’autorevole e carismatico maestro – reo di aver aderito al partito nazista probabilmente con il solo scopo di garantirsi i prestigiosi avanzamenti accademici, in altre parole un’altra manifestazione, solo di sapore diverso, della banalità del male – emerge fortunatamente senza quella patina di ammiccante prurigine con cui spesso si descrive l’abbandono all’eros di una donna verso un uomo e tanto più verso un uomo potente, sempre e solo descritto come mercimonioso utilitarismo.

Nella prima scena del film in cui l’autore di Essere e tempo e degli Holzwege, i sentieri interrotti, compare con Hannah Arendt, il maestro dice all’allieva: «Lei mi sta dicendo che frequenta il mio corso per imparare a pensare. Come lei sa pensare è un compito solitario».

Lo prende in parola. Un compito solitario e da eseguire costi quello che costi, senza guardare in faccia nessuno, nemmeno il maestro o il popolo a cui si dice si appartenga, distanza che lei prende espressamente nella scena in cui è al capezzale dell’amico, dichiarando appunto che l’unica congrega a cui si sente legata è quella dell’amicizia.

Perciò, una volta imparato a pensare, avendo dolorosamente appreso che è un compito solitario, di più, ad aver digerito che, come dice Heidegger, «il nostro pensiero non ci porta alla conoscenza, come ad esempio avviene nelle scienze, la nostra mente non produce nessuna utile saggezza di vita, è impossibile che ciò accada. La nostra mente non risolve nessun mistero del mondo, la nostra mente non dona nell’immediatezza le forze necessarie per agire. Noi viviamo soltanto perché siamo vivi, e riusciamo a pensare soltanto perché siamo degli esseri pensanti» e ad aver smontato, aggiunge lei stessa, l’abitudine «a considerare ragione e passione come dei sentimenti opposti» fino al punto di essersi turbata profondamente all’idea «di un pensiero che sia puramente passionale, nel quale la nostra mente e l’essere vivi sono tutt’uno»; ecco, a quel punto, si accende una certa inquietudine ascoltando l’imputato Eichmann a cui la corte chiede se fosse in grado di pensare con la propria testa, e malgrado la sua risposta affermativa, non resta che ritenere impossibile si potesse riscontrare in lui «qualcosa di demoniaco, perché lui è incapace di pensare».

Qui vien da credere che Hannah Arendt sbagliasse, o quanto meno avesse una falla nella sua logica, perché occorre un qualche pensiero per eseguire un ordine, quanto meno il pensare che gli ordini vadano eseguiti. Ma che appunto il confronto con le contraddizioni – scaturite “anche” in una relazione amorosa fra un’ebrea deportata, rinchiusa e costretta a fuggire ed il faro dell’autonomia di giudizio, il fustigatore della metafisica e addirittura di Nietzsche, metafisico fustigatore della metafisica, piegatosi alle lusinghe del potere – e il riconoscimento delle diversità e dell’importanza dell’“altro” derivante dalle contraddizioni, le abbia consentito di guardare a quel processo e a tutto ciò che esso sottende non solo con totale libertà, spregiudicatezza e onestà intellettuale (risponde affermativamente al marito che le chiede se avrebbe scritto “Il processo Eichmann” anche se avesse saputo come andava a finire), ma anche con pietosa accettazione: «A volte ci sono delle cose – dice nel film Hannah – che sono più forti di un singolo essere umano», e questa a me sembra una lezione senza paragoni, di quelle che devono essere apprese, a qualunque costo e dicendo a se stessi che ne è valsa la pena, anche se è stata una pena infinita.

Hannah Arendt

«Non si disturbano i grandi filosofi mentre pensano», dice Heinrich Blücher a sua moglie che le chiede un bacio: «Ma io senza un bacio non riesco a pensare».

È in queste due frasi a mio giudizio, quella sul bacio e quella sulle cose più forti del singolo essere umano (e della sua volontà, del suo pensiero, della sua ragione) che risiede non tanto l’originalità della Arendt («Ai pensatori originali non serve la laurea», vien detto nel salotto newyorchese a proposito di Heidegger), ma dell’occhio con cui dovremmo oggi tentar di guardare al disastro del nostro passato, alla Shoah, la catastrofe, della nostra storia. E il valore specifico di questo film della von Trotta.

«La tradizione occidentale – spiega ai suoi allievi la filosofa nel film – risente di un grande pregiudizio e cioè che il male peggiore che l’umanità possa commettere sia determinato unicamente dai vizi dell’egoismo, ma nel nostro secolo abbiamo avuto la prova tangibile che il male è riuscito a radicarsi nel profondo delle nostre anime e oggi noi possiamo affermare che il male peggiore, chiamato anche “male radicale, non ha assolutamente più niente a che vedere con motivi così umanamente comprensibili e peccaminosi come l’egoismo, anzi io direi che ha a che vedere con il seguente fenomeno: e cioè convincere l’uomo di essere superfluo in questo mondo in quanto uomo. Tutto il sistema dei campi di concentramento era unicamente finalizzato a convincere tutti i prigionieri che erano uomini superflui prima di sterminarli con i gas. Nei campi di concentramento le persone dovevano imparare che una punizione non era necessariamente causata da una disubbidienza, che lo sfruttamento non doveva generare profitti per nessuno e soprattutto che il lavoro non ha bisogno di produrre alcun risultato. Il campo di prigionia è un luogo dove ogni azione e ogni impulso diventano per principio privi di senso. In altre parole un luogo dove viene create l’insensatezza. Riassumendo: se noi possiamo affermare che negli ultimi momenti del totalitarismo compare per la prima volta il male assoluto, assoluto perché ormai non è più riconducibile a motivazioni umane, noi possiamo dichiarare con certezza che senza dio esso, cioè senza il totalitarismo questa radicale natura del male noi non l’avremmo mai conosciuta».

Se noi ci interrogassimo sulla corrispondenza oggi fra punizioni e disubbidienze, vale a dire sulla causalità dei delitti e delle pene, dei doveri e dei diritti; se ci interrogassimo sul fatto che oggi i profitti non sono più generati solo dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo nient’affatto scomparso come qualcuno vorrebbe far credere, ma solo divenuto secondario, accessorio, rispetto alla modalità “finanziaria” e “virtuale” con cui si accumulano in misure sempre maggiori; se lo facessimo infine riguardo al tema del lavoro e del risultato che esso deve produrre, ovvero sia alla derubricazione o al ridimensionamento del coltivare un campo per averne delle messi, o dell’asfaltare una strada per poterla percorrere senza sfasciare gli ammortizzatori, in altre parole sulla trasformazione del lavoro da mezzo a merce; se dunque facessimo tutto ciò, ci renderemmo conto che il nazismo, o comunque la logica che architettò i lager, ha vinto, tant’è che nemmen Hiroshima, Bergen Belsen, ieri l’altro Sabra e Chatila o alle nostre porte il massacro in Siria, ci hanno schiodati da lì.

Io non so cosa voglia dire, cosa sia la profondità, l’essere radicale che Hannah Arendt attribuisce al Bene in questa lettera a Gershom Scholem riportata anche nel film: «è anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale».

Non so cosa sia la profondità del Bene e forse nemmeno il bene. Ma giorno per giorno cerco di tenere quanto più possibile le distanze dal male. E questo è molto banale.

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