Pubblicità acclarata

Nel mio mestiere si dovrebbe restar quanto più possibile distanti dalla pubblicità per non confondere un piano sacro con l’altro profano e tuttavia così vicini l’uno all’altro; per non confonderli ingenerando più del dubbio – un vero e proprio scetticismo se non sfiducia – in chi legge nei confronti di chi scrive, giocandosi così la possibilità di essere credibili e, pertanto, leggibili ancora.

Questo si dovrebbe nel mestier mio e credo di essermici scrupolosamente attenuto nel corso di una carriera ormai quasi agli epigoni, ma adesso, qui e ora, un’eccezione vorrei farla per promuovere l’acquisto di due libri che non ho nemmen letto e non saprei dire come siano, se valga davvero la pena di leggerli e meritino il prezzo che hanno impresso in controcopertina o nel risguardo, ma per il solo fatto dell’argomento che trattano di cui apprendo da un articoletto comparso sul Venerdì di Repubblica di ieri, a pagina 70, ovvero sia Il disturbo da accumulo di Claudia Perdighe e Francesco Martini pubblicato da Raffaello Cortina (editore al quale dovrei decidermi a mandare un mio manoscritto da troppo in attesa di pubblicazione) e, ma più marginalmente, Il magico potere del riordino di Marie Kondo, edito da Vallardi.

I due titoli vengono suggeriti come utili farmaci di sostegno – in quanto semplicemente portatori di conoscenza e, per suo tramite, ma solo potenzialmente, di consapevolezza – da impiegare nella cura di quella patologia ormai acclarata come tale che consiste nell’accumulare compulsivamente oggetti stipando con essi ogni angolo della casa fino a farsi sopraffare dalle cose che dilagano per ogni dove e ingombrano gli spazi vitali.

Disturbo psichico spesso preceduto dall’altra ossessione, quella dell’acquisto, ma qui manifestantesi nell’assemblamento, nella sovrapposizione, nell’ingombro di ogni interstizio, del quale temo esista una versione di natura genetica tramandabile di generazione in generazione e da essa sia stato affetto un ramo della mia famiglia, ancorché, in realtà, vi siano derivazioni che se ne sono discostate con il sereno distacco del gaudente, ed io stesso, nel fondo dell’animo, contagiato da quell’impeto e da quella sottomissione, sia sostanzialmente riuscito a disintossicarmi, tenermi alla larga, preferire il transeunte all’immanente e il memorabile al souvenir.

Sì, insomma, qui voglio limitarmi alla segnalazione a mo’ di promemoria dell’esistenza di due elaborati concettuali, non solo degli oggetti che li incarnano e come tali meriterebbero d’essere conservati, ovvero sia degli studi e delle riflessioni condotte da Claudia Perdighe, Francesco Martini e Marie Kondo e delle questioni che intorno a questo tema si possono aprire, molte delle quali contenute in un libro di Remo Bodei del quale devo aver già scritto in questo blog.

Chiedersi se gli oggetti suscitino gioia o meno, come vien suggerito nell’articolo che cito, e in base alla risposta decidere se sbarazzarsene o meno, ma rendendo loro omaggio e ringraziandoli per quanto ci hanno dato e per i significati di cui li abbiamo arricchiti: ecco il distacco passa anche da qui e il distacco anticipa la saggezza ed insieme ad essa ci fa essere completamente quello che siamo e finora non siamo riusciti ad esprimere, senz’altro non più cose.

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One Response to “Pubblicità acclarata”

  1. Matteo scrive:

    Patologia del nostro tempo, l’accumulo compulsivo. Le cose non sono più mezzi per gli scopi umani, ma è l’uomo a diventare il mezzo per l’acquisto, per lo scambio delle merci. Marx aveva capito che nel capitalismo la merce non è la cosa; quest’ultima è solo il sostrato materiale.
    La cosa viene privata della sua funzione antropica, l’uso, per essere consegnata alle esigenze dello scambio e del mercato. La cosa non è più fatta per essere usata, ma per permetterne l’acquisto. L’accumulatore compulsivo interiorizza la fase dello scambio, ma non quella della SOSTITUZIONE degli oggetti. Pur avendo le cose, per lui, perso qualsiasi valore d’uso (gli economisti classici molto più saggiamente di certi contemporanei distinguevano tra valore d’uso e valore di scambio) – e anzi essendo diventate un impedimento all’uso – non riesce a disfarsene perché vi trasferisce un valore affettivo morboso. Non riuscendo a trovare l’affettività in una relazione teleologica con le cose (attraverso il quale si instaurano anche relazioni umane) lo fa caricando di emotività le cose che ha intorno (che forse non sono nemmeno più “cose”, avendo perso la loro funzione teleologica). Ad un certo grado questa “malattia” è comune a tutti. E’ per questo che spesso non si riesce a disfarsi di qualcosa dicendo che ha “un valore affettivo”. L’accumulatore ovviamente porta questa percezione malsana al massimo grado. Subordinando l’uso allo scambio, il capitalismo avanzato ci rende tutti potenziali accumulatori compulsivi, perché separa la cosa dal bisogno per renderla una mera appendice dello scambio.

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