Il rischio delle deroghe

Il carro merci esposto in piazza San Carlo a Torino in occasione della mostra su Primo Levi

Sono pericolose le deroghe perché quando eccezionalmente se ne ammette una, si ha l’alibi e la giustificazione per consentire anche la seconda, poi la terza e così via, e insomma per passare appunto dall’eccezionalità alla norma, all’ordinario, al consueto e considerare questi come banali, in definitiva poco gravi, veniali anziché capitali qualora siano peccati, cioè peccatucci tutt’al più.

Tant’è che lo “strappo” autoconcessomi nel post precedente, Pubblicità acclarata, quello di consentirmi la pubblicità di due libri senza averli letti, ma per il solo fatto di essere in libreria e di trattare un argomento che mi pare possa essere interessante, sta inesorabilmente spingendomi ad una coazione, in psichiatria, secondo il dizionario Treccani quel «fenomeno morboso caratterizzato dall’insorgenza di un pensiero o di un impulso ad agire, da cui il soggetto non riesce o fatica a liberarsi, pur giudicandoli futili o inconsistenti», disturbo precisato dalla psicanalisi aggiungendovi la specificazione «a ripetere», ovvero sia la «tendenza a ripristinare esperienze passate vissute dall’individuo come particolarmente gratificanti».

Da tal patologia evidentemente affetto pubblicizzo qui nuovamente un libro a scatola chiusa, avendo scorto la segnalazione che di esso vien fatta su la Repubblica di oggi a pagina 49 da Susanna Nierenstein. Il libro edito da Feltrinelli si intitola I carnefici italiani e lo ha scritto –relata refero – Simon Levis Sullam, e dà conto di quanti nel nostro belpaese di bonari innocui allegroni ed in definitiva assolvibili al cospetto delle incorruttibili e scrupolose iene teutoniche, fra il 1943 e il 1945 fecero di più che chiudere un occhio e pure l’altro, o voltarsi dall’altra parte per non vedere o far finta di non vedere o poter poi dire di non aver veduto, ossia, in altre parole, furono implicati, coinvolti, fiancheggiarono e addirittura cooperarono alle deportazioni e al cammino che condusse allo sterminio.

Riferisce insomma il libro dello storico che insegna a Venezia stando all’articolo della Nirenstein – relata refero, repetita iuvant –, degli oltre 6.000 italiani che «non obbedirono solo agli ordini tedeschi, ma dichiararono gli ebrei “stranieri” e “nemici”, li identificarono su base razziale, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li depredarono dei beni, li rinchiusero in campi di concentramento, li consegnarono al III Reich rendendosi colpevoli di genocidio, se, come si intende e come ha detto Raul Hilberg, furono responsabili tutti i gangli della macchina della morte e non solo gli esecutori finali».

Degli oltre 6.000 italiani che furono responsabili dello sterminio in lager di altrettanti italiani credenti in un dio chiamato Yahweh oppure (o anche) discendenti, a rigor d’ortodossia per via matrilineare, dai patriarchi biblici Abramo, Isacco e Giacobbe, vissuti a Canaan molto tempo prima di Cristo.

Pubblicizzo il libro al buio, senz’aggiunta di valutazioni critiche, in maniera si potrebbe dire dogmatica, non per individuare, eppure ne sarei tentato, con nome e cognome chi fu coinvolto e non può dirsi assolto – strada sulla quale, mi rendo conto, si correrebbe il rischio di stigmatizzare la genia, la stirpe, il clan degli ignavi, dei perfidi, degli abietti, cadendo nel tranello della trasposizione ai figli di quanto si ritiene fu fatto dai padri e del potere esorbitante d’un patronimico – ma per aiutare chi oggi tremula, non osa, o peggio si rode in cuore, ed avvampa in direzione della violenza, per i diversi che stanno intorno a lui, modificando magari l’etnia, la provenienza geografica o l’appartenenza a una fede, provando verso di essi odio, disprezzo e senso di superiorità o, di contro, soggezione, invidia e gelosia; per aiutarlo a riconoscere i sintomi della propria malattia, le avvisaglie del proprio delirio, i prodromi del cedimento e la banalità di questo male – un raffreddoruccio stagionale con qualche starnuto solo e appena appena del mal di testa, pronto a mandare in tilt il ritmo cardiaco, l’ossigenazione del sangue, l’alternanza stessa di ispirazioni ed espirazioni – di cui qualche nostro parente stretto, o forse il vicino di casa, furono capaci quando per sigillare – anche la porta d’un carro bestiame – ci si serviva del piombo, ed era ieri l’altro.

È successo, può accadere, ammoniva Primo Levi invitando a tener aperti gli occhi. Anche in quel caso fu una deroga.

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One Response to “Il rischio delle deroghe”

  1. Matteo scrive:

    Purtroppo c’è una sciocca vulgata che induce a credere che i crimini italiani siano stati un po’ meno gravi di quelli degli altri o addirittura riducibili più a tragici errori e connivenze che a brutalità vere e proprie; in fondo i fascisti non volevano le leggi razziali, in fondo Mussolini ci fu tirato dentro per i capelli e altre variazioni sul tema “italiani brava gente” come il titolo del film di Giuseppe De Santis (che in verità aveva tutt’altra intenzione che assolvere gli italiani). In realtà l’Italia fascista ebbe parte attivissima nella persecuzione non solo degli ebrei, ma anche degli zingari, degli oppositori politici, degli omosessuali e degli slavi. Questi’ultimi furono perseguitati anche prima del fascismo in nome dell’irredentismo patriottico in un’operazione di pulizia etnica che raggiunse il suo culmine in epoca mussoliniana. E ancora: la conquista dell’Etiopia e della Libia alimentata anch’essa da un razzismo di stato. Nessuna cultura, nessuna popolazione è immune, nessuna è naturalmente buona e nei libri di storia non esiste mai la parola fine.
    Per quanto riguarda la “deroga”, l’”eccezionalità” o lo “stato d’eccezione” (secondo la formula usata da Carl Schmitt) è una caratteristica che spesso ricorre nella storia. A volte è un bene (la rivoluzione francese fu proprio la sospensione di uno “stato di diritto” divenuto insostenibile per la plebe) a volte un male (il fascismo, le persecuzioni razziali appunto ecc.). Ma capire la differenza tra bene e male non è sempre così facile come può apparire. Almeno non lo è per molti uomini. E’ probabile che molti di coloro che votarono il partito nazionalsocialista fossero in perfetta buona fede. “La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni” recita un vecchio adagio popolare.

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