Come sdebitarsi

Donatella Di Cesare

Trovo molto, molto educativo l’articolo di Donatella Di Cesare pubblicato domenica scorsa sul supplemento La lettura del Corriere della Sera che, come ben sanno i miei lettori, è una delle fonti più ricche che io conosca di idee e spunti meritevoli di rifletterci sopra.

Intitolato L’ossessione fatale deprecata da Marx: misurare in denaro anche la morale con un catenaccio che spiega L’economia invade l’etica e ci fa sentire perennemente in colpa, l’articolo di Donatella Di Cesare, rubricato alla voce “Filosofia”, faceva da pendant ad altri due scritti che, prendendo spunto dalle vicende greche ed europee, sono dedicati al Debito perpetuo: uno di Adriano Favole rubricato come “Antropologia” dal titolo In principio non fu il baratto ma il credito. E il giubileo finanziario per evitare la schiavitù. Le ricerche smentiscono Adam Smith e la visione individualista della società, e l’altro, rubricato “Storia”, di Sergio Romano, intitolato Sella, Luzzatti & C. Il Dna dell’Italia che risana i conti si è quasi perduto. Era un affare privato dei re ma tutto cambiò con lo Stato moderno.

L’allieva di Hans-Georg Gadamer che insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, ci invita a riflettere sul fatto che il «debito» viene dal latino debere e altro non è che «il dovuto», vale a dire quanto si è avuto dagli altri e attende di essere restituito. «In questo verbo – scrive – si compendia non solo l’obbligo morale, ma anche il riconoscimento del vincolo che pervade ogni esistenza».

Si è cioè debitori fintanto che sussistono le condizioni della restituzione, fintanto che vige la costrizione a ridare indietro ed il riconoscimento che tale spettanza è pertinente, onorabile e, per certi versi, condivisa.

Un prestito non restituito o una merce non pagata o una prestazione svolta senza adeguato corrispettivo o ancora, infine, un consumo superiore alla produzione di beni consumabili, vale a dire lo sbilancio fra entrate e uscite, il non pareggio nella nota di cassa a favore del meno, sono appunto quanto complessivamente possiamo definire il debito.

Al concetto di debito è a mio avviso intimamente legato quello di riconoscenza, non solo perché un debito va come tale riconosciuto, implicando una convenzione tra le parti, forse un contratto, ma perché spesso si è debitori in quanto riconoscenti e, credo, si possa smettere di esserlo, appunto essendo riconoscenti, grati, capaci di ammettere quanto sia stato preso, tolto, acquisito, ereditato.

Se dunque è saggia cosa tentar di non dover avere pregressi da rendere, come nel mio piccolo mi sono imposto dall’età della ragione, parimenti lo è la capacità di ricambiare, come suol dirsi lo sdebitarsi, ma anche di più, perseguire l’equità e potendo aggiungerci un tanto di generosa bonomia, e per questa via ripristinare quanto è stato consumato, cioè reintegrare. E qui la riconoscenza a tutto quanto ci ha preceduto, al biologico antecedente la nostra volontà, ed anche al patrimonio trasmesso o alle opportunità messe a disposizione, è d’obbligo, direi dovuto, debitorio.

Chiedendosi cosa, a cominciar dalla vita stessa, non si debba agli altri, Donatella Di Cesare afferma convinta che si debba «ammettere gli innumerevoli debiti, esistenziali, morali, intellettuali, che ci legano ai genitori, ai maestri, ai fratelli, agli amici — a coloro che ci hanno preceduto, a coloro che ci seguiranno», e questo malgrado «ogni fantasia parricida, ogni chimerica velleità di ergerci sovranamente a creatori di noi stessi».

Non a caso, aggiungo io, sta scritto di rimettere a noi i nostri debiti e noi di impegnarci a rimetterli ai nostri debitori.

«Ma il debito – chiede Donatella Di Cesare – è un peccato? E l’economia non sconfina allora nella morale, o addirittura nella teologia?»

La sua risposta va oltre l’ovvia affermazione “dovuta” o, se si preferisce, al debito di sì. Dice infatti che «la morale altro non è che “ripagare i propri debiti”, restituire il dovuto».

Non sono sicuro abbia ragione, ma certo nella scelta che ogni istante si compie, si è costretti a compiere, optando ora per il bene ed ora per il male, per il meglio o per il peggio, per il “dovuto” e il “voluto”, qualcosa di quella restituzione, di quel ripagare indubbiamente c’è.

Quanto alla teologia, chi ci crede è legittimato a credere che Dio sia «il Grande Creditore». Ma bisogna ricordare anche che nella Bibbia debito è una cosa e obbligo rigorosamente un’altra, ed ogni sette anni è prevista la cancellazione dei debiti.

Nel chiedere se il debito sia un peccato Donatella Di Cesare pone un’altra basilare questione: come possiamo conciliare i due ordini interiori contrastanti fra loro e i relativi messaggi opposti, da un lato l’invito al consumo sfrenato e addirittura compulsivo nel paradiso delle merci e, dall’altro, quello all’economia del debito, al “pagherò”, al taumaturgico intervento di Mastercard con cui solo possiamo vivere al di sopra dei propri mezzi? In quale delle due sfere ci si deve sentire in colpa? Come ricomporre l’inevitabile schizofrenia simile a quella indicata da Bateson & C. nel “dopplegangler”? E come prendere atto che «il rapporto con gli altri è definito dal debito»?

Si è bravi cittadini ritraendosi dalle spese pazze e praticando moderazione e addirittura astinenza o lo si è incrementando i consumi e la ruota dell’economia?

Resto abbastanza convinto che sia solo una rinnovata riproposizione delle fandonie con cui l’umanità per secoli è stata soggiogata al delirio della colpa, dell’intoccabilità del corpo e della repressione delle emozioni quella che si tenta di spacciare mettendo in relazione la quantità di posti di lavoro disponibili – e connesso ad essa il potenziale riscatto del proletario reietto – con l’usa e getta, mastica e sputa, sii alla moda, appari, sembra, fatti vedere, consuma, spreca e fottitene. Ma che si creda a una o all’altra versione, i conti con il debito, con un qualche debito, vanno fatti, e di riffa o di raffa, in debito si è.

È una bella confusione quella innestata dal doppio significato della parola “Schuld”, che in tedesco indica tanto il debito quanto la colpa, ed ancor più lo è quella tra colpa morale e debito materiale. Argomento su cui, secondo la Di Cesare, si sofferma Nietzsche rinvenendo la deriva presa dall’etica tedesca, Kant compreso.

Per aiutarci a smascherare la vera natura del nesso tra colpa e debito, la filosofa afferma: «Avere un debito di denaro non significa essere in colpa. Perché la colpa dovrebbe investire — come avveniva già nel Medioevo — anche il creditore che, prestando denaro, vende l’attesa, cioè il tempo, un bene che non gli appartiene».

E aggiunge: «Nonostante il loro confluire, occorre tenere ben distinte morale e economia: l’obbligo, l’impegno verso l’altro, non è il debito in senso stretto. La differenza è il denaro. Il debito può essere misurato con precisione, proprio perché deve essere ripagabile. Che cosa c’è di peggio che prendere gli impegni morali per debiti?»

È qui che la nostra cita Marx: «Si pensi a tutta l’infamia che c’è nello stimare un uomo in denaro». Per il filosofo di Treviri «Il credito è il giudizio economico sulla moralità di un uomo».

C’è poi la questione che la filosofa romana introduce solo parzialmente, quella cioè della relazione tra debito e libertà, ovvero tra quest’ultima e la costrizione a rendere: «Si può parlare di “libertà” – chiede Di Cesare – per il debitore costretto a uno stile di vita confacente al rimborso?»

Sono della scuola che molti obblighi, costrizioni, vincoli, sottomissioni, norme e doveri siano indispensabili, necessari e ineludibili, per potersi dire, sentire ed essere liberi; non mi scandalizzerò quindi se anche dei debiti incombono sull’uomo privo di catene, padrone della propria mente, delle proprie idee, delle proprie azioni, del proprio destino.

Ma vista con l’occhio di oggi, quello dell’indebitamento attuale, quello permanente, finanziario, degli Stati, dei quadranti del mondo, delle generazioni, dell’1% rispetto al 99%, il vincolo e la sottomissione appaiono indissolubili, indebitabili, irrestituibili, ed il proprio destino nuovamente, come secoli fa, un fato baro e spietato al quale è d’obbligo nuovamente sottrarsi: e questo è un debito, quanto meno verso se stessi.

L’ultima cosa: nota giustamente la filosofa: «Se tutti sono debitori, che ne è del credito, della credibilità, non si volge, cioè, la fiducia in una diffidenza che mina ogni rapporto?»

Aggiunge: «Da quando è stata introdotta, la carta di credito ha inserito chi la possiede nell’ingranaggio del debito, facendo del possessore un debitore. Così ha diffuso il debito, spingendo molti a spendere ben più di quanto guadagnino».

Onorare i proprio debiti ora è proprio ristabilire il parametro della credibilità, parlar di cifre che siano equiparate a quelle che stanno nelle tasche degli individui, quelli veri, siano con o senza un lavoro, capaci di sfornare pagnotte o utilitarie o telefonini, non più titoli e chimere.

Insomma, dinanzi al debito, dubito. Non farebbe male nemmeno a voi.

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One Response to “Come sdebitarsi”

  1. Matteo scrive:

    «Avere un debito di denaro non significa essere in colpa. Perché la colpa dovrebbe investire — come avveniva già nel Medioevo — anche il creditore che, prestando denaro, vende l’attesa, cioè il tempo, un bene che non gli appartiene».
    Purtroppo oggi ciò viene ignorato. Il banchiere, il creditore, è un parassita sociale. E in ciò non c’è nessun giudizio morale ma è un semplice dato di fatto. Il prestatore di denaro (le banche creano denaro dal nulla, questo è un fatto scientifico inconfutabile) si appropria di una parte del valore, del prodotto e del lavoro che viene sottratto alla società. Le banche, bisogna capire, non producono un bel niente, ma tolgono, sottraggono, trasferiscono a sé ricchezza senza produrla. E poi si arrogano il titolo di creditori. Solo questo dovrebbe chiudere la bocca a certi moralisti economici che accusano la Grecia di essere causa del proprio male. I veri debitori sono in effetti i creditori. Il loro è un debito nei confronti dei popoli e della società.

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