L’odio e le sue parole

Ne I sommersi e i salvati (p. 1066 del volume 2 delle Opere edite da Einaudi), Primo Levi nota che «là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio». Le due cose vanno di pari passo ed è assai difficile dire quale venga prima, se si storpino innanzi le parole o le si maltrattino dopo aver torturato ed infierito sui corpi, o minato solidità ed equilibrio mentale dell’individuo.

Primo Levi

A quella frase dello scrittore che ho più amato in vita mia – impressa nella mente, come fosse solco sulla pietra, da quando l’ho letta per la prima volta – il pensiero è tornato martedì scorso, il 10 marzo, dopo aver appreso, dalla corrispondenza di Anais Ginori su Repubblica (affiancata da un’intervista di Enrico Franceschini a Timothy Garton Ash sulla censura), dell’esistenza a Parigi della Diciassettesima camera, sezione del Tribunale francese a cui è affidato il compito di preservare, ma anche all’occorrenza di aggiornare rendendolo compatibile con i tempi che corrono, il senso di fondo, l’essenza per così dire, di un’altra celebre frase che una volta appresa è quasi impossibile staccarsi di dosso, quella comunemente attribuita a Voltaire – benché in un articolo su linkiesta Alfio Squillaci neghi sia mai stata detta dall’autore del Candido – la quale dice «Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente», o meno prosaicamente «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire».

La Diciassettesima camera è infatti l’organo giuridico a cui, dal 1881, il paese che vanta l’aver coniato i concetti basilari a cui sulla carta diciamo di non esser disposti a rinunciare – libertà, fraternità ed eguaglianza, e connessi ad essi tolleranza – affida la valutazione di fin dove possa spingersi il diritto di pensare, esprimere la propria opinione, avere delle credenze o se tutto questo, invece, contrasti con altri diritti, ed entri con essi in conflitto, ovvero sia quale sia il limite dell’una o dell’altra parte, di quanto si può cioè dire e di cosa invece sia da tacere, e addirittura se sia lecito che vi sia un’autorità preposta o legittimata, magari la stessa Diciassettesima camera, a fissare un tal confine, ed in definitiva se abbia senso e ragion d’essere una regolamentazione di quanto la testa è in grado di partorire e le corde vocali o il ticchettio su una tastiera riescono a far prendere la forma di un messaggio comunicabile ad altri, concordi o contrari che siano.

Poche cose sono per me così biasimevoli e disgustose quanto il razzismo, che tuttavia ha la sua ignobile e stupida ragion d’essere in una semplicità che rasenta l’ovvio ed il naturale, e proprio perciò va combattuto con la tenacia di chi ha fatto una scelta e non intende rinunciarvi avendo compreso l’entità del danno procurabile con l’abbandonarsi al pregiudizio e all’odio, incomparabile anche dinanzi al sopruso più bestiale causato da un individuo o da un gruppo di altri natali e fattezze fisiognomiche.

Malgrado ciò dubito lo si possa eradicare “per legge”, ancor meno con la carta bollata, e ci si possa, invece, affidare solo all’educazione e allo stimolo persuasivo della coscienza, ottenibile implementando la conoscenza.

Ma qui volevo solo soffermarmi su quello che, prendendo in prestito un’espressione anglosassone, vien detto l’“hate speech”, in ambito giuridico – traduco approssimativamente dall’omonima voce sull’edizione britannica di Wikipedia – ogni genere di linguaggio – parlato, scritto, anche solo gesticolato – volto ad incitare alla violenza o ad azioni pregiudizievoli contro individui o gruppi in virtù delle loro caratteristiche: i “discorsi dell’odio”, come li chiama nel titolo Repubblica riferendosi in particolar modo alle espressioni antisemite e islamofobe, aumentate rispettivamente del 50 e del 70% nell’ultimo anno in Francia a detta appunto della Diciassettesima camera.

Vivo in una città dove in pieno medioevo prese piede un’antica associazione di volontariato sociale e sanitario ancora in funzione oggi, in origine ispirata alla misericordia ed alla gratuità del gesto solidale, i cui accoliti si prestavano a far da infermieri e monatti indossando tuniche a testimonianza di un’esibita indigenza e distanza dai richiami dei beni terreni, nonché spaventosi cappucci che ne garantissero l’anonimato acciocché fossero impossibili gratitudine e riconoscenza, dediti a questa generosità estrema anche verso l’appestato o il lebbroso per espiar colpe e scontare peccati, in vetta ai quali mi hanno insegnato fosse la blasfemia, pratica assai diffusa nel coloratissimo dialetto fiorentino a cui poi con qualche correttivo fu dato il nome di lingua italiana purché si andasse a sciacquar i panni in Arno.

Vivo in una città dove lo sconsolato soliloquio di Mario Cioni, testé reso edotto d’esser divenuto orfano essendogli morta la mamma, vien intimamente compreso, rende partecipi e fa sbellicare dalle risa chi entri un cinema a vedere il Berlinguer ti voglio bene di Roberto Benigni – al quale s’aggiunge il Tvb di tutti noi – a differenza di quanto avviene in un’altra città.

Un salmodiare irriverente e scollacciato che al fiorentino consente di cogliere il senso della sequela di epiteti con cui duettano i protagonisti della Gatta cenerentola di Roberto De Simone e della Nuova compagnia di canto popolare a base di vajassa, lumaggiorno, samenta, lota, ‘nguacchiato, zompa scavalca perete e muntagne, bucchinara, ed altri improperi.

Parlar male che a una generazione di Guglielmo Tell o Robin Hood o Davide contro Golia, votati a infangar la divinità per affermare l’assenza di soggezione e soggiogamento, a star dalla parte degli ultimi come sarebbe dovuta esser la mia, suonava tanto naturale e pertinente, in quanto proprietà dello scaricatore di porto e delle classi meno abbienti, da far fatica ancor oggi a non infarcire le frasi di cazzo al pari di quanto negli U Es Ei lo si fa con il fucking.

Quelle cafonaggini da osteria non hanno però alcun odio racchiuso in sé, ed è questo quello che guasta, non l’irrisione o il sarcasmo che se detti con una strizzatina d’occhi dubito possano far male, al più indispettiscono.

Ma la corruzione del linguaggio, la sua svendita al banco del meretricio, non è progredita con qualche culo di troppo – che forse sì ha aiutato, ma solo perché era maggiormente a portata di mano, il che si dice mano morta –, bensì con un disprezzo dall’altrui a favore solo del proprio, quell’atmosfera da riunione di condominio dove al dirimpettaio si deve far pagare l’aver steso le mutande sul terrazzo o acceso l’aspirapolvere alla domenica mattina.

Quell’atrofia del vocabolario avviene da quando non c’è più una classe contro un’altra nel tentativo di pareggiar la situazione, ma un mestiere contro una professione, un caseggiato contro un’etnia, un club contro una tribù e queste contro un clan senza ammettersi l’un l’altro che è la stessa cosa.

L’odio ha diritto di sfogarsi, al pari dell’amore come ebbe a ricordarci prima di Cristo tal Catullo ed anche Anacreonte. Ha diritto di sfogarsi come ci hanno insegnato Nietzsche che paventava i danni prodotti dalla compressione degli istinti, Freud che studiava lo star male dentro e Konrad Lorenz, acuto osservatore del comportamento animale.

Ma se non sappiamo indirizzarlo si giunge solo alla babele che è la confusione del linguaggio, destinata a spazzar via anche parole semplici come “noi” e lo stesso “io”. Prima di mandarlo, ci insegnava Primo Levi, in un forno crematorio.

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