Il mestiere più antico del mondo

Scritta su un muro di via dei Servi (Foto di Maurizio Marinelli)

Sara Fioretto mi ha invitato questa sera alla presentazione del libro di Cristiano Tassinari, Volevo solo fare il giornalista. L’appuntamento è alle 18 alla libreria dei Servi in via dei Servi. Ferrarese, 39enne, come mia zia Anna, trapiantato a Torino che è diventata una bellissima città, Cristiano, a giudizio della scheda editoriale del suo volume pubblicato da Limina edizioni, racconta l’odissea di migliaia di giovani che in Italia spendono «gli anni migliori della loro vita a inseguire un sogno: quello di “fare il giornalista”. Un continuo faticoso dribbling tra raccomandazioni, amici degli amici, e richieste di prestazioni “fuori orario”…».

«Il sogno nel cassetto di Cristiano – si legge ancora nella scheda – è sempre stato quello di “fare il giornalista”: sfondare a livello nazionale, girare il mondo con la macchina da scrivere e con il microfono in mano, partecipare a Mondiali di Calcio, Olimpiadi e G8, scrivere articoli bellissimi e realizzare interviste a personaggi importanti, magari vincere il Premio Pulitzer, lasciare una traccia nel mondo dell’informazione. E invece… fin dai suoi esordi, comincia una lunga, estenuante, interminabile via crucis, fatta di precariato, di co.co.co., di contratti a tempo determinato, di colleghi serpenti, di direttori incapaci e di editori improvvisati».
E ancora: «Dagli inizi in una tv sghangherata, fino all’approdo nella grande città, Torino, passando per le esperienze più disparate e più disperate, per i luoghi più improbabili d’Italia, per mille promesse non mantenute e per mille speranze andate deluse, tra occasioni perse e grotteschi colloqui di lavoro, sempre all’inseguimento del Grande Sogno: sfondare, diventare un giornalista vero.
In un intreccio di nomi noti della tv e anonimi personaggi del “sottobosco”, nel libro vengono fuori più di 20 anni di storia italiana, televisiva, e non solo. Feroce grido d’accusa contro il mondo dell’informazione “ufficiale” in Italia asservito al potere politico e popolato di personaggi sempre al confine tra bene e male: splendide persone ed emerite canaglie (molte di più le canaglie…).
In Italia ci sono 90 mila giornalisti iscritti all’Ordine professionale: sono tutti potenziali acquirenti di questo libro. Perché parla anche di loro».
Non preannuncio cosa eventualmente dirò questa sera, chi vuole venga a sentire, ma narro rapidamente di ieri sera in un pub, dove ho incontrato una giovane signora che ha studiato e s’è presa la briga di prender giovani e vecchi distrutti dalla malattia mentale – ah sacra follia! – e riabilitarli al linguaggio, alla conversazione, all’uso della ragione, al raziocinio, al verbo, al limite a un coccolo.
La signora, oltre a fornirmi preziose informazioni sulle opportunità pubbliche di supporto all’incipiente demenza senile, mi ha chiesto cosa direi, vecchia lenza, a una laureata in filosofia che s’è ficcata in testa di far la giornalista. Ovviamente la dissuaderei, con amarezza e melanconia, dopo aver parlato crudamente qualche minuto ieri con il mio amico Piero, perché sfortunatamente quello che a mio giudizio era il mestiere più bello del mondo, del quale ci si poteva innamorare fino a far inappropriatamente ingelosire una moglie, s’è trasformato in un mercato di dimenticanze e distrazioni, dove per inciso ci si accorge di quel che succede e la voglia di capire e sapere e raccontare si riduce al ricevimento di un’e-mail intestata “comunicato stampa”. Mi son dimenticato di dire alla signora dell’appuntamento di stasera.

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