Noi orfani

Tendo a rifuggire dal far parte di gruppi, dall’associarmi, dal consentire che il mio nome sia inserito in una lista di aderenti, membri, affiliati. È un intendimento antico ed in massima parte rispettato, salvo poche significative eccezioni, concomitante, credo, con la dissoluzione del Partito comunista italiano, se non addirittura ai malumori che hanno contribuito a spingere verso quel dissolvimento, e concomitante con la mia partecipazione al processo di pubblicazione su l’Unità delle liste della massoneria toscana all’epoca dello scandalo P2 e con le riflessioni indotte da quanto in quell’occasione si sentì perseguitato.

Non ho difficoltà ad ammettere che tale atteggiamento sia dettato dal timore di poter essere associato a persone con cui non si vorrebbe aver (o aver avuto) niente a che fare, di essere confusi con esse, diciamo dell’effetto “far di tutta l’erba un mazzo” e, per questa strada, di sentirsi corresponsabili dei Gulag perché si sarebbe voluto una miglior distribuzione del reddito ed un minor sfruttamento delle classi inferiori, anzi, l’abolizione delle classi, o di trovarsi nelle condizioni di una inattesa difesa d’ufficio solo perché un foglietto testimonierebbe contiguità che non esistono.

Ad ogni modo, anche laddove la faccenda è più scherzosa e poco impegnativa, come potrebbe essere nel caso di Facebook che pullula di conventicole, ammucchiate, tribù, recalcitro, per quanto possibile faccio il restio, evito.

Faccio dunque parte, su Facebook, di 20 gruppi e contarli è stata l’occasione buona per eliminare la mia adesione ad altri 4, avvenuta per misteriosi automatismi di Fb dai quali prendo le distanze, nel contempo declinando ogni e qualsiasi responsabilità personale per l’accostamento a chi di quelle enclavi fa parte. Venti gruppi che sono: “Of…” (Gruppo chiuso e segreto che voglio mantenere tale non disperando che un giorno possa diventare realtà), “Solidarietà a Paola Ciccioli” (vittima del Berlusca), “Error day”, “SocraEpicureiPlatonico”, “Zakhor: mai più !” (L’ho inventato insieme ad Alessandro Paris), “Compro e vendo libri usati di tutti i generi”, “Teatro Aldo Fabrizi” e “Giorgio Manganelli” (ad entrambi portato dal mio scudiero, Daniela Mugelli), “Italo Calvino”, “Donne che si sono stese sui libri e non sui letti dei potenti”, “Trasferirsi in Alto Adige” (uno di quelli a cui tengo di più), “Blog Liberovici”, “Giornalisti”, “La voce dei giornalisti”, “Concorsi & Opportunità per chi ama scrivere”, “Sono stato iscritto al Pci”, “Siamo stati della F.G.C.I. a Torino e provincia dal 1977 al 1987” (non è vero), “Movimento Studentesco Fiorentino” (di cui sarei anche amministratore), “Lavoravamo all’Unità”.

Ed è di quest’ultimo che vorrei parlare, nato per iniziativa di Vincenzo Vasile, Fabrizio Rondolino e Vittorio Ragone al quale hanno aderito un numero veramente alto di persone che nel giornale fondato da Antonio Gramsci per un po’ o per tanto hanno davvero lavorato (ma qualcuno ha anche ammesso di aver cercato di farlo il meno possibile).

All’inizio speravo che i partecipanti principalmente portassero memorie, ricordi, aneddoti in modo da poter assemblare una storia non scritta che c’è e meriterebbe di essere raccontata, meno nobile ed enfatica di quelle in circolazione e tuttavia non meno meritevole ed interessante, tralasciando il cazzeggio cameratesco, pur comprensibile soprattutto fra quanti hanno evidentemente condiviso la stessa stanza per molto tempo con gag e battute inevitabili fra colleghi.

Poi ho notato che hanno cominciato a venir fuori, e sospetto solo in minima parte, gli asti, i rancori, le appartenenze alle tribù, gli schieramenti in bande, le “divisioni dentro l’unità”, in parte, ho motivo di crederlo, quelle che hanno contribuito negli anni a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta, a paralizzare e a far decadere il giornale. Del resto ci sono state – ed altre purtroppo se ne sono aggiunte dopo – e sarebbe idiota pensare di cancellarle con un colpo di spugna o solo perché c’è stata una rimpatriata fra reduci.

In concomitanza ha ripreso le pubblicazioni la testata per la quale tutti noi avevamo lavorato e i commenti su com’è risorto, su chi è salito sul carro e chi è rimasto a terra, su come viene fatto il giornale, si sono sprecati.

Ho la netta sensazione che in molti di quei commenti, non solo in quelli di chi è rimasto senza lavoro come me nel 2000 o nel 2010, ma anche di chi magari è addirittura già pensionato, ci sia una sorta di invidia, che primariamente attribuisco a me medesimo, per chi ancora è della partita e se questo da una parte rivela un sentimento non proprio nobile, dall’altro, forse, evidenzia che è stato un sentimento molto forte, una sorta di innamoramento, di dedizione, di abbandono totale, quello che ha legato molti di noi a quell’esperienza, con tutto l’orgoglio che abbiamo provato nel viverla. E questo non è ignobile.

P.S. Nel gruppo Facebook dei redivivi, Rondolino chiosa il mio post Nomen omen accusandomi di essere invidioso e rancoroso. Lui scrive rosicone in dialetto, il romanesco, che non conosco. Rancoroso sono, è vero. Ce l’ho con chi ha fatto a pezzi quell’esperienza, con chi in anni lontani ha smantellato il giornale fondato da Gramsci e ci ha messo per strada, salvando qualcuno in nobili testate, sommergendo altri in espedienti per sopravvivere. Invidioso non credo, se non nell’accezione che ho spiegato prima, più una nostalgia direi, certamente non di chi ha fatto il consulente del Grande Fratello o della Santanché, anche se il mio conto in banca ora è in rosso.

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