Delle parole

Sono troppo elastiche. Le spostiamo in qua e in là a nostro piacimento con eccessiva disinvoltura, incuranti del danno che ogni volta rischiamo di produrre non solo intorno a noi e nella stretta cerchia delle relazioni più prossime, ma anche potenzialmente su scala planetaria, essendo il linguaggio governato da leggi se non identiche assai simili, al di là delle profonde differenze riscontrabili al suo interno anche solo a pochi chilometri di distanza.

Delle parole stiamo ragionando, sono esse troppo elastiche, spostabili a discrezione con pochi scrupoli.

Quante volte si legge che per amore si è ucciso e cioè che un così nobile, generoso, altruista, protettivo, rassicurante sentimento d’un tratto possa diventare cinico, spietato, incurante, bilioso, orrifico? Eppure si insiste a chiamarlo amore. Che lo si evoca anche al primo sbatter di ciglia o al frinire dinanzi a un’intuizione appena di nudità.

Ma non è certo solo questo la parola abusata, stravolta, piegata a un significato ed al suo esatto contrario. Lo notava Tacito qualche migliaio di anni fa: rubare, massacrare, depredare con falso nome civiltà e dove fanno un deserto lo chiamano pace.

Ecco pace. Assenza di guerra, di conflitto, di ammazzamenti e atti violenti commessi fra due gruppi. Come se nel 1945 dopo Nagasaki fosse finito tutto, anche Srebrenica, Baghdad e il più sperduto villaggio dei soprusi.

Dunque amore dice poco, pace anche, o, più esattamente, entrambi troppo. Eccessi di significato. Come democratico e democrazia. Per questo, anche, sono costretto a non demonizzare parole opposte, tabù impronunciabili, veti generazionali. Vivevano male nel Ventennio gli italiani, eccezion fatta per quelli che nella propria testa avevano tutta un’altra idea di organizzazione dello Stato, diritti dei cittadini, distribuzione del reddito? Non lo so, non c’ero, ma non intendo accontentarmi del luogo comune, della frase di circostanza, del ritornello trito e ritrito.

Ci sfugge cosa voglia dire di sinistra, cosa riformista, cosa popolare e cosa demagogico, due parole alla cui formazione contribuiscono i concetti di moltitudine o di maggioranza.

Per una stagione ci tengono sulle spine con la taumaturgica e rispettosissima pratica delle primarie, un modo per dar voce al volgo, farlo scegliere e renderlo partecipe, di più, protagonista, com’è stato un tempo per l’assemblea o il corteo. Poi la stagione dopo tutto finito, barra a babordo, si scherzava.

Il dramma è che quando ne stravolgi una di parole, diventa lecito stravolgerle tutte, come se non ci fosse più grammatica, sintassi, vocabolario. Dico una cosa e ne penso un’altra. Ne penso un’altra e ne faccio una terza.

Soffriamo di un’esplosione di scaltrezza, come se ci fossimo abituati ad essere tutti furbetti da quartierino, saccentini spocchiosi e arroganti: dai tempi del profumo Eminence!

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