Giungle urbane

Un cinghiale catturato all’interno dell’ospedale di Careggi, un capriolo acciuffato spaventatissimo dentro un negozio di alimentari a due passi dallo stadio Artemio Franchi, a pochi giorni di distanza da quando uno di quegli inspiegabili capricci della natura, che si dice indussero gli antichi a prostrarsi dinanzi a un entità superiore, ha shakerato ben bene la città come un cocktail esotico servito nell’arcipelago sudamericano battuto dai tornado o nelle notti insonni che per omaggiare la lingua parlata in quel golfo caraibico vengono chiamare movida.

Questa sembra essere diventata Firenze a leggere le cronache dei giornali dei primi giorni d’agosto e l’equivalente della pioggia caduta impietosa in quella manciata di minuti da giorno del giudizio è stato speso in inchiostro per darsi una spiegazione puntellata dai mutamenti climatici, dall’incuria umana, dalla malaugurata sorte e dal mal di pancia con cui si stigmatizza la politica, oppure i costumi, le formazioni di calcio, leggi e regolamenti.

Sembra essere diventata cioè un avamposto in una savana nostrale, popolata di fiere, di fauna selvaggia, di specie date per estinte. E se non savana, forse allora giungla, avviluppata di intricati rampicanti – poderosissime liane subentrate ai viticci – che potrebbero e imprigionarla in una morsa letale o finalmente liberatoria, supporrebbe qualcun altro, vedendosi di fronte magari il giardino verticale e grondante che adorna muraglie un tempo destinate alla detenzione, lungo le mura cittadine trasformate in viali ai tempi del Ri-sorgimento nella capitale del Ri-nascimento prestata a tal compito per il neonato Regno.

O ancora una prateria dove possano scorrazzare con minor rischio di scontrarsi – come invece fanno ad ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, indipendentemente da quale sia il crocicchio, il chiasso o la spianata – i residenti e gli accolti, o anche le varie comitive di questi ultimi, le accolite di accolti, religiosamente in ordine sparso e dimentichi della disciplina praticata in casa propria.

Il cinghiale e il capriolo, la stessa furia distruttrice del vento o gli spaventosi scrosci d’acqua, per quanto selvaggi, inconsueti, imprevedibili, a ben pensarci non possono incutere più timore di quello che invece dovrebbe esplodere in petto immaginando quando saranno raddoppiate le presenze turistiche, anzi, ma quale raddoppio!, una potenza alla n, quanti hanno diritto di mettere il naso fra Battistero e torre d’Arnolfo come un tempo chiunque ha fatto sul Tower Bridge o dinanzi al tumulo dove fu sepolto Cheope.

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