Involontario esperimento

Qualche sera fa, giocosamente, svogliato e indolente, ho scritto un paio di cosette insignificanti sul mio profilo Facebook, e nel giro di poche ore, una di queste cosette ha collezionato qualcosa come 140 commenti di una ventina di persone almeno, me compreso, ed oltre 30 apprezzamenti espressi con il bottoncino “mi piace”.

Il testo mi sembrava così poco interessante che mai mi sarei sognato di suscitar tanto scalpore e tuttavia devo confessare che leggere cosa ha prodotto quella frase nella mente di amici, conoscenti e contatti solo virtuali mi ha fatto ridere a crepapelle per qualche ora, di quelle risate incontrollate e anche un po’ cretine che per fortuna, talvolta nella vita, ti capitano tra capo e collo.

Avevo scritto: «Sono amico di una su Facebook che, a giudicare dalle foto sul suo profilo, mi piace molto, ma non so, per iniziare, come chiederle di diventare almeno amici, visto che già lo siamo».

Esiste davvero una bella giovane signora che non mi dispiacerebbe conoscere di persona quantunque esista di meglio ed ignori totalmente se ne varrebbe la pena, una sedicente sposata che non si atteggia né a Valchiria né a Vamp né compare così come mamma l’ha fatta e che, insomma, in definitiva, se la conosco bene, se non la conosco pazienza, non è un trasporto fuor di misura, uno scombussolamento, uno tsunami nelle gonadi.

L’intento era quello di mettere in luce il paradosso linguistico del diventare amici quando già lo si è o del non esserlo malgrado l’affermazione, insomma di schernire i luoghi comuni e le apparenze, i trabocchetti della comunicazione.

Non intendevo davvero manifestare un rammarico o una malinconia, minimi qualora esistenti e indicibili qualora effettivi, o portare all’attenzione del popolo un’emozione. Né tanto meno chieder consigli per l’approccio, lezioni di seduzione, guide al corteggiamento, qualcosa avendo imparato e persuaso del valore della spontaneità in materia.

Neppure era mia intenzione, come qualcuno ha ipotizzato a un certo punto della dissertazione pubblica e collettiva, eseguire un esperimento sociologico, benché, lo confessi, abbia apprezzato non poco il fatto che abbia finito, mio malgrado, per diventare uno spaccato di come individui diversi si pongono dinanzi a una questione così per certi versi minuscola e per certi altri stratosferica qual è l’attrazione per l’altro sesso e la dinamica dell’approccio cioè il basamento della relazione e l’incipit della comunicazione.

Non voglio qui ripercorrere i ragionamenti dei miei interlocutori e, ad onor del vero, soprattutto delle mie interlocutrici – essendo di gran lunga superiore il numero delle femmine intervenute nel conciliabolo – né disvelare ciò che, per forma, si dica sia riservato solo a quanti – qualche migliaio di persone, anzi tutti quanti accedono al mio profilo – possono curiosare nella mia pagina virtuale.

Mi guardo ovviamente bene anche dal dar voti o attribuir patenti o attestati e dal metter in conflitto tra loro i partecipanti, fatto salvo il far presente che l’ipotetica prediletta o prescelta non dev’essersi nemmen accorta che indirettamente e nel più totale anonimato si stesse ragionando di lei o, quanto meno, fosse spunto di ragionamenti che non avevan più niente a che vedere con essa.

Ringrazio solo chi ha cazzeggiato con me e s’è preso una pausa di divertimento. E spero che anche chi ha preso troppo sul serio la faccenda non se ne curi poi molto. The show must go on.

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