Quel diritto dovere

Silvano Sarti è il presidente fiorentino dell’unica associazione alla quale sono iscritto per sostenere i valori che quell’organismo difende e promuove, l’Anpi, l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia, ed è evidente che non vi sia iscritto in quanto partigiano, per ovvie ragioni anagrafiche.

L’11 agosto scorso Silvano Sarti, durante le celebrazioni nel giorno in cui nel 1944 la città fu liberata dall’occupazione nazifascista, dinanzi alle autorità nazionali e locali tutte aderenti al Pd, ha redarguito chi non vota ricordando: «Tanti di noi per riconquistare questo diritto hanno perso la vita».

A lui e ai suoi compagni, il 30 maggio scorso, in uno scritto indirizzato a uno dei miei zii combattenti per la libertà, ho chiesto scusa proprio per esser venuto meno, per la prima volta in vita mia, al diritto-dovere di contribuire a selezionare chi si vorrebbe sedesse nelle assemblee rappresentative del popolo, e quindi il caposaldo formale della democrazia e di quella complessa struttura che è lo Stato così come è stato disegnato all’indomani della Resistenza.

Mi sono perciò sentito in obbligo di ribadire, per quanto tardivamente, quelle scuse, e forse anche di motivare meglio le ragioni che mi hanno indotto a derogare dai miei dettati basilari.

Non mi è facile. Sono io il primo a dire che si debba a loro – a quel che hanno fatto, al sacrificio, al prezzo pagato –, oltre che a se stessi, l’onorare quell’impegno, il non venire meno all’esercizio del diritto acquisito, il rispettare il dovere assunto, uno dei pochi basilari a cui si è chiamati compiuto il diciottesimo anno d’età e l’acquisizione della maggior età.

E comprendo che in quella frase pronunciata ci sia prevalentemente il desiderio di far sapere a chi eventualmente, anche solo per età, lo ignorasse, o di rammentare a chi semmai lo avesse scordato, che quel bagno di sangue ci fu.

Ma quella frase può suonare quasi come un reclamo, una recriminazione, un risentimento, una tardiva petulante riscossione, la richiesta di un credito ancora da esigere, per una scelta fatta in totale autonomia, “propria sponte”, in base alle motivazioni personali che ogni partigiano ha fatto, comprese, in qualche caso, non nobili e altisonanti ideali, ma più semplici, e non meno apprezzabili, desideri di fuga, di redenzione, di gioia e spensieratezza, di appartenenza a un gruppo, come talune ricerche storiche sembrano evidenziare relativamente alle motivazioni che indussero a scegliere la strada dei monti e della clandestinità.

Ripeto, questo non toglie nulla al valore di chi ha mostrato quella generosità, quella abnegazione, quel coraggio, quella temerarietà, ma preserva anche il ricordo dalle sovrabbondanze retoriche, dalle ritualità ovvie ma alla lunga dannose, dall’inevitabile proliferazione di luoghi comuni e nuovi pregiudizi proprio verso chi, probabilmente, era lì proprio per picconare i pregiudizi e smantellare i luoghi comuni.

E dunque, ribadite le mie scuse, mi sento di difendere oggi, in un ordinamento, lo chiamo così per non definirlo regime, che per vent’anni ha fatto prevalere chi avendo le tv ha potuto comprarsi il consenso o comunque stimolarlo con le proprie frequenze, poi ha fatto governare almeno due premier non eletti dal popolo, un’idea di Stato che sia più anarchica, o più aristocratica, o più monarchica, o davvero più democratica, ma non questa presa di giro dove si sta al potere senza dignità e onestà, non ci sono più le ideologie e i partiti, ma le bande sì e gli interessi di bottega pure.

Una finzione che ora rischia di inglobare e rendere sterile anche chi se ne andava per i monti o nei vicoli delle città con lo sten intorno al collo e il batticuore in petto.

Per cui mi sembra oggi più importante coltivare la convinzione che, non appena occorrerà, sapremo anche noi conquistare, a costo della vita, le libertà fondamentali che non ammantare di valori inesistenti questa lenta asfissia della democrazia perpetrata con un ebete consenso popolare.

Il modulo di iscrizione all’Anpi prevede unicamente 3 tipologie di appartenenza: in quanto partigiani, in quanto patrioti e in quanto antifascisti ed è credo abbastanza evidente che io possa appartenere solo all’ultima, ma guardando il presente, col suo disprezzo per il dissenso, il suo rinunciare alle regole, la sua voglia di omologazione, il suo sfilare come a piazza Venezia, ed anche avendo ascoltato le testimonianze degli anziani riguardo al ventennio nero e agli ultimi anni dopo l’8 settembre, mi sento non raffigurabile da questa espressione, da questo essere definiti come “anti” qualcosa.

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