L’abisso non colmato

Hannah Arendt

L’incipit del saggio di Hannah Arendt su Socrate, inedito in Italia e pubblicato ora da Raffaello Cortina, è comparso ieri su “Repubblica” e leggerlo ha portato lo spunto per una riflessione che io considero amara ma anche doverosa.

L’incipit dell’incipit è questo: «L’abisso tra filosofia e politica si apre storicamente con il processo e la condanna di Socrate, che nella storia del pensiero rappresenta un punto di svolta analogo a quello rappresentato dal processo e dalla condanna di Gesù nella storia della religione. La nostra tradizione di pensiero politico ha inizio quando, con la morte di Socrate, Platone perde ogni speranza nella vita della polis e giunge a mettere in dubbio anche i fondamenti dell’insegnamento socratico».

Benché sia quella che mi ha avvicinato alla materia – potrei chiamarla l’innamoramento di un lungo amore –, la filosofia antica non è stata il centro dei miei studi universitari e il poco che so, per lo più riguardo Epicuro, lo devo al professor Adorno, con cui ho condiviso più conversazioni su altro che non su Platone, Aristotele, Parmenide o Zenone.

Del resto quell’innamoramento giovanile – ovviamente innalzato a mito come spesso avviene nell’età degli estesi estatici ribollimenti – per me è stato, invece, proprio la saldatura di quell’abisso, ovvero la persuasione che filosofia e politica siano inscindibili, indissolubile il loro rapporto, bisognose l’una dell’altra e viceversa e, contemporaneamente, è stato l’innesco di una speranza che, per quante volte sia stata offesa, si sia smarrita, sulle ceneri delle delusioni ha visto risorgere illusioni.

Socrate

Anche la disincantata, cinica, realistica confidenza con autori come Machiavelli, Hobbes, Marx, Nietzsche, Freud e con le amare constatazioni di ciascuno di loro, non ha impedito che il momento di morire, quello in cui ultima giunge anche la speranza, tergiversasse, traccheggiasse, “merkeleggiasse” – direbbero ora, apprendo, i giovani tedeschi – e pertanto meritasse un appello, un tentativo in extremis, la prova di settembre.

Con grande chiarezza Hannah Arendt spiega che il peithein – in greco il persuadere – era per gli ateniesi la forma specificamente politica del discorso. E Socrate non era riuscito a peithein i giudici della propria innocenza adducendo a propria difesa «l’aver sempre agito nell’interesse della città».

Chioserei: non essere riuscito a servirsi di una particolare forma del lògos per dimostrare l’aver agito nell’interesse della polis, ovvero di aver agito politicamente, perché è la politica che fa l’interesse della polis: questo è il suo fine, la ragione della sua esistenza, o meglio la ragione dell’esistenza dell’individuo all’interno di una comunità.

Sembra, o almeno mi piace immaginare, che peithein – persuadere – assomigli più a confessare (l’intimo non il reato) e a dar spiegazioni che a propagandare, suadere, indorare e qui si apre la questione del valore del mentire di cui ha scritto Marco Gervasoni nel numero di domenica scorsa de “La Lettura” (Mentire è peccato ma per il re no).

Al riguardo la Arendt introduce, per tramite di Platone e del suo dialogo Critone, il concetto di doxa, opinione, e quello di verità, senza citare, di quest’ultima, la formulazione greca: alètheia. Li introduce dichiarandoli uno l’opposto dell’altro.

Ai giudici, fa capire la Arendt a dispetto di quel che a me piace immaginare, Socrate dà un’opinione, non la verità. Dà doxa, non alètheia. E la sua doxa è giudicata dalla doxa dei giudici. Opinione contro opinione.

Questo “spettacolo” avrebbe spinto «Platone al disprezzo delle opinioni e a fare di lui un ardente fautore di criteri assoluti – cioè di criteri in base ai quali le azioni umane possano essere giudicate e il pensiero umano possa acquisire un certo grado di esattezza».

E qui potrebbe in qualche maniera inaugurarsi l’intromissione delle idee, di qualcosa di inizialmente puro, cristallino, perfetto nello sporco ambito del reale e dell’alètheia, là dove gli uomini realmente vivono, si scannano fra loro, non attendono altro che sopraffarsi vicendevolmente.

«Sicuramente – aggiunge Hannah Arendt –, la contrapposizione tra verità e opinione è la conclusione più antisocratica che Platone potesse trarre dal processo di Socrate». Ne trae che la città non fa per il filosofo, che la verità mette a repentaglio il filosofo, che la città non preserverà la memoria del filosofo. E l’amore per il sapere, dunque – per il sapere, non per la sapienza –, non è cosa per i cittadini, per la loro congrega di nome pòlis, per l’attività che da essa prende nome con l’intento di organizzarla. A meno che non sia il saggio filosofo a occuparsene, ancorché inviso al pubblico che lo crede saccente, presuntuoso e confuso nei suoi pensamenti.

La riflessione amara e doverosa derivata dalla lettura dell’incipit del saggio di Hannah Arendt è che nulla di attinente alla filosofia sembra a me riscontrabile nella politica sotto agli occhi di tutti, in questo rimestare ed accaparrarsi sguaiato e insolente e che forse, del resto, meglio sarebbe stato se mai ci fossero state commistioni e invadenze, dalle quali è vero son derivati anche orrori tremendi.

In definitiva che ragionare rimanga un’ottima cosa, da farsi sul cucuzzolo di una montagna a costo di esser con ciò spacciati per insopportabili aristocratici.

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