Il viaggio della memoria

Gabriele Romagnoli

Senza considerare alcuni colleghi con i quali ho avuto la fortuna di lavorare – qualcuno anche dirigendolo e stimolando cosa dovesse scrivere –, quando mi viene chiesto chi reputi un gran giornalista, snocciolo alcuni nomi – se mi metto a contarli arrivo a qualche decina, defunti esclusi – e fra questi solitamente metto Gabriele Romagnoli, del quale tuttavia amavo particolarmente le storie che raccontava quindici o vent’anni fa, quand’era a “la Stampa”, ed ora ha rarefatto.

Se non fosse per l’esistenza di queste firme, per la loro capacità di raccontare e prendere l’attenzione, ammannerei la bandiera del giornalismo innalzando al suo posto quella bianca della resa e sempre più ragioni mi spingono in quella direzione, non ultima la stanchezza.

Ma, per tornare a Romagnoli, ho letto su “Repubblica”, nell’edizione di giovedì 3 settembre, che il collega ha appena pubblicato con Feltrinelli un altro libro – mi riprometto di comprarlo al più presto – dedicato a un tema a lui caro, il viaggio, intitolato Solo bagaglio a mano, nel quale – apprendo dalla recensione di Carlo Verdelli – dà anche indicazioni pratiche su come debba essere, cosa debba contenere e come debba essere preparata la “valigia perfetta”, quella che ti consente di portartela in volo «massimo cinque chili in modo da entrare senza sforzi nell’“apposita cappelliera posta sopra di voi”, con una piccola borsa ripiegabile, la duffel bag, che vuota occupa lo spazio di una maglietta e piena (di eventuali acquisti) anche dieci o più».

Accorgimento che non solo ho impiegato, per esempio, quando, finalmente – e a risarcimento di un torto, di nome mancanza, commesso nei decenni precedenti – sono andato a trovare per soli tre intensissimi giorni mio fratello Davide a Wali Nikiti nelle Isole Vergini Britanniche dove vive da un’eternità, dopo un’altrettanto rapido ringraziamento amoroso a New York, ma che in parte applico anche solo se devo uscire con la borsa del computer.

I rituali maniacali e autocelebrativi di mio padre nella confezione delle valigie alla vigilia delle poche vacanze fatte insieme nella mia infanzia, poi la dimestichezza con lo zaino da tenere in spalla in cima alle vette, quindi l’imbarazzante smarrimento del bagaglio al seguito – che, per poter partecipare alla cena dal governatore in programma appena sbarcati a Perth in Australia, mi costrinse a lavare a mano la camicia Brooks Brothers indossata durante il viaggio e a sventolare l’abito grigio Ermenegildo Zegna per fargli prendere aria e disperdere eventuali odori, senza bisogno di stirarli entrambi, essendo sempre impeccabili – mi hanno insegnato ad affinare l’arte dello stipare e occupare ogni interstizio.

Ma non è questo aspetto, pur importante, che mi intriga nella narrazione del nuovo libro di Romagnoli così come viene presentato dalla stampa, quanto quello di un’altra zavorra che spesso ci si porta dietro nel più lungo dei viaggi che tanto il sedentario quanto l’accanito globe trotter compiono, quello della vita: la memoria, protagonista principale del romanzo che ho scritto e attende un editore interessato a pubblicarlo.

Cita Verdelli pagina 50 del libro di Romagnoli: «La vita non è come è stata, ma come la ricordiamo. Fidati della tua memoria. E dopo averlo fatto, essù, fai uno sforzo ancora: sparale, falle dei buchi qua e là. Ricordare tutto è una fatica intollerabile. Siamo funamboli sulla corda, per non cadere dobbiamo guardare sempre avanti».

Mi par d’aver bestemmiato, e provar la vergogna che deve affliggere il fedele in tal caso, avendo definito “zavorra” la memoria, io che ho in disdegno – “scragio” avrei detto attingendo a un verbo che ho sentito migliaia di volte ma non trovo in un qualche dizionario – io che ho in disdegno chi non ricorda, si scorda, smarrisce la traccia.

Eppure penso abbia ragione il nostro autore invitando alla rimozione, allo smaltimento, allo snellimento, al parziale reset che, stando all’anticipazione giornalistica, motiverebbe il suo delirante vagabondaggio: 75 paesi già visitati con l’obiettivo di giungere a 100 e vantando in aggiunta la residenza in 27 appartamenti di 8 città sparse in 4 continenti senza essere “uomo di mondo”.

Io viaggio, scrive, «anche per allontanarmi dalla memoria, per ridurla a foschia all’orizzonte, nel retrovisore, evocata in altre lingue, come fanno i sopravvissuti, fino a renderla polvere».

Proprio queste due necessità cominciano ad affacciarsi alla mia stabile e stanziale natura alla soglia della vecchiaia: viaggiare e dimenticare, o, più esattamente, saltabeccare e conservare solo i ricordi che si intendono mantenere, meglio ancora, i soli che da soli resistono alle intemperie, all’ingiuria degli anni, alla critica roditrice dei tarli anziché dei topi e alle mille miglia accumulate forse non con la compagnia aerea, ma certamente con la presenza sul pianeta.

Informazione di servizio da tenere a mente e che merita un viaggio: Gabriele Romagnoli presenterà Solo bagaglio a mano sabato 12 alle 21.30 al Festival della letteratura di Mantova.

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