In fondo al pozzo

Di ritorno da uno dei brevi viaggi per incontrare mio padre, mi sono fermato a vedere rapidamente Orvieto, attratto principalmente dal cosiddetto pozzo di San Patrizio di cui diverse persone mi avevano parlato.

Potrà apparire strano, me ne rendo conto, ma quella banale, semplicissima, piacevole deviazione – un’escursione che chiunque considererebbe ordinaria – aveva per me anche il valore di una prova alla quale ci si sottopone, come quando si trattiene il respiro per qualche secondo in più dell’ultima volta che si è fatto quel gioco misurando la propria resistenza – espediente al quale già nell’infanzia mi sottoponevo con una certa frequenza –, la ricerca di una conferma, ma pratica, non teorica, che si può fare, è possibile; e non posso qui spiegare perché quel piccolo pellegrinaggio ricoprisse tal significato nella mia mente, ma è importante che il risultato sia stato raggiunto, la prova superata. Non ultimo il fatto che la risalita del pozzo ha messo in crisi, ma non impedito, la mia malandata respirazione.

Non ero, consapevolmente almeno, attratto dal significato che solitamente si dà all’espressione “essere il pozzo di San Patrizio”, il più delle volte declinata nella forma “Non sono mica il pozzo di San Patrizio” con cui si tenta di far comprendere a chi chiede senza tregua che le proprie risorse, di qualunque natura siano, non sono infinite, e la possibilità di dare, a cui evidentemente fino a quel momento si è dato sfogo, ha un limite.

Direi che ero invece attratto da quest’idea, vaga ed imprecisa, di spirale che si avvita nelle viscere del terreno, nel sottosuolo direbbe Dostoevskij, ed era un’impressione parzialmente azzeccata, alla quale un altro aspetto ha reso più emozionante o emotivamente interessante – mi verrebbe da dire magica – la visita: l’aspetto tutto architettonico della faccenda o, più esattamente, il lato geometrico-matematico della questione.

Il pozzo di San Patrizio a Orvieto.

Prima di occuparmi di questi temi, faccio una considerazione relativa al significato dell’espressione “essere il pozzo di San Patrizio”. Il pozzo di San Patrizio è per definizione inesauribile, in grado cioè di dissetare chiunque necessiti della sua acqua, e negarsi come tale, “non essere il pozzo di San Patrizio”, sta ad indicare che invece sono possibili battute d’arresto, risposte negative, assenze e mancanze.

Implicitamente l’espressione rimanda a dettagliare il carattere di chi va là ad abbeverarsi, un individuo che si presenta sul bordo di quella fonte con un secchio, e poi con un altro ancora e un altro ancora, assetato e insaziabile, cioè in definitiva capace solo di consumare, di chiedere e consumare, erroneamente persuaso che il pozzo sia senza fine, senza fondo, con una falda freatica o artesiana non alimentata da fiumi sotterranei, incapace cioè di soddisfare sempre nuovi bisogni.

Nell’affermare che io non sono il pozzo di San Patrizio affermo che chi si rivolge a me, il mio interlocutore, sia schiavo dei suoi bisogni, non riesca a contenerli, dissipi e sperperi quanto gli è stato dato, non solo voglioso e avido, ma anche impossibilitato ad appagare i suoi desideri e le sue richieste, incapace appunto di avere soddisfazione come cantavano mirabilmente i Rolling Stones.

Lough Derg

L’origine dell’espressione la si fa risalire al primo e più genuino pozzo di San Patrizio, quello che si trova in Irlanda, nella contea di Donegal, su una piccola isola del Lough Derg (lago Rosso), dove c’è una caverna in fondo alla quale giunge fresca acqua e la leggenda vuole sia l’ingresso del purgatorio o dell’inferno. Si narra Cristo stesso avesse indicato a Maewyin Succat (385-461 d.C.) – il celebre Patrizio nato a Carlisle in Inghilterra e venerato dagli irlandesi, divenuto santo per la tenacia e l’ostinazione con cui tentò di convertire i barbari e pagani britanni – la caverna, soggiornando nella quale «da l’una mattina a l’altra, cioè uno dì e una notte», chiunque “confesso e pentuto” ed armato di fede «sarà purgato di tutti i suoi peccati; e passando per essa, vedrà non solamente i tormenti de’ rei, ma eziandio l’allegrezza e ‘l riposo de’ buoni».

Sarebbe stata la serie infinita di prove a cui era sottoposto chi fosse riuscito a raggiungerne il fondo della caverna a Lough Derg – secondo la ricostruzione che leggo in un sito di promozione dell’Irlanda  – a imprimere nell’immaginario collettivo alla leggenda il sapore di una metafora della sconfinata ricchezza, perché solo superando sempre nuovi, imprevisti e più difficili ostacoli il devoto avrebbe ottenuto la remissione dei peccati e l’accesso a un paradiso di delizie e estasi.

Un “percorso di guerra” che avrebbe indotto – a quanto si legge nel forum del Corriere on line dedicato alla lingua italiana – Papa Alessandro VI a chiudere nel 1457 la grotta di Lough Derg essendo molti quanti vi entravano e pochi quanti ne uscivano.

La leggenda – che, a chi ha un po’ di dimestichezza con la mitologia, non può non far venire in mente il supplizio di Tantalo – ispirò anche El purgatorio de S. Patricio, un dramma religioso di Calderon de la Barca, pubblicato nel 1628.

Mettendo nero su bianco la spiegazione del significato dell’espressione quasi proverbiale sul pozzo di San Patrizio – da cui, ho affermato, non ero in coscienza attratto – mi rendo conto di quanto sia invece interconnessa a quanto andavo cercando con maggior determinazione cerebrale, l’idea di spirale succhiellata underground e il costrutto architettonico e l’intreccio matematico.

Il pozzo di San Patrizio a Orvieto, quello che sono andato a visitare, fu fatto costruire, tra il 1527 e il 1537, da papa Clemente VII ad Antonio da Sangallo il Giovane autore di numerose fortificazioni in giro per l’Italia, tra cui la Fortezza da Basso a Firenze dentro le cui mura ho fatto il liceo classico, ma anche vari palazzi Farnese compreso quello splendido che ospita l’ambasciata di Francia a Roma.

Ritiratosi a causa del Sacco di Roma nella cittadina arroccata sulla rupe di tufo che – in seguito all’eruzione dei vulcani Volsini da cui scaturì il lago di Bolsena, il maggiore in Europa di questo tipo – domina fino a 325 metri di altitudine la valle del fiume Paglia, il pontefice, ordinò la costruzione di quel pozzo per poter avere, ad uso esclusivo della rocca di origine albornoziana in caso di assedio, acqua a sufficienza, garantita alla città da un acquedotto e da varie cisterne.

La scala a Chambord

Il Sangallo probabilmente fu influenzato dai disegni di Leonardo da Vinci che qualche anno prima, a partire dal 1519, aveva iniziato, sulla Loira nei pressi di Blois, a costruire il castello di Chambord innalzandolo intorno a uno scalone a doppia elica.

Aveva inoltre in mente la scala a chiocciola – contenuta in uno stretto cilindro con rampe a spirale sostenute da colonne – realizzata su progetto di Donato Bramante a partire dal 1504 nel Cortile ottagonale del Belvedere in Vaticano.

Si mise, dunque, a progettare il pozzo, all’inizio chiamato pozzo della Rocca. Esternamente è del tutto insignificante e poco appariscente, un edificio circolare con due porte diametralmente opposte che si trova a pochi passi dall’uscita della funicolare con cui si raggiunge Orvieto dal fondo valle, su una delle quali, quella di accesso, in latino è scritto: «ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria», intendendo con industria l’ingegno umano.

Sangallo fece scavare il tufo in forma cilindrica per una profondità che alcune fonti dicono di 53 e altre di 62 metri, e con un diametro di 13 metri, in un punto dove le indagini metriche e, chissà magari le doti di qualche rabdomante, avevano individuato falde acquifere che sgorgavano da una sorgente ai piedi del masso tufaceo.

Proprio la presenza di una sorgente naturale e di un emissario in grado di far defluire la quantità in eccesso, mantenendo costante il livello dell’acqua sul fondo, indusse a pensare che ai piedi del pozzo, l’approvvigionamento d’acqua sarebbe stato illimitato, in altre parole che il fondo del pozzo fosse senza fondo.

Restava da ingegnarsi per fare in modo che quel prezioso liquido potesse altrettanto costantemente risalire quell’antro buio, ed anziché issare una carrucola con la quale tirare su a braccia ogni volta un solo secchio, Antonio da Sangallo il Giovane escogitò una via che scendesse ed un’altra che salisse, congegnata in maniera tale che chi andava giù con i secchi vuoti non intralciasse chi veniva su con i secchi pieni.

Alla fatica avrebbero provveduto i muli, in una dimensione che a me ha ricordato la via degli Asini una suggestiva strada sopraelevata che fiancheggia una piazza a Brisighella, in provincia di Ravenna.

L’ininterrotto flusso dell’acqua laggiù e da laggiù a quassù potrebbe aver indotto qualcuno, in vena di avidità, a ribattezzare il pozzo dedicandolo al santo britannico e abbandonando il suo nome originario di pozzo della Rocca.

Le piante del pozzo di Orvieto

A me affascina, senza tuttavia possederlo a pieno, il calcolo matematico che consente alle due rampe elicoidali di arrampicarsi, intrecciandosi, ma senza annodarsi, senza che ci si scontri, anzi avvinghiandosi come in un abbraccio perpetuo, una salendo per 248 scalini, l’altra per altrettanti scendendo, quindi, a rigor di calcoli, 496 scalini in tutto, ognuno con una “alzata” approssimativa di oltre 21 centimetri nel caso il pozzo misuri 53 metri.

Ventuno centimetri dati non solo dalla base del gradino, in realtà molto più basso, ma dall’inclinazione a forma di piano scorrevole della pedata, della cui lunghezza non saprei dire, in una vertigine di somme, sottrazioni, divisioni e moltiplicazioni di cui fanno parte anche i 70 archi, suddivisi in 4 file di 12 ciascuna e 2 di 11, che consentono a un barlume di luce dalla sommità di raggiungere il fondo, e le 4 porte, il ponte, le balaustre, gli spessori della muratura, la circonferenza più esterna e quella più interna, l’altezza del cunicolo, presumibilmente aggirantesi intorno ai 3 metri e mezzo.

Fin troppo facile, percorrendo quel cunicolo, anzi quei due cunicoli che si sovrappongono l’uno all’altro esattamente alla metà del punto della circonferenza da cui ciascuno è partito, di lì in poi inscindibili e avviluppati, solo alla partenza e all’arrivo ognuno senza un sotto o senza un sopra, più esattamente ognuno senza l’altro sotto o l’altro sopra a seconda del punto da cui si osservi l’itinerario, se dall’andata o se dal ritorno, e mi affascina l’idea che in teoria quella doppia elica possa condurre, come nel caso di Orvieto, giù verso l’abisso, magari è l’inferno, iniziando in cielo e terminando nelle viscere, o invece nell’empireo, o metti caso in paradiso, dalle stalle alle stelle, stavolta passando dal buio alla luce.

La scala di Momo ai musei vaticani

È del resto esattamente questa, una doppia spirale elicoidale, la forma che l’architetto Giuseppe Momo volle dare nel 1932 alla scala dell’ingresso monumentale dei Musei Vaticani. Alcuni anni dopo, nel 1943, Frank Lloyd Wright giocò intorno a quel concetto – la spirale, ma questa volta singola, capovolta però, con il vertice al posto della base e viceversa – per realizzare uno dei capolavori dell’architettura contemporanea, il Guggenheim Museum di New York che lo stesso Wright denominò Taruggiz, invertendo, oltre all’impianto e alla forma dell’edificio, la parola Ziggurat con cui si indicano i templi mesopotamici, torri composte da tronchi di piramide a gradoni sovrapposti – alla sommità delle quali, dopo aver salito 7 rampe raffiguranti altrettante costellazioni, solo i sacerdoti potevano accedere e lì officiare le cerimonie rituali, scrutare stelle e cieli, trarre profezie –, come probabilmente doveva essere la torre di Babele, e, del resto, con molte analogie con le piramidi egizie e mesoamericane.

Le scale a spirale – singole, come quella della torre Contarini del Bovolo a Venezia, o sovrapposte come per esempio quelle impiegate in numerosi parcheggi per auto –, consentirebbero, si dice, di guardare sempre indietro sul cammino percorso, e questo sarebbe un ulteriore valore simbolico che le rende tanto misteriose e affascinanti.

Nel caso della scala di Orvieto, poi, per un’illusione ottica chi, percorrendo come noi la stessa direzione, è a pochi metri di distanza, appare più lontano di chi ci sta di fronte, va nell’altro verso e da lui ci separa molta più strada.

Celebri illusioni ottiche su scale a chiocciola, anche sovrapposte, con un andamento però a pianta quadrata, sono quelle di un celebre disegno di Maurits Cornelis Escher.

Per completare il ragionamento, è bene sapere che, terminato quello di San Patrizio a Orvieto, Benvenuto Cellini fu incaricato dal pontefice di coniare una medaglia che raffigura Mosè mentre fa sgorgare acqua da una roccia colpendola con la verga per dissetare il popolo ebreo in fuga nel deserto, mentre uno di essi ne attinge con una conchiglia, su cui in latino è scritto: “affinché il popolo beva”.

La doppia elica, è noto, è la figura geometrica in cui prende forma il DNA scoperto nel 1951 che potremmo anche chiamare l’ABC della vita.

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