L’assenza del colpevole

Apprendo con un certo stupore che un pubblico ministero romano, avrebbe aperto un’inchiesta, ipotizzando il reato di istigazione al suicidio, sulla morte di un attore, il cui corpo senza vita nei giorni scorsi è stato trovato steso a letto, nella propria abitazione, con un pigiama indosso almeno una settimana dopo la morte. Precisano le cronache: solo, dimenticato da tutti, in stato di completo abbandono. La morte dell’attore, settantasettenne, da tempo divorziato, sembra doversi attribuire a cause naturali, ma le circostanze del ritrovamento e le condizioni in cui versava il cadavere hanno indotto a disporre l’autopsia, accertando se avesse assunto sostanze tossiche, e ad aprire l’inchiesta.

Verificare, avere un dubbio, placare un sospetto non è mai male, per cui di per sé l’inchiesta giudiziaria ha un senso, e magari il magistrato conosce elementi che a noi sfuggono, non sono stati riferiti dai media, avvalorano la sua ipotesi, rendono obbligatorio il procedimento, ma, in via teorica, morire soli, dimenticati da tutti, in stato di completo abbandono, per cause naturali, lasciando andare o perché ci si toglie di mezzo, per quanto triste, non si capisce come possa costituire reato.

Sì, conosco le incongruenze pur talvolta meritorie dell’articolo 580 del Codice penale, quello appunto sull’istigazione al suicidio – delitto del quale mi confesso colpevole avendo reiteratamente rafforzato «l’altrui proposito di suicidio», agevolandone, in qualche modo, l’esecuzione, e mi perito di insistere – ma faccio fatica a comprendere come una comunità, anche strettissima come qualcuno dice sia o debba essere la famiglia, possa accanirsi con qualcuno che ha deciso di sottrarsi.

Se il magistrato invece avesse ragione allora ritengo che si debba raddoppiare gli istituti carcerari e assumere il doppio del personale nella polizia penitenziaria.

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