Il daimon socratico

Socrate

Un certo ruolo deve averlo svolto la lettura di Essere pace di Thich Nhat Hanh, il cambio di prospettiva tra l’agire esternamente e il modificarsi internamente proponendo la propria presenza. Poi, certamente, la totale assenza di soggetti in grado, non dico di organizzare, ma nemmen di proporre un qualche agire sostenuto da uno scopo, una mèta, un intento, un’idea.

Tutto ciò nella mia testa ha assunto la dimensione di quello che definisco un impegno civile, l’imperativo a tener desto l’intelletto, a sforzarsi di guardare oltre agli stereotipi, qualunque sia la loro natura ed origine.

In questa prospettiva mi ha colpito un articolo pubblicato nelle due pagine di Repubblica di oggi dedicate al Festival di filosofia che si svolge da venerdì prossimo a Modena, Carpi e Sassuolo. Un articolo a firma Simona Forti dedicato alla “lezione di Socrate” ed intitolato Resistenza al potere, ora e sempre.

L’autrice invita a prendere in considerazione come «resistenza nei confronti del potere» non solo quella attiva ed agitatoria di un soggetto collettivo, ma anche «quella dinamica per così dire “an-archica” che nasce dal disagio etico del singolo, si esprime in un rifiuto delle regole del gioco e in certi casi, rendendosi visibile, contagia e si espande sino ad esprimersi in un vero e proprio dissenso politico».

L’articolo ripropone la divergenza in materia di convivenza nella comunità che Platone introduce fra lui e il suo maestro, sulla quale si sofferma anche lo scritto di Hannah Arendt di cui ho riferito qui in L’abisso non colmato il 3 settembre scorso.

I fautori di «quella dinamica per così dire “an-archica”» e, quindi, del «dissenso politico», fra i quali Simona Forti ascrive la Arendt, appunto, Foucault e – io non lo conosco – Patocka, sarebbero gli eredi “minoritari” del Socrate maestro irregolare «di uno specifico modo di vivere che forza i confini tra etica e politica, tra privato e pubblico, tra interiore ed esteriore», desunto paradossalmente dai “vangeli” su di lui redatti proprio da Platone.

Ad essi la Forti attribuisce il richiamarsi né alla saggezza, né all’impegno, «ma alla forza esemplare di una vita capace di fare scudo contro gli eccessi di potere», compresi quelli dei «luoghi comuni» e, a me verrebbe da aggiungere, delle banalità.

Spiega Simona Forte: «Il daimon non dice a Socrate che cosa fare, ma gli intima di non attenersi mai al già-giudicato. La coscienza socratica, ovvero l’effetto collaterale del pensiero critico, non fa altro che destabilizzare il soggetto nei confronti delle norme stabilite, dei dogmi, delle regole; lo svia dai comportamenti ritenuti ovvi, come se ogni volta dovesse ricominciare da capo a discriminare tra cosa è giusto e sbagliato, a distinguere ciò che è bene e male».

E, alla fine dell’articolo: «Il daimon è il nome per ciò che nel soggetto oppone una resistenza, ciò che fa attrito con la forza ovvia delle circostanze […]. In una parola è il nome della possibilità, del potere di ciascuno di resistere a un altro potere».

Ecco, quel daimon dovremmo ascoltare da dentro nelle nostre orecchie, come di chi ode le voci, e un po’ di più, almeno, da egli farci possedere. Saremmo pace ed innescheremmo dei conflitti e rischieremmo anche di riconoscerci.

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