Pietosa petizione

Ci sono vari verbi che in latino significano chiedere: dēposcĕre, flāgĭtāre, poscĕre, sciscĭtāri, exquīrĕre. Ma con quaerĕre – da cui suppongo gli anglofoni informatici abbiano derivato il loro termine query con il quale indicano «l’interrogazione da parte di un utente di un database, strutturato tipicamente secondo il modello relazionale, per compiere determinate operazioni sui dati», da non confondersi con l’infinito del verbo latino quĕri (queror, quĕrĕris, questus sum, quĕri) che significa invece lamentarsi – penso che il più noto e diffuso sia il verbo pĕtĕre, da cui è facile comprendere deriva la nostra parola petulante ed anche petizione.

Solitamente la petizione, come spiega la Treccani, è una «Domanda indirizzata per iscritto alle autorità pubbliche», ovvero una «istanza che esponga una necessità di ordine o interesse generale di cui si chiede l’accoglimento da parte degli organi statali».

Domanda alle autorità pubbliche, di interesse generale, che si chiede sia accolta dagli organi statali, tanto che alla materia è dedicato l’articolo 50 della Costituzione italiana: «Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità».

Nel mio articolo del 16 settembre scorso, intitolato Capolavori montabili, auspicando in merito l’apertura di un dibattito, ovvero sia un confronto intellettuale sull’argomento, accennavo a “una davvero bizzarra petizione” comparsa su www.change.org – il sito specializzato nel promuovere ogni genere di petizione e battaglia vincibile raccogliendo adesioni o cumulando firme – vale a dire alla petizione mirata ad agevolare consegna e montaggio dei mobili Ikea a favore dei disabili.

Testualmente dice: «Montare i mobili Ikea in autonomia è anche un piacere. Ma chi non ha alternativa a chiedere la consegna e il montaggio perché disabile dovrebbe beneficiare anche di un piccolo sconto. Sarebbe un gesto importante per chi non ha scelta e Ikea avrebbe anche una ricaduta positiva di immagine. Ikea conceda ai disabili la consegna e il montaggio dei mobili a prezzi agevolati!»

Qui la petizione, è facile da comprendere, non è indirizzata alle autorità pubbliche o agli organi statali e propriamente non espone «una necessità di ordine o interesse generale», quantunque io sia convinto che sia «di ordine ed interesse generale» essere una comunità civile, attenta, rispettosa di tutti, ed in particolare sensibile a chi, per un motivo o per un altro, si trovi in una condizione di necessità o sia svantaggiato o abbia ostacoli sulla propria strada.

È indirizzata, invece, a una multinazionale il cui scopo principale, a rigor di logica, dovrebbe essere il profitto, anche se molte aziende oggi, per rendersi più appetibili e consumabili, calcano sulla propria vocazione etica e altri gadget di questo genere.

Mi verrebbe pertanto da chiamarla richiesta più che petizione, qualcuno forse la paragonerebbe a quella che sempre più spesso viene chiamata una “class action”.

Leggendo della petizione mi ero lì per lì fatto l’idea che paraplegici, o persone affette da ectromelìa, spondilolisi o sinostosi, auspicassero da parte della multinazionale l’intervento di un gentile inserviente che li aiutasse ad estrarre dagli scaffali gli ingombranti scatoloni che contengono ante, montanti, ripiani e cassetti dell’armadio Stolmen; rete, materasso, base e testata del letto Malm e tutti i pezzi dell’intramontabile libreria Billy, mentre faticavo a comprendere cosa potesse significare «l’agevolazione del montaggio dei mobili».

Già, perché è abbastanza noto che il foglietto delle istruzioni mediante le quali assemblare la cucina Veddinge, i cassetti Metod, il divano Knopparp e la scrivania Skarsta sono talmente facili, quasi demenziali nella loro essenzialità, da risultare talvolta incomprensibili a una persona di media intelligenza, non solo al punto di rendere incontrovertibili ed evangeliche le principali leggi di Murphy – a cominciare dal postulato che «se qualcosa può andar storto, lo farà» e dalla chiosa che giunti al termine del montaggio di qualcosa avanzerà sempre una brugola che ti farà chiedere dove hai sbagliato –, ma di aver indotto un pregiudizio razzista difficile da scalfire, quello secondo il quale solo un giapponese pedissequo, non raziocinante ed obbediente al suo imperatore interiore è in grado di portare correttamente a termine la sequenza 1, 2, 3, fatto!

Con ciò implicitamente affermando che è un handicap di non poco conto quello di chiedersi, farsi delle domande, pensare ed avere delle idee, perché in determinate situazioni – come appunto può essere quella in cui ci si trova non appena si sono disfatte le scatole dell’Ikea e il pavimento è cosparso di tasselli, dadi, viti ed altre minutaglie, comprese chiavi a stella idonee solo a quell’unica solitaria operazione, una delle quali maledettamente rotolata proprio dietro alla credenza – l’intelligenza è roba di cui disfarsi, meglio scimmiottare, regalar sorrisi ebeti e ripetere a memoria quanto si è appena udito.

Per concludere ritengo che la petizione rivolta all’Ikea sia l’ennesima ipocrita sceneggiata dietro la quale ci nascondiamo fingendoci corretti, umani ed empatici, non sapendo come altrimenti dare una mano a uno che in carrozzina, con le stampelle o saltellando come meglio può fino allo spasmo e al poter dire ce l’ho fatta con i miei maledetti monconi, e rapportarci a lui, con le sue normali anormalità, i gap che lo impediscono, gli handicap che lo rendono vulnerabile come tutti, per un verso o per l’altro, in realtà siamo ma non osiamo ammettere.

Sia l’ennesima sceneggiata per non firmare l’unica petizione meritevole d’essere lanciata, quella di imboccare tutti insieme un’altra strada e farla finita con il fatto che se non hai i mobili dell’Ikea e le scarpe della Nike non sei nessuno.

E se proprio siamo a chiedere allora io pretendo per tutti i disabili, handicappati, diversamente abili che dirsi voglia, me compreso, anziché un componibile dell’Ikea o due spiccioli di sconto sul prezzo di listino, un impareggiabile salotto della Frau e in pelle.

P.S. L’aggettivo pietoso del titolo è impiegato nella sua accezione dispregiativa come quando si dice che qualcuno ha fatto un figura pietosa non in quello di qualcosa che suscita vicinanza al dolore altrui.

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