Mela bacata

Qualche cronista fiorentino ha sbeffeggiato nei giorni scorsi quei consiglieri comunali che in aula hanno tentato di contrastare l’approvazione di un provvedimento con il quale, in deroga al regolamento vigente, si concede alla Apple di rendersi più visibile sotto i portici di piazza della Repubblica – quella su cui spicca l’iscrizione «l’antico centro della città / da secolare squallore / a vita nuova restituito» – istallando, in dimensioni che i fanatici dell’informatica definirebbero tetrabyte e noi dell’era a piombo cubitali, il proprio celebre logo.

Quella mela morsicchiata di cui s’è discusso nell’assemblea cittadina, prosegue una tradizione sterminata nella quale figurano i disobbedienti Adamo ed Eva, paradisiaci peccatori nonché indiscussi progenitori; figurano le discordanti e litigiose Era regina degli dei, Afrodite dea della bellezza, e Atena dea della saggezza, sobillate dall’esclusa Eris e dal suo dono indirizzato “alla più bella”, fatto rotolare sul tavolo del banchetto per le nozze di Peleo e Teti.

Vi figura anche il povero, forzuto e sagace Eracle giunto all’undicesima delle sue fatiche, quella di portar sulle proprie spalle l’intero cielo al posto di Atlante, le cui figlie, le Esperidi, nel loro giardino custodivano un albero di pomi d’oro – non pomodori, pomi d’oro – e dovette ingegnarsi un bello stratagemma per restituire al titano il pesante fardello di cui avrebbe voluto sbarazzarsi.

E ancora il serendipico Newton all’involontaria ricerca della gravità, gli impareggiabili Beatles sul tetto di Abbey Road, l’indomito, insubordinato e temerario Guglielmo Tell.

Per non dire di Biancaneve e della sua matrigna che di questo frutto si serve nuovamente per dirimere la contesa su chi sia la più bella del reame e dare un contributo alla leggenda dell’inesistente principe azzurro.

E ancora il simbolo della città più appetitosa, succulenta, attraente e bacata del mondo, New York, che con il nome di quel frutto e l’aggettivo grande può essere alternativamente chiamata.

Oppure l’immaginifico gaudente e indefinito premio di chi gira su uno scooter, secondo uno slogan pubblicitario degli anni Sessanta coniato dal fiorentino Gilberto Filippetti: «Chi Vespa mangia le mele».

Dulcis in fundo ecco la mela del compianto Steve Jobs, detta anche mela di Cupertino, la più bella del reame e un po’ avvelenata, di cui appunto si è discusso nelle sacre stanze della volontà popolare fiorentina ovvero del confronto fra guelfi e ghibellini ormai amalgamati in un pastrocchione dal gusto centrista ed insapore.

I consiglieri sbeffeggiati da qualche cronista erano rei d’opporsi e di farlo con un Macintosh davanti al naso, segno che loro forse non ce l’hanno con chi produce l’iPhone, l’iPad e l’iPod, ma semplicemente con il fatto che si sta derogando dal regolamento, facendo un’eccezione e creando un precedente. E invece il segnale è stato colto come un’incoerenza, ahimè!

Leggo nelle cronache che a sostegno dell’una tantum regolamentale, cioè della sregolamentazione del regolamento, o dell’assunzione del codicillo che ipotizza il fatto salvo il caso che, sono stati portati due pesanti argomenti: 70 posti di lavoro e 930 mila euro.

Mi chiedo se l’eccezione la si farà anche il giorno che la camorra dovesse proporre 700 posti di lavoro sulle sponde dell’Arno, che di cose da far fare quell’azienda ne ha, eccome se ne ha.

E di quel quasi milione leggo destinato alla riqualificazione della piazza, ovvero sia a restituire da secolare squallore a vita nuova l’antico centro della città: riportandoci un pacchiano monarca a cavallo in onore del quale era stata battezza verso le Cascine addirittura una piazza.

A scanso equivoci: sto scrivendo con un Mac e sono molto contento che arrivi quel negozio. È il metodo che non mi piace.

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