I meriti di Wikipedia

Alcuni giorni fa ho scritto sulla mia pagina Facebook di aver fatto una piccola donazione a Wikipedia, invitando gli oltre 3.200 amici, conoscenti o corrispondenti sulla rete a farlo anche loro, accogliendo un appello nel quale si sostiene che se tutti i lettori di Wikipedia in italiano donassero 2 euro, in un’ora sola sarebbe completata la raccolta fondi mirata, si legge ancora nell’appello, a proteggere l’indipendenza di questa biblioteca dove tutti possono accedere liberamente per cercare ed imparare, senza che debbano essere mostrati messaggi pubblicitari.

La voce Wikipedia su Wikipedia spiega, ed io lo ignoravo, che questo nome etimologicamente significa “cultura veloce”, derivando dalla fusione di una parola hawaiana, wiki, che significa “veloce” e del suffisso greco pedia (παιδεία) il sui senso è “formazione”.

Precisa inoltre che è un’enciclopedia libera lanciata il 15 gennaio 2001 in lingua inglese da Jimmy Wales e Larry Sanger e, ad oggi, contiene più di 35 milioni di voci in oltre 280 lingue. Perciò è l’enciclopedia più grande mai scritta ed è tra i dieci siti web più visitati al mondo.

Uso l’indicativo e non il condizionale perché prendo per buono quello che di se stessa ed in generale Wikipedia scrive, più precisamente quello che uno, o più d’uno, dei 71.000 wikipediani – utenti che collaborano attivamente all’inserimento dei contenuti – registrati nel giugno 2015 come autori di almeno cinque voci o interventi su una o più voci.

Precisa la voce che la manutenzione è svolta «da un gruppo di volontari» suddiviso in 6 categorie (sviluppatori, steward, check user, oversight, burocrati e amministratori) a secondo del ruolo ricoperto, alcuni dei quali hanno la facoltà di impedire la modifica di singole voci, cancellarle, ripristinarle o togliere in modo temporaneo o permanente ad alcuni utenti la facoltà d’intervento, e tuttavia le linee guida di Wikipedia affermano che «il controllo e l’eliminazione dei vandalismi sono comunque a carico di tutta la comunità degli utenti e gli amministratori non sono dei moderatori».

Insomma vox populi, vox dei o, detto in altro modo, la veridicità affidata alla maggioranza o alla moltitudine anziché alla sapienza e alla ragione, vale a dire il limite fisiologico nemmen solo del comunismo, della stessa democrazia e, leggendo la faccenda da un altro punto di vista, la controindicazione della sacrosanta, intoccabile libertà.

A differenza della Treccani o di altre prestigiose opere collettive derivate dall’intento enciclopedico di D’Alembert e Diderot di raccogliere l’intero sapere, anzi lo scibile umano, sistematizzandolo, mettendolo in ordine alfabetico e delimitando l’attinenza delle singole voci ai campi specialistici a cui appartengono, Wikipedia non affida a professionisti competenti la stesura dei testi, la redazione delle voci, la credibilità dei contenuti, ma a chi ha voglia o la volontà di farlo, il che può coincidere con un buon livello di competenza, ma non ne è affatto garanzia.

L’impostazione soffre di questo pesante gap, del fatto cioè che non sia il docente di papirologia della prestigiosa università a compilare il lemma sulla collezione Rainer rinvenuta in Egitto intorno al 1880, ma magari qualcuno che ha letto tutto quanto quell’autorevole docente ha scritto in merito e la sera, anziché guardarsi un telefilm in tv, digita, attenendosi il più possibile alle linee guida di Wikipedia, che quegli oltre 10 mila documenti impressi sui fogli derivati dal Cyperus papyrus o su lino sono per oltre un terzo in lingua araba e furono acquistati al Cairo per conto di Joseph von Karabacek.

Soffre di questo pesante gap, ma d’altronde consente a tutti i docenti di papirologia sparsi sul pianeta e muniti di un collegamento a internet di correggere eventuali errori computati dallo strano tipo che non guarda E.R., Grey’s Anatomy e Dr. House preferendo a questo darci una voce che ci fornisca il minimo indispensabile da sapere sulla collezione Rainer, per poi magari approfondirlo consultando la Treccani o facendo un salto in biblioteca. E d’altronde ha anche il pregio che quel moderno amanuense refrattario alle serie televisive compili i profili degli autorevoli papirologi delle più prestigiose università che si sono presi la briga di chiosarlo, cosa che mai sarebbe venuta loro in mente se non ci fosse quella voce su Wikipedia e che potrebbero morire senza che nessuno li rammenti in un’opera generalista come appunto i maggiori papirologi del nostro tempo.

Sì perché nella logica di Wikipedia Giorgio Bocca o Enzo Biagi potrebbero avere una voce di dimensioni equivalenti a quella su Daniele Pugliese che io stesso potrei scrivermi per lasciar di me traccia ai posteri, senza per questo pensare di essere all’altezza, in campo giornalistico, a quei due indiscussi maestri.

Ma per tornare all’innocua frase che alcuni giorni fa ho scritto su Facebook invitando a contribuire economicamente alla sopravvivenza di Wikipedia, non per farmi vanto di due spiccioli devoluti nemmeno in pietosa beneficienza come qualche insensato commentatore ha insinuato, mi ha colpito l’obiezione di Silvia Garambois con cui, torinese come me, ho condiviso i primi anni de l’Unità a Firenze e, poi, fino alla morte del nostro giornale – mai risorto dopo di allora – sporadiche telefonate di lavoro fra Firenze e Roma.

Silvia sosteneva di aver letto «cose tremende su Wikipedia Italia e sulla sua gestione», invitandomi a curiosare in un blog che mette in piazza le bufale pubblicate in quell’enciclopedia libera, ed io, dopo aver dato un’occhiata a quel blog, le ho risposto di non escludere che su Wikipedia ci siano “cose tremende”, cioè strafalcioni o peggio storie di asini che volano e di rimedi magici contro il tumore, ma che anche a quell’indirizzo internet non scherzano in quanto a cose tremende.

Per tutta risposta Silvia mi ha caldeggiato la «vecchia cara enciclopedia», portando a testimonianza un caso personale in cui è dovuta intervenire per far correggere una voce che dava di puttana a sua nonna. Il fatto è che la correzione è stata fatta, con tanto di scuse, e chissà se avrebbero fatto altrettanto in una di queste case editrici d’oggi, che pubblicano ancora anche enciclopedie, e di rado rispondono alle lettere dei loro lettori.

Io mi avvalgo spesso di Wikipedia. Penso che saremmo più poveri se non ci fosse. Ma mi avvalgo anche tanto della Treccani o, in caso di ripiego, sulla Utet, e sono contento che un po’ di cose anche loro le abbiamo dovute mettere in rete.

Del resto il problema è lo stesso dei giornalisti e di quelli che si ritengono tali perché “postano” qualcosa su Facebook. Mi fido assai più dei primi, ma certo è che se i miei colleghi continuano a pubblicare sull’edizione cartacea di illustri e blasonati quotidiani la storiella del parroco che da le ostie all’hashish scatenando un sabbah di ultraottuagenarie in canonica o, peggio, quella dei rom che lanciano cani contro le auto per ricattare gli automobilisti, dovrò piegarmi all’idea che chiunque è legittimato a sparare cazzate.

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