Un’altra fine non finita

A pagina 27 del Corriere della Sera di lunedì 12 ottobre 2015 Davide Casati aggiunge meritoriamente un capitolo al mio libro Apocalisse, il giorno dopo. La fine del mondo fra deliri e lucidità, pubblicato in e-book dalla Baskerville di Bologna alla fine del 2012, poco prima di quel 21 dicembre – il 21 12 2012 – che, secondo un’antica profezia Maya letta in una rifrazione sullo specchietto per allodole, avrebbe dovuto segnare l’apocalisse per mano di un meteorite caduto al centro della Terra come narra un film di Von Triers.

Il mio saggio, riduzione di una tesi di laurea abbandonata per anni a favore di un argomento meno impegnativo, «ripercorre – si legge nel comunicato della casa editrice – le fantasie e le suggestioni con cui, per più di mille anni, si è guardato alla distruzione del pianeta e all’estinzione dell’umanità: un coro di voci, alcune anche molto autorevoli, che si sono cimentate con la paura assoluta, quella senza scampo e definitiva».

I cavalieri dell'Apocalisse di Duhrer

È, prosegue il comunicato, «una carrellata sul pensiero apocalittico, le attese messianiche, le punte estreme della filosofia pessimista, ma anche sulle amare delusioni che i millenaristi di ogni tipo hanno collezionato nel corso del tempo, nell’attesa di una catastrofe periodicamente annunciata e puntualmente smentita».

«Dietro al calendario dei foschi presagi – conclude la scheda della Baskerville –, i presupposti ideologici, religiosi e psicologici che hanno alimentato una vera e propria cultura del disastro e dell’annientamento, fino alla trasposizione sul grande schermo dei timori e delle ansie della sciagura incombente».

L’articolo del Corriere si intitola Che fare se il mondo (non) finisce e descrive come, sparsi in qua e in là per gli States, i seguaci della eBible Fellowship, all’alba dello scorso mercoledì 7 ottobre, e poi fino al sorgere del sole sull’ultimo lembo di pianeta il giorno seguente, ovvero sia all’esaurirsi di quella giornata che il loro predicatore dava come data certa, abbiano invano atteso la fine del mondo, secondo un rituale che, nel mio libro, ho cercato di spiegare è antico quanto il mondo e si ammodernerà fintanto che mondo sarà.

Casati accenna al falso allarme dell’anno Mille – riproposto alla vigilia del Duemila – derivato da una frase attribuita a Gesù, «Mille e non più di mille», poi salta al 3 ottobre 1533 quando il luterano tedesco Michael Stifel, convinse i suoi seguaci a vendere i loro beni in vista dell’imminente giorno del giudizio.

Salta molte delle date riportate nel mio libro e vola quindi alla fine del Novecento: nel 1988 quando l’ex ingegnere della Nasa Edgar Whisenant vende 4,5 milioni di copie del libro 88 Ragioni per cui la fine del mondo potrebbe essere nel 1988; nel 1993 quando 76 dei 100 membri della setta guidata da David Koresh morirono dando fuoco a un ranch di Waco nel Texas dove erano barricati da 51 giorni; il 26 marzo 1997, uno dei 569 giorni in cui la cometa Hale-Bopp fu visibile dalla Terra, quando 38 fedeli della setta Heaven’s Gate si suicidarono convinti che il passaggio della stella avrebbe segnato la fine del pianeta.

È poi la volta della vigilia del 2000, non solo per la storiella biblica, ma per il Millennium Bug, la maledizione del dio computer; e ancora il 2008 quando 35 membri della Vera Chiesa Ortodossa di Russia guidata da Pyotr Kuznetsov si rintanarono in attesa della catastrofe annunciata per maggio e in quella grotta trascorsero 6 mesi; infine il 2011, per l’esattezza il 21 maggio, giorno dell’apocalisse annunciata sulle onde di radio network Family Stations dall’89enne pastore evangelico Harold Camping.

Tutte le volte la stessa amara delusione. Tutte le volte lo stesso sconforto. Tutte le volte la promessa di un prossimo deep impact, di una collisione astrale, di una deflagrazione, di un terremoto straordinario, di una pestilenza, di un’esplosione atomica.

Scrive Casati: «Le domande, per chi non crede, sono sempre le stesse: perché? E che accade, dopo? Il giornalista Tom Bartlett, nel 2012, aveva provato a rispondere. Era entrato in contatto con alcuni seguaci di Camping, e li aveva intervistati prima e dopo la data della (presunta) Apocalisse. Il suo resoconto è un viaggio nell’universo delle nostre menti: affascinate dalla possibilità di scoprire, in un testo millenario, indizi che indicano una data futura in grado di far quadrare tutto. “Basandoci su tutto quello che sappiamo, e guardando le prove – beh, queste non sono cose che capitano”, aveva detto a Bartlett un membro della setta di Camping. Un’illuminazione».

Si può naturalmente fare dell’ironia su chi se la beve, ma considerato quanto soffre chi ci crede c’è poco da far gli smargiassi.

Io resto convinto che il rimedio migliore per la paura della fine del mondo – non dimostrata finora, ma non per questo inimmaginabile – è che non darà segnali, preavvisi, avvertimenti, se mai ci sarà. E dopo, come cantavano molti anni fa i Nomadi, «noi non ci saremo».

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