Lode agli archivisti

Per conto credo di tutta la redazione di Repubblica, ieri, mercoledì 14 ottobre, Alessandra Longo ha dato sul giornale l’addio alla propria archivista: Daniela Bellingeri, morta di tumore a 53 anni. Un ritratto tenero della persona, un commosso ricordo della collega, ma anche la celebrazione di un mestiere importante, importantissimo che io temo andrà anch’esso a morire.

Di questo vorrei scrivere qualche parola e mi scuso se lo faccio approfittando di un’infausta notizia e di un momento di dolore di colleghi, la maggior parte dei quali io neanche conosco.

Bazzicava la redazione dove ho imparato questo mestiere il famoso inviato di un prestigioso quotidiano che più di una volta ho sentito dire: «L’archivio è la morte di un giornalista».

Mi ero persuaso che avesse ragione e fosse indispensabile una buona dose di improvvisazione ed occasionalità, ma non ho mai resistito – presumo per un conservatorismo genetico che rasenta la disposofobia ed ha afflitto numerosi membri della mia famiglia, ancorché dettata dall’indigenza del periodo bellico – a qualcosa davvero di simile ad un richiamo, quello di accumulare e tentare di catalogare, classificare, etichettare, suddividere, ordinare quanto avevo preservato dall’oblio.

In questo ha giocato un’atavica diffidenza verso le mie capacità mnemoniche, una sorta di senso di inferiorità dettato dal fatto che – mi sembrava almeno – le cose non mi rimanessero in mente, sfuggissero, fossero prive di collante, sensazione che numerose persone di mia conoscenza sostengono priva di fondamento, anzi, ed invece a me continua ad apparire veritiera.

Ma al mio archivio personale – più esattamente ai miei archivi personali, tarati a seconda delle mansioni svolte nel corso del tempo, fatto salvo quello privato, unico dal tempo dell’adolescenza – quando ero a l’Unità di Firenze si aggiungeva quello prezioso che quotidianamente Paolo Maggi e Orietta Rapi, i segretari di redazione, implementavano ritagliando il giornale ed incollando i singoli articoli, suddivisi per argomento ed in ordine cronologico, su fogli di cartoncino bristol che poi venivano raccolti in quei contenitori ad anelli impiegati appunto per archiviare.

Usanza che, se non ricordo male, esportai a Bologna quando ne sono diventato il caporedattore e che, appunto, ho ripetuto in casa dove 12 contenitori raccolgono i miei articoli scritti fra il 1976 – quando ho pubblicato il mio primo pezzo su “Il giornale dei genitori” fondato da Ada Gobetti e poi diretto da Gianni Rodari e da Marisa Musu – e… bisogna che lo aggiorni, ora che ci penso.

Quando l’Unità era ancora in via dei Taurini a Roma visitai con emozione quelle stanze piene di scaffalature e di quei mobili in metallo con tre cassetti scorrevoli dove appunto si possono tenere insieme suddivisi in cartelline ognuna delle quali con una etichetta fogli di carta. Io non ricordo chi fosse l’archivista ma, come scrive Alessandra Longo, sono certo che “sapesse dove e cosa cercare” e che questa dote sia stata preziosa per intere generazioni di cronisti.

Oggi i data base, il back up delle pagine in formato digitale alla fine della giornata e i motori di ricerca offrono opportunità impensabili un tempo, ma io resto dell’avviso che se non ci fosse qualcuno – come il mio amico Gian Luca, bibliotecario alla Nazionale di Firenze – che sa in quale scaffale mettere un volume, in quale cartellina conservare dei documenti, cosa scrivere sull’adesivo con cui andare a ricercarli a colpo d’occhio, vivremmo nel caos e capiremmo ancora meno di quel poco che capiamo.

Perciò vorrei rendere omaggio nel mio piccolo alla signora Bellingeri e a tutti quelli che come lei fanno o hanno fatto quel prezioso mestiere.

4 Responses to “Lode agli archivisti”

  1. Gian Luca Corradi scrive:

    Anche se l’occasione non è certo felice, ti ringrazio come al solito per il riconoscimento tributato ad una professionalità talvolta oscura e di scarso appeal, anche se l’ordine con il quale ho trattato e dato una giusta collocazione ai documenti non mi ha impedito di confondere tante altre cose.

  2. Elisabetta P. scrive:

    Daniele perdonami se ti scrivo qui, non sapevo come contattarti altrimenti, non sono più su FB né altri social, sono Elisabetta. Se hai ancora il mio cell mi farebbe piacere sentire come stai, e che io, nonostante viva fuori dal mondo e dalle aberrità e idiozie umane (ma non fuori dal mio mondo), conto 10mesi (tu sai), visto che l’ultima volta che si parlò stavo molto male, come vedi ora si ragiona :) un saluto!

  3. Paola Calabrini scrive:

    Sono stata per tanti anni collega e ancor più amica di Daniela Bellingeri, una bella mente e una cultura che la rendevano quasi indispensabile agli autori di inchieste particolarmente importanti, in cui bisognava scavare a fondo, e soprattutto non ci si poteva permettere di essere approssimativi. Penso a D’Avanzo, per esempio, ma a molti altri ancora. Dani era capitata nell’archivio di Repubblica, come molti di noi del gruppo originario con qualche anno in più di lei sulle spalle, provenendo da una storia di impegno politico e culturale ben definito a sinistra, e si era perfettamente integrata: nel periodo d’oro di Repubblica si condividevano, oltre al lavoro, amicizia e vita privata. Ogni tanto ci si scontrava, anche, magari per ragioni ideologiche o per divergenze sull’ organizzazione del lavoro. Al quale comunque tenevamo tutti, malgrado gli orari disagiati che andavano fino alle 2 di notte e la pressione delle richieste a un ritmo frenetico. E nei momenti di relax ci si divertiva a raccontare le richieste più bizzarre ricevute dalla redazione, che certo non mancavano ;-) . Negli ultimi anni l’importanza degli archivi nei giornali è andata via via scemando, sostituita spesso da un generale taglia/incolla di news catturate sulla Rete, ed è rimasto ben poco del bel lavoro di lettura dei media italiani e stranieri, da cui estrapolare le pagine ritenute “degne” di essere catalogate e archiviate come un vero e proprio patrimonio da preservare per il futuro. Perché è bene specificare che l’archivista, o documentalista che dir si voglia, non doveva solo cercare dati su richiesta, ma creare in base alla sua competenza la materia su cui svolgere le ricerche. Chi di noi aveva vissuto quel periodo di comunanza di interessi, di attività pratica ma nel contempo intellettuale, vivace e proficua, appena possibile ha approfittato dei prepensionamenti legati alle ristrutturazioni aziendali per andarsene. Ma Daniela era troppo giovane per poterlo fare, e anche se avrebbe voluto e avrebbe saputo fare molto per il “suo” giornale è rimasta confinata a lavori di routine che la intristivano molto. Ho voluto raccontare una piccola parte della storia di Daniela perchè in qualche modo rappresentativa dei mutamenti profondi avvenuti nel mondo dell’informazione.

  4. Daniele Pugliese scrive:

    Grazie signora Calabrini.

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