A ciascuno il suo wc

Faccio molta fatica a comprendere per quale motivo all’Eisenhower Executive Office di Washington, così come in realtà al Whitney Museum di New York o all’Utah Museum di Salt Lake City – esponendo sulla porta una silhouette per metà in gonna e per metà in pantaloni, spalle stondate la prima e quadrate la seconda, ovvero sia un ibrido di maschio e femmina che nell’immaginario di chi s’è inventato quel logo sarebbe indistintamente un gay, una lesbica, un bisessuale o un transessuale – alcuni bagni pubblici siano stati riservati agli/alle Lgbt appunto.

Apprendo l’informazione da un articolo di Enrico Franceschini pubblicato oggi su Repubblica che riporta anche il disappunto di qualcuno dinanzi a quella simbolica raffigurazione di ermafrodito, volendo essa sottintendere che chi entra in quel bagno «si sente metà maschio e metà femmina», non tutt’un’altra cosa, qualcosa di radicalmente diverso, terzo o quarto o ventisettesimo rispetto al significato binario uomo/donna.

Articolo che si conclude rammentando come, al Founding Farmers Restaurant di Washington abbiano anch’essi inaugurato un terzo cesso, distinto dai primi due, dove compaiono le scritte “Gentiluomini” e “Signore”, con la circonlocuzione “the rest of us”, tradotto in “tutti gli altri” anziché “quel che resta di noi”; o come al White Dog Caffè di Filadelfia abbiano ironizzato sull’argomento esponendo sulla porta di un bagno la scritta “repubblicani” e su quella di un altro “democratici”: cosa che in Italia non potremmo fare non avendo più schieramenti politici contrapposti, non tanto in termini di contumelie e ingiurie, le quali non mancano mai ed anzi beneficiano di considerazioni sempre maggiori, ma di idee, finalità ed intendimenti, ahimè.

Non menziona l’articolo che la cartellonistica concernente vespasiani, wc, toilette, bagni, cessi, latrine, servizi igienici, cacatoi, gabinetti, orinatoi, pisciatoi, ritirate ecc. già da tempo contempla un simbolo aggiuntivo – insomma tertium datur avrebbero detto i latini – ovvero sia l’individuo asessuato ma in carrozzina, disabile senza segni distintivi inerenti l’apparato genitale o l’abbigliamento indossato.

Perché anziché attrezzare ogni water closet, bidet e lavandino in maniera tale che consenta a chiunque di evacuare, svuotarsi e garantire le successiva igiene, preferiamo tirar su qualche steccato, rinchiudere gli indiani nelle riserve, additarli nello loro specificità, chiuderci nelle nostre intramontabili abitudini.

Sì, perché la questione di fondo è: perché c’è bisogno di bagni suddivisi? Come mai noi di qua, loro di là e questi altri che arrivano adesso da un’altra parte ancora? E perché abbiamo rinunciato plaudendo all’abolizione del segregazionismo coi neri che possono urinare solo lì e i bianchi solo là se ora innalziamo altri steccati?

La divisione dei bagni in bagni per uomini e bagni per donne non credo miri a evitare una promiscuità perigliosa di sfociare in selvaggi accoppiamenti – o molestie, certo – appoggiati al bordo del lavandino più o meno come Jack Nicholson e Jessica Lange sull’infarinato tavolo di cucina, che dio li abbia in gloria!, anche perché l’imbarazzo di trovarsi insieme a doversi orientare gli uni da una parte e le altre dall’altra c’è anche avendo diviso le destinazioni, diciamo solo un po’ più a monte, con qualche istante di anticipo sulla minzione.

Né credo che il fine ultimo della spartizione sia in relazione con l’increscioso disagio di udire un individuo dell’altro sesso emettere suoni inqualificabili in un manuale del bon ton.

All’origine della separazione, di quel piccolo temporaneo divorzio che certamente non esisteva ai tempi del paradiso terrestre, c’è da immaginare ci sia invece il fatto che quando urinano i maschietti spesso sporcano e nessuno ha insegnato loro a pulire, e laddove essi sgocciolano, nel miglior dei casi, ed annaffiano se non inondano, nel peggiore, le femminucce poggiano le loro natiche perché è così che hanno loro insegnato si faccia la pipì.

Che ai cani venga d’istinto alzar la gamba o accovacciarsi a seconda degli ormoni circolanti nel sangue e del patrimonio genetico è cosa risaputa, ed è per questo forse che anche l’animale uomo ha voluto distinguersi in base a come la fa e se abbia tra le gambe il cosino o la cosina, ma nessun etologo, che io sappia, ha relazionato dettagliatamente riguardo una siffatta drastica spartizione di modalità urinatorie in tutto l’universo animale.

E, comunque, il possesso da parte del genere umano di una facoltà razionale che lo distinguerebbe dalle altre specie e per mezzo della quale sarebbe in grado di modificare anche taluni propri istinti come quello di ammazzare, usar violenza e simili, indurrebbe a credere che esso, ovvero uomini e donne, possa, così come ha scelto di giacere in un letto anziché per terra, sotto un tetto anziché all’aperto, di usar forchetta e coltello anziché solo unghie, molari e canini, accendere il fuoco e spostarsi facendo scorrere una ruota, sarebbe in grado di…

La faccenda è semplice: facessimo tutti come le bambine che quando fanno la pipì si mettono a sedere e non c’è verso qualcosa gli scappi fuor dal vaso, a meno che non si mettano d’ingegno e lo facciano a proposito, non avremmo nemmen bisogno di appendere cartelli sulle porte dei bagni immaginandone uno per ogni categoria, uomini, donni, lgbt, handicappati, neri, democratici, musicisti, anziani, serial killer e poliziotti.

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